Pellegrinaggio - diario di Terra Santa secondo capitolo


A NAZARET


Sono le 3,30 del mattino: una nenia lontana mi giunge quasi improvvisa nel pieno della notte; è il muezzin che chiama i musulmani alla preghiera: "Allah è grande. Alzatevi: è meglio venire alla preghiera che poltrire nel letto!". Si comincia bene! Poi alle 6 in punto un raglio d'asino legato lì fuori mi risveglia di soprassalto; infine sono le 7: le campane della basilica dell'Annunciazione mi ricordano che sto risvegliandomi questa mattina a due passi dal luogo fisico in cui Dio ha preso contatto con l'umanità: il cuore e il corpo di Maria nella sua casa di Nazaret che sta proprio qui fuori nella parte inferiore della basilica.

Il villaggio

"Qui il Verbo di Dio si fece carne", è scritto in latino sotto il piccolo altare eretto al centro della grotta. E' rimasto poco dell'ambiente d'allora dopo le manipolazioni di secoli: però si è certi che qui era la casa di Maria. Già dal II secolo qui è luogo di culto: intonaci, graffiti con invocazioni a Maria, e, poco più tardi, mosaici con l'emblema di Cristo ci attestano che i "parenti" di Gesù trasformarono fin dall'inizio questa casa in una "domus ecclesia", cioè in una casa nella quale si raccoglievano i primi Giudei divenuti cristiani. Vi svilupparono attorno nel III secolo grotticelle di culto ai loro martiri e battisteri propri, con caratteristiche tipiche della simbologia giudaica (sette scalini, il torrentello che ricorda il Giordano, i sei cori angelici ... ). Nel IV secolo, esattamente nel 352, si inaugurò una basilica costantiniana con annesso piccolo monastero. Distrutta dall'orda barbarica dei Persiani di Cosroe II nel 614, fu ricostruita più sontuosa da Tancredi al tempo delle Crociate nel 1105: era una bella basilica con 64 capitelli istoriati, raccolti oggi nel vicino Museo francescano. Distrutta anche questa nel 1263, solo nel 1730 i Francescani vi poterono mettere ancora una piccola chiesa; divenuta fatiscente col tempo, nel 1959 si decise di costruirne una moderna, inaugurata nel 1969. Una storia che sarà identica per quasi tutti i luoghi santi di questo paese.
E' necessario però intuire qualcosa della Nazaret del tempo di Gesù, e quindi delle sue condizioni di vita. La visita agli scavi è interessantissima. Era un piccolissimo villaggio adagiato su uno sperone di collina, al centro di un anfiteatro aperto solo verso est: poche grotte scavate nella roccia viva lungo il pendio che saliva, rifinite sul davanti con pergolati e cortiletti; all'interno piccoli silos sotterranei, anche a più livelli, collegati con scalette e cunicoli, per il deposito delle derrate; fossette rotonde come pressoi, e depositi di giare per olio e vino; nicchie per lucerne; anfratti come "mangiatoie" per il riparo delle bestie; cisterne (con gradini) per l'acqua; all'esterno un piccolo forno casalingo per il pane quotidiano. In cima al villaggio l'unica sorgente, ancor oggi garrula; al centro la modesta sinagoga. Appena più in là la zona cimiteriale: lo spazio abitato stava quindi tra le due attuali chiese, "casa di Maria" a sud; "casa di Giuseppe" a nord.
Gesù ha abitato qui per trent'anni. Nei paesi vicini si diceva: "Può mai venire qualcosa di buono da Nazaret?" (Gv 1,46). E visse una vita normale e povera: "Non è egli il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?" (Mt 13,55). Vedendo questi "sassi" e queste caverne li confronto con le nostre case: ricche si di elettrodomestici e conforts, ma anche di altrettanta sapienza e fede? Gesù e Giuseppe lavoravano il legno, forse facevano aratri e gioghi per i lavori di campagna. E' certo che "secondo il suo solito" (Lc 4,16), Gesù ogni sabato frequentava la sinagoga per la preghiera, e ogni giorno per la scuoletta annessa. Vi ha imparato a memoria la Bibbia, e l'uso della preghiera quotidiana. Ho tra mano il "Vi adoro" che diceva tre volte al giorno, mattino, mezzogiorno e sera: erano "18 benedizioni", rivolte proprio a Dio "Padre nostro".

"Benedetto sei tu, Signore, che hai creato cielo e terra, scudo nostro e nostra fiducia.
Tu sei potente e confondi il superbo;
sei forte e giudichi il violento;
tu vivi per sempre e fai risorgere i morti.
Facci ritornare a te, Signore, e noi ci convertiremo.
Perdonaci, o Padre nostro, poiché abbiamo peccato contro di te;
molte sono le tue misericordie.
Guarda alla nostra afflizione, difendi la nostra causa.
Guariscici, Signore, dalla sofferenza del nostro cuore;
togli da noi dolore e afflizione, e apporta guarigione alle nostre ferite.
Benedici il lavoro delle nostre mani.
Proclama la nostra liberazione, e regna tu solo su di noi.
Ascolta, Signore Dio nostro, la voce della nostra preghiera
e sii misericordioso con noi, poiché tu sei un Dio benigno e compassionevole.
Quando diciamo che il nostro piede vacilla,
allora la tua grazia, o Signore, ci soccorra.
Manda su tutti noi insieme la tua pace,
o Signore che operi la pace. Amen".

Il mistero

La Messa che qui celebriamo è una delle più ricche di contenuto teologico: "L'utero della Vergine - scrive sant'Agostino fu la stanza nuziale nella quale si sono uniti lo Sposo e la sposa, il Verbo e la carne" (In 1Gv). Il mistero più tipico del cristianesimo è questo meraviglioso sposalizio tra Dio e l'umanità: Dio si fa uomo per contagiare della sua divinità la nostra umanità e farci "simili a lui" (1Gv 3,2).
Ma per esserci nozze, è necessario l'incontro di due "si": quello del Verbo è espresso in Eb 10,Ss: "Cristo quando sta per entrare nel mondo dice a Dio: Signore, tu non hai voluto sacrifici e offerte, ma mi hai formato un corpo. Non ti piacciono offerte di animali e sacrifici, per togliere i peccati. Allora ho detto: Eccomi, o Dio, io vengo a fare la tua volontà". Quello dell'umanità è espresso nella sua punta di diamante più genuina, Maria, colei che ci rappresenta e precede nell'atto di fede: "Eccomi, sono la serva del Signore. Dio faccia con me come tu hai detto" (Lc 1,38).
Mistero di due libertà che si incontrano, che deve prolungarsi nel tempo, perché ognuno è chiamato a dire il suo "si" per la sua missione. Solo allora, come è avvenuto là in Maria, scatta l'azione dello Spirito Santo per renderci fecondi, della fecondità del divino, per continuare noi a generare Dio nel mondo. Mistero in Maria che da sposa diviene madre; mistero nella Chiesa che genera sempre figli di Dio; mistero in noi per una fecondità che non sia labilità e male!

Preghiera a Maria, Madre di Dio

O Vergine, Madre di Dio,
anello di congiunzione tra l'anelito degli uomini e la risposta di Dio,
offrendo al mondo visibilmente il Dio invisibile col dargli un corpo di carne:
fa' della Chiesa e di ognuno di noi generatori di Dio!
Lo Spirito Santo ti ha resa feconda, della fecondità del divino,
per una iniziativa gratuita ed esaltante del Signore che vuole ogni uomo partecipe della sua divinità:
rendici desiderosi e orgogliosi di tale fecondità,
disdegnando le banali fecondità terrene che generano labilità e insoddisfazione!
Nel tuo cuore con la fede, prima che nella carne, hai generato Dio,
offrendoti come serva obbediente al tuo Signore per il suo grandioso disegno:
forma in noi un cuore come il tuo, vigile e generoso alla Parola
e alla vocazione che il battesimo ci ha dato per generare Dio nel nostro mondo di oggi.
Sempre come partecipazione della fecondità della Chiesa,
con la tua protezione di Madre, a servizio del mondo, per il Regno di Dio. Amen.

La visita alla "Fontana della Vergine" ci riporta alla vita quotidiana e normale di Gesù e di Maria, che certamente ogni mattina erano qui ad attingere acqua. Mistero dei trent'anni di vita nascosta, senza gesti, senza prediche, senza un segno se non la carità. E' quanto incontriamo ancora proprio qui a Nazaret nella comunità delle Piccole Sorelle di Charles de Foucauld, nell'angolo dell'antico convento delle Clarisse. L'incontro è scioccante: ragazze serene, semplici, disponibili; vivono di preghiera, lavoro e accoglienza per tutti, per i più poveri di questi arabi; un cuore aperto alle confidenze di queste donne palestinesi che nessuno guarda e aiuta nei loro drammi familiari e sociali.

- Dov'è la vostra forza? - domanda un pellegrino a suor Geneviève che ci intrattiene davanti la piccola cappella.

- Lui, Gesù, il nostro benamato che è qui, davanti al quale Fratel Charles passava le notti intere in lunghi sfoghi d'amore e preghiera.

- Ma voi potete trovare il tempo ... : noi abbiamo figli, marito, faccende di casa!

- Vero: ma, per esempio, cosa fate dalle nove alle dieci di sera?

- Un po' di tv!.

- Noi quell'ora la passiamo qui: perché uno sta dove sta il suo cuore!

Nazaret e il suo mistero non sta più solo nei suoi ricordi, ma in queste persone vive che continuano lo stile di vita di Gesù, Maria e Giuseppe.
E' certo un mistero di scandalo: come i compaesani di Gesù, anche noi ci aspetteremmo un Messia potente!
Un giorno Gesù, ormai più che trentenne, "ritornò a Nazaret, il villaggio nel quale era cresciuto. Era sabato. Come al solito entrò nella sinagoga e si alzò per fare la lettura della Bibbia. Gli diedero il libro del profeta Isaia, ed egli, aprendolo, trovò questa profezia: "Il Signore ha mandato il suo Spirito su di me. Egli mi ha scelto per portare il lieto messaggio ai poveri, per proclamare la liberazione ai prigionieri, il dono della vista ai ciechi, per liberare gli oppressi e annunciare il tempo nel quale il Signore sarà favorevole". Quando ebbe finito di leggere, Gesù chiuse il libro, lo restituì all'inserviente e si sedette. La gente che era nella sinagoga teneva gli occhi fissi su di lui. Allora egli cominciò a dire: Oggi si avvera per voi che mi ascoltate questa profezia" (Lc 4,16-21).
Sorpresa, sconcerto: "Ma non è il figlio di Giuseppe?". "E' proprio vero - conclude Gesù - che nessun profeta ha fortuna in patria". E quella volta la scampò bella: volevano buttarlo giù da un precipizio! Di quanti pregiudizi è segnata la vita degli uomini che si credono liberi... Quante precomprensioni soggettive costituiscono tutto il contenuto di fede di chi si crede più cristiano degli altri... Non per nulla Gesù ha detto: "Queste cose, o Padre, le hai nascoste ai grandi e ai sapienti e le hai fatte conoscere ai piccoli" (Lc 10,21).

O Signore Gesù, lasciando Nazaret dopo questa visita breve ma intensa, come vorrei anch'io imparare da te "a progredire in sapienza e godere il favore di Dio e degli uomini" (Lc 2,52).

A Cana di Galilea

A mezzogiorno Nazaret straripa di gente: dal suk (mercato) vengono suoni e profumi, per la strada colori esaltati dal pieno sole, mentre un venticello frizzante ti dà una carica primaverile; il pranzo è in un modernissimo ristorante "bolognese", per non far sentire troppo il salto dalla nostra cucina!
Usciamo nel primo pomeriggio a nord, col programma d'uno sguardo alla Galilea occidentale, fino al mare. Dolcissime colline ondulano tutto il paesaggio: in cima vi si aggrappano villaggi arabi a "palafitte" per cogliere di sera tutta la brezza che ristora; le case sono tutte appollaiate sotto il minareto e la lussuosa moschea dalla cupola verde; attorno un mare di olivi, fichi d'india e melograni.
Dietro la curva t'appare improvviso, pigramente sdraiato su tutta la collina, il villaggio di Cana, Kefr Kanna, dove Gesù trasformò l'acqua in vino alle nozze cui aveva partecipato con Maria sua madre. Attraversandolo a piedi si sente ancor oggi il clima modesto d'un piccolo agglomerato agricolo, dove la gioia d'una famiglia è la festa di tutto il paese. Qui una chiesa francescana d'inizio secolo, cara a papa Giovanni perché vi venne col suo vescovo di Bergamo a consacrarvi l'altare, ricorda la casa dello sposo "che ha saputo conservare il vino buono fino alla fine" (Gv 2,10). L'evangelista vi legge il "primo dei segni" compiuti da Gesù: finalmente l'atteso e promesso sposalizio tra umanità e divinità si celebra, lo Sposo è qui (cfr Mt 9,15) e dà il vino buono dei beni messianici a tutti i commensali, trasformando la nostra labile umanità nella robusta qualità della vita divina. Non senza la mediazione di Maria! A Nazaret l'evento, a Cana la prima proclamazione!
Gente buona già allora, questa di Cana. Di Natanaele, Gesù, scopertolo sotto l'albero di fico, dirà: "Questo è un vero israelita, un uomo senza inganno" (Gv 1,47); e lo aggregherà ai Dodici "per vedere cose ben più grandi!" (Gv 1,50). Anche oggi dalle case modeste, dalle improvvisate rivendite di "vino di Cana", la gente saluta, i bambini sorridono; in fondo alla via una piccola scuola tenuta da suore cattoliche brilla di pulizia, d'oleandri e del... caro risuonare d'una voce italiana.

Akko e Monte Carmelo

Attraversiamo ampie vallate coltivate a cereali, tabacco, e sorprendenti campi di rose: forse servono per profumi. Un vasto bacino artificiale smista qui l'acqua per tutto il sud, portando vita fino al Negheb; intere colline sono trasformate in foreste di sempreverdi tanto che sembra di essere nella "selva nera"; sullo sfondo corre la cornice sfumata del monte Carmelo, che dal Mediterraneo s'addentra per 25 km nella grande vallata di Esdrelon.
E siamo ad Akko, sul mare, a meno di dieci km dal Libano, sulla costa fenicia. La città deve la sua fortuna al porto naturale. Durante il periodo ellenista e romano cambiò nome in Tolemaide; ma fu all'epoca crociata, col nome di San Giovanni d'Acri, che ebbe risonanza internazionale diventando nodo cruciale per i mercanti veneziani, pisani e genovesi che commerciavano con l'Oriente. Anche Marco Polo passò di qui. La nostra visita è per intuire qualcosa della vita dei Crociati, appunto.
E' rimasto da allora, sepolto e conservato sotto terra fino a pochi decenni fa, il grande palazzo dell'Ordine cavalleresco di S. Giovanni, ordine ospitaliero crociato che curava l'assistenza ai pellegrini medievali; avevano qui una chiesa, un ospedale e il proprio quartier generale.
E' impressionante la visita a questo angolo di storia: si entra, all'attuale piano-strada, tra le volte nerborute di un romanico che si muove verso il gotico, per sfociare in una vasta sala - il refettorio - dalle robuste colonne, dai graziosi capitelli infiorati del giglio di Francia. La visita finisce in un suggestivo cunicolo sotterraneo che serviva per fuggire verso il porto in caso d'assedio. Si intuisce qualcosa dell'avventura Crociata, iniziata nel 1099 con la conquista di tutta la Terra Santa fino a piantare il Regno Latino di Gerusalemme; stroncata nel 1187 da Saladino, e ridottasi a mera presenza difensiva proprio alla sola città di Acri fino al 1291.
Qui venne nel 1219 anche san Francesco d'Assisi, preso dall'impeto cavalleresco-missionario di conquistare alla fede i "Saraceni". Visitò il S. Sepolcro, andò fino in Egitto a colloquio col sultano, senza nulla di fatto. Ma quella sua visita segnò un destino futuro: saranno i suoi Frati, dal 1300 in poi, a venire qui, per l'amore di questa Terra di Gesù, a compiere un lavoro di conservazione e valorizzazione che stupisce per eroismo e intelligenza quanto più lo si conosce.
Akko comunque è una cittadina suggestiva: all'entrata nella città vecchia (old city) ti saluta la bellissima moschea di El-Jazzar, col suo minareto filiforme che sembra giostrare nel cielo azzurro con le palme flessuose che lo circondano; più in là il suk, povero e variopinto, pieno di bambini che giocano tra i ruderi sbrecciati delle antiche costruzioni crociate; quindi lo stupendo cortile del Kan, rifatto nel 1700 ma su antico impianto medievale; e poi il vecchio porto, ormai calato nel mare, che fa da frangiflutti spumeggiante al gioioso rincorrersi delle onde, a volte fragorose, che vengono ininterrotte proprio da occidente, il "Mare nostrum"! Una chiesetta con campaniletto domina tutta la baia, unico segnale d'un passato cristiano che ha radici apostoliche (qui passò una notte anche Paolo nel suo terzo viaggio missionario, At 21,7) e ora ridotto, dicono, all'unica famiglia che li sotto la chiesa finge di battere il rame all'arrivo dei pellegrini!

Riprendiamo il cammino lungo i 22 km della baia di Haifa per giungere al Carmelo al tramonto del sole. Si attraversa la zona più industrializzata del paese, con raffineria e oleodotto che giunge qui dal mar Rosso, proprio sul grande porto commerciale. E' "la Milano" di questo paese: si dice che a Haifa si lavora, a Tel Aviv ci si diverte, a Gerusalemme si prega! La città s'arrampica sulle pendici nord del monte Carmelo, con fiumane di cemento che s'allungano di anno in anno verso l'interno. Sopra è il quartiere più nobile con giardini e fiori, versione moderna della "vigna del Signore", come appunto la Bibbia ha chiamato questa collina (Cantico dei cantici 7,6); a metà costa domina il grande parco del Centro del Bahaismo, religione sincretista fondata nel secolo scorso, e oggi molto diffusa in America.
Veniamo qui per ricordare il grande profeta Elia che bruciava di zelo per Iahvè al tempo difficile del re Acab e della regina Gezabele. Su questo monte egli convocò tutto Israele per invitarlo "a non zoppicare più con tutti e due i piedi: se il Signore è Dio, servitelo, se invece lo è Baal, servite lui!" (1Re 18,21). Fece scendere il fuoco dal cielo dimostrando la falsità dei 450 profeti pagani, " ... e tutto il popolo si inchinò con la faccia a terra e disse: il Signore è Dio, è lui il vero Dio!" (1Re 18,39). Di Elia qui, nel santuario di "Stella maris", si venera una grotta, luogo della sua preghiera e della "scuola di profeti" che da lui ha preso avvio, primo tra gli altri il profeta Eliseo.
Il Carmelo fu sempre terra di eremiti, e, con il cristianesimo, patria di grandi innamorati anche di Maria: sembra questa l'origine lontana di quell'Ordine monastico che non ha fondatori, quello appunto dei Carmelitani. Il convento che c'è qui è ancora oggi la loro casa madre; il santuario qui innalzato da tempi remoti venera precisamente la Madonna del Monte Carmelo, o del Carmine.
Mi fermo in silenzio davanti a questa cara Madonna che mi ricorda il Carmelo della mia città; ripenso ai miei anni giovanili arricchiti dall'incontro con le due più grandi carmelitane, le due Terese, d'Avila e di Lisieux; e raccolgo le impressioni di questa prima giornata passata in Terra Santa. Un filo mariano mi ha legato da Nazaret: "Io sono la serva del Signore!", a Cana: "Fate quello che vi dirà!", fino al Carmelo, radice di grandi spiriti che cercano con totalità il Dio unico di cui bruciava Elia rapito in cielo su un carro di fuoco.
La grande palla di fuoco che si dilata scende ora veloce a lambire il Mediterraneo. Mentre la lama di luce sul mare si spegne, s'accende alle spalle improvviso un presepio tremolante di luci: mille occhi della città si sono posti ad anfiteatro a guardare il mare dolcemente scivolare dentro il cupo velo d'una notte trapunta di stelle, che sembrano ora esse sole riempire di chiacchiere vivaci un mondo divenuto d'incanto domestico e silenzioso.
Tramonto al Carmelo: ... e fu sera: secondo giorno!

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