| XXI domenica per annum C | Is 66,18b-21 – Eb 12,5-7.11-13 – Lc 13,22-30 |
ENTRATE
PER LA PORTA STRETTA
“Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Una domanda che nella storia è stata posta male e ha fatto molto discutere al tempo della controversia tra Protestanti e Cattolici: era il tema della ‘predestinazione’. Ancora qualche giorno fa una ragazza mi diceva: “La fede è un dono. Io non credo, si vede che questo dono non mi è stato dato”. Ma la predestinazione è per tutti - anzi la compredestinazione in Cristo ad essere figli nel Figlio ed eredi: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). Dio dà a tutti la grazia sufficiente per la salvezza. Dipende dalla libertà dell’uomo accoglierla e renderla efficace. “Così dice il Signore: Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria” (I lett.).
Ecco allora dove si pone la domanda di oggi: non per la nostra sicurezza ma per la nostra responsabilità! In queste domeniche, a sentire le esigenze radicali della sequela di Gesù, anche a noi è venuto più volte da chiederci: “E chi può essere salvato?” (Lc 18,26).
1) LA PORTA STRETTA
Un primo ammonimento di Gesù: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”. La vita cristiana è una gara, una corsa, bisogna arrivare primi per avere il premio. San Paolo dice di sé:“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione” (2Tim 4,7-8). L’immagine della porta stretta indica che la salvezza è uno sforzo difficile e richiede il massimo impegno: “Il Regno dei cieli - dice Gesù - subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11,12).
Il verbo greco è: ‘agonizzo’, e richiama lo sforzo d’agonia al Getsemani compiuto da Gesù per adempiere la sua missione. A Lui dobbiamo guardare. Ci dice la Lettera agli Ebrei: “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato!” (Eb 12,1-4).
Va precisato che questa lotta non è per pochi eroi che pensano di diventare bravi e così guadagnarsi il paradiso. Questa lotta è simile a quella vissuta da Gesù al Getsemani. Abbiamo detto: è la dura scelta di abbandonarsi a Dio, al suo progetto, di fidarsi completamente di Lui: “Padre, non la mia ma la tua volontà sia fatta!” (Lc 22,42). E’ la dura lotta del rischio vissuto da Abramo nella prova. E’ l’obbedienza difficile a quel Dio che matura e purifica ogni uomo per la salvezza: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio. Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati” (II lett.). Se la salvezza è dono di Dio, l’uomo vi deve corrispondere con l’accoglienza e la collaborazione: la sua massima attività sarà la docilità! Ma è una docilità che ... ‘asciuga’ tutta la nostra libertà!
2) LA PORTA CHIUSA
Ad un certo punto la porta viene chiusa: “Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici!”. La nostra libertà ha un termine d’esercizio, con la morte, quando non si potrà più “meritare”, o scegliere. Per questo l’esortazione antica è “Dum tempus habemus, operemur bona; finché abbiamo tempo, facciamo un po’ di bene!”. Certamente questo significa evitare il male: “Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Significa poi che non è sufficiente una iscrizione anagrafica sui registri di battesimo, e neanche forse la sola frequenza alla messa festiva:“Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli vi dichiarerà: Voi, non so di dove siete”. Per essere di Gesù è scritto: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fà la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). Il vero peccato che ci distacca da Dio è l’incoerenza, la frattura tra fede e vita, il fermarci ad un cristianesimo di buoni sentimenti, magari di belle preghiere, e poi lasciare che la vita vada per conto suo, che il mondo - che siamo chiamati a divinizzare - vada alla malora.
E allora saremo “cacciati fuori”, e al nostro posto “verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. A conclusione di una parabola tremenda, un giorno Gesù ebbe a dire a quanti avevano rifiutato Lui, “pietra che i costruttori hanno scartato, divenuta pietra d’angolo: Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato ad un popolo che ne produca i frutti” (Mt 21,43). Sarà la sorpresa sconsolata d’aver sbagliato tutto nella vita e d’aver perso le occasioni di Dio: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo servito? Allora egli risponderà loro: In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno di questi più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno questi al supplizio eterno” (Mt 25,44-46).
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Beh, diciamolo con schiettezza: ci sorprende sentir parlare del cristianesimo come di una lotta a gomitate per trovare posto in paradiso, come si usa qualche volta oggi fuori dello stadio ...; siamo così abituati, noi borghesi, a veder come un di più folklorico e festivo il nostro interessarci dell’anima, anzi ci sembra già troppo il venire noi con regolarità a messa tutte le domeniche...: cosa si vuole di più? E gli altri che non vengono neanche...? Ci sorprende anche sentire che c’è calca per entrare nel Regno dei cieli: a noi parrebbe invece che tutti se ne infischino ...!
“Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”. Quanto è affare più serio il problema della nostra salvezza! E quanto è facile che altri ci scavalchino..., noi chiusi nel nostro orizzonte secolarizzato che ci ostiniamo ancora credere il più evoluto..!
“Non chiudere la tua porta, Signore, anche se ho fatto tardi. Non chiudere la tua porta: sono venuto a bussare. A chi ti cerca nel pianto apri, Signore pietoso. Accoglimi al tuo convito, donami il Pane del Regno. Amen” (Liturgia ambrosiana di Quaresima).
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