| V domenica per annum B | Gb 7,1-4.6-7 – 1Cor 9,16-19.22-23 – Mc 1,29-39 |
UNA GIORNATA–TIPO
DI GESU’
Abituati come siamo ad avere tutto in diretta tv, come ci sarebbe stata bene una telecamera - vien da pensare - per riprendere una giornata di lavoro di Gesù!
Ci ha pensato l’evangelista Marco, che raccoglie la predicazione di Pietro: un uomo, costui, più che concreto nel descriverci fatti vissuti in prima persona.
Il vangelo di oggi offre tre sequenze dell’attività di Gesù proprio nella casa di Pietro e nella sua città di Cafarnao. La sua giornata era un intreccio tra cura dei malati, predicazione e preghiera.
Forse Gesù ha oggi da dirci qualcosa circa il contenuto anche delle nostre giornate di credenti.
1) LA GIORNATA DI GESU’
“Tutti ti cercano!”, gli va a dire Pietro. E subito lo porta a casa sua a guarirgli la suocera. Ma poi: “Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni”. Altrove si dice che “erano molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare” (Mc 6,31). Dio si è immerso pienamente nella nostra umanità provando sulla pelle il peso del nostro vivere. “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie” (Mt 8,17), commenta Matteo presentandoci Gesù come “medico per i malati” (cf. 9,12). Guarisce il male fisico come segno per l’uomo di un destino di vita; e libera il cuore dai demoni per indicare nel peccato la radice d’ogni male. Opera che ancora oggi Gesù prosegue, giungendo a toccarci con i suoi gesti sacramentali compiuti dalla Chiesa.
Ma assieme, la preoccupazione di Gesù va oltre: “Egli disse loro: Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”. Più urgente per Gesù è annunciare l’amore di Dio, liberare l’uomo dagli errori che lo rendono schiavo, spiegare che il Regno di Dio è iniziato, e che quindi il destino dell’uomo è cambiato, dilatato, fino all’eredità stessa di Dio! “Quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita?” (Mc 8,36); che giova dar da mangiare a uno se poi non lo si toglie dalla disperazione e dall’assurdo col dargli anche senso e speranza del vivere? “Cercate, anzitutto, il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33).
Prima del predicare e prima del lavoro coi malati, Gesù pregava: “Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava”. Qui la sequenza cambia registro: nel deserto, nel silenzio, nell’interiorità e intimità per un dialogo personalissimo col Padre. Dice di Gesù il punto d’appoggio, la carica, la motivazione e la forza di tutto il suo frenetico lavoro della giornata; dice la sua radice. La preghiera era il suo rifugio: “Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo” (Mt 14,23). Mattino presto e sera tardi: la preghiera come cornice della giornata!
2) LA NOSTRA GIORNATA
Domandiamoci ora come sono le nostre giornate, almeno come spirito, perché siano degne di un discepolo di Gesù. “L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra?”. La pagina di Giobbe letta nella prima lettura rievoca la dura condizione dell’uomo: “A me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate”. Fatica, sofferenza e precarietà sono la sua esperienza amara: “I miei giorni scorrono più veloci d’una spola”. Ma Giobbe non dispera; pur nel suo dramma angosciante crede in un Dio buono e sapiente, e a Lui si rivolge con fiducia: “Ricordati, Signore ...!”. L’uomo è come al confine tra il nulla e il tutto. Imparentato con ambedue, se fissa il primo, è angosciato; se si volge al secondo trova il coraggio di sperare. L’esperienza del nostro limite ci deve aprire alla preghiera e ad una salvezza che ci può venire solo dall’Alto. Quanto spazio diamo noi alla preghiera? Il cristiano è colui che in Dio ha trovato risposta e soluzione al dramma quotidiano dell’uomo!
Per cui l’annuncio di questa speranza diviene la sua prima responsabilità. “Guai a me se non annuncio il vangelo!”, proclama oggi Paolo nella seconda lettura. Proprio perché ho scoperto - per dono di Dio - la condizione difficile dell’uomo (al di là di ogni ingenuo ottimismo), e al tempo stesso anche la possibilità di riscatto, non posso tenere per me quest’unica medicina così necessaria ad ogni mio fratello. “Annunciare il Vangelo non è per me un vanto perché è una necessità che mi si impone”. L’amore di Dio, il senso della vita, la certezza di un destino eterno, una parola di speranza sul dolore..., tutto questo inconsciamente cerca anche l’uomo d’oggi, e guarda al cristiano e alla Chiesa col pretendere non risposte umane, ma il genuino deposito di verità e di grazia che Cristo ci ha affidato. Può dire ciascuno di sé di essere sale saporoso, ... o non piuttosto sale scipito che non serve più a nessuno?
Sull’esempio di Cristo tale annuncio evangelico si deve tradurre in concreto in una condivisione e in un servizio di carità. San Paolo confessa oggi con orgoglio: “Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti. Mi sono fatto debole coi deboli, mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo”. Gesù aveva giornate piene di quest’attenzione ai più bisognosi, con le mani tra gli uomini, ma con gli occhi rivolti a Dio. O più precisamente: a servizio dell’uomo col cuore di Dio! E’ lo stile, lo spirito dell’agire cristiano. Ciascuno certo nel suo stato di vita, ma tutti rinnovati e risorti per la grazia di Dio a servire i fratelli - come qui allude il vangelo di Marco parlando della suocera di Pietro: “la febbre la lasciò ed ella li serviva”.
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Nei primi tempi del suo lavoro a Calcutta, Madre Teresa trovava molte difficoltà e contrasti, soprattutto da parte degli addetti al tempio della dea Khalì - ancor oggi vistoso e frequentatissimo. Un giorno un sacerdote di quel tempio - lo era da 27 anni - fu colpito da grave malattia e cadde in mezzo alla strada. Madre Teresa sapeva benissimo che quest’uomo era contro di lei, ma ugualmente lo raccolse dalla strada, lo portò nella sua casa e lo curò. Egli si rimise in salute, e disse a Madre Teresa: “Madre, per 27 anni ho adorato la dea Khalì, e non l’ho mai vista in viso, ma oggi l’ho vista guardando te”.
Ecco: un gesto di carità, vissuto con estrema gratuità, radicato - come faceva Madre Teresa - in tanta preghiera, è la miglior rivelazione del volto di Dio, la più efficace evangelizzazione del suo amore.
Viviamo anche noi le nostre giornate con gesti di gratuità, motivati dall’amore di Dio e sostenuti dalla sua grazia: diverranno sicuramente segnali di fede, per i nostri di casa prima, e poi per tutti gli uomini che cercano con cuore sincero il volto di Dio!
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