| Pellegrinaggio - diario di Terra Santa | terzo capitolo |
IL LAGO
Ci vorrebbe la morbida e domestica tecnica del pastello per descrivere questa giornata che è un vero tuffo nell'ambiente naturale - rimasto tale e quale - in cui Gesù visse i suoi primi mesi di gioioso e fortunato apostolato: il lago, la pianura di Genezaret, la sua città di Cafarnao. Morbido il colore, che scorre dal celeste-cielo del lago, al verde-olivo delle colline occidentali, fino a sfumare nell'ocra-rosata del Golan quando il sole lo illumina al tramonto. Domestica la rievocazione storica, perché qui è il primo vangelo vissuto in paese, nel gruppo degli amici primi discepoli, tra le case e la vita quotidiana di un ambiente rurale e semplice. "Maestro, dove abiti?". "Venite e vedrete". "Videro dove Gesù abitava e rimasero con lui il resto della giornata" (Gv 1,38-39). "Subito dopo uscirono dalla sinagoga e andarono a casa di Simone. La suocera di Simone era a letto con la febbre. Egli si avvicinò alla donna, la prese per mano e la fece alzare. La febbre sparì ed essa si mise a servirli" (Mc 1,29-3 1). Anzi, quella divenne la sua casa (Mc 2,1) a Cafarnao.
Anche noi lasciamo di buon'ora Nazaret per scendere a Cafarnao, seguendo quel
tracciato di strade che, attraverso colli, vallate e campi seminati, conduce a
est entro la fossa del lago di Tiberiade. Per questi sentieri passava il
Predicatore col grappolo dei suoi discepoli e tra una sosta e l'altra avrà
incominciato a dire: "Un contadino uscì a seminare, e mentre seminava
alcuni semi andarono a cadere sulla strada, ... altri sulle pietre, con poca
terra, ... altri tra le spine, ... altri su terra buona" (Mt 13,3-8). Il
terreno qui è molto ondulato: dove appena s'allarga uno spiazzo, viene ripulito
dai sassi, s'attinge all'humus fertile, si stria appena con l'aratro, fidando
tutto nella rugiada notturna. E' la difficile speranza di cui vivono ancor oggi
moltissimi Arabi senza altra risorsa che quella della dura fatica del rubare
terreno buono ai sassi e ai rovi.
Di contro, la sosta al kibbutz Lavi, che coltiva queste terre con stile
industriale, fa scoprire quanto enormemente generosa sia la terra appena la si
solleciti con adeguate risorse. La visita è a un paradiso terrestre tra fiori,
profumi, piante d'ogni tipo, e il cuculare sereno di migliaia di uccelli.
Kibbutz significa "gruppo": è il villaggio nato dall'ideale sionista
di trasformare questa terra e di realizzare una comunità umana completamente
egualitaria (comunismo) in uno stile di volontarismo profetico che supera gli
schemi della proprietà individuale e sviluppa al massimo l'aspetto sociale e
comunitario. Costituisce fin dall'inizio la struttura portante dell'economia
agricola di questo paese, e il bacino di coltura degli ideali politici di questo
Stato. Una democrazia diretta gestisce il villaggio, dove viene distribuito il
lavoro e messo in comune ogni provento. I figli sono molto socializzati fin
dall'infanzia; la famiglia si raccoglie la sera in proprie casette tra il verde
dopo le otto o nove ore di lavoro pianificato dall'assemblea.
Qui veniamo principalmente per vedere la bella sinagoga moderna che unisce i
membri di questo kibbutz anche per l'osservanza fedele del Giudaismo. All'aula
centrale corrispondono due matronei ai lati riservati alle donne; sullo sfondo
il tabernacolo con i rotoli della Legge; al centro il banco da cui proclamare la
lettura della Bibbia e l'omelia, e dirigere la preghiera comune. E pio giudeo
prega coi salmi, coperto con il talled (abito da preghiera), legato dai
"filatteri" sui quali è incisa la Torah, sulla fronte una
scatoletta per tenere davanti agli occhi la Parola di Dio; e il capo sempre
coperto con la kippa (zucchetto). E' questo il distintivo esteriore d'una
professione d'obbedienza a Jahvè che rende l'osservante un uomo anche nel suo
tratto esterno austero, compito, e le donne molto modeste nel vestire.
All'uscita del kibbutz si apre un'ampia vallata, chiusa a nord da due punte
ormai stemperate: sono i corni di Hattin, luogo della celebre battaglia tra
Saladino e i Crociati. Era il 14 luglio 1187: quel giorno finì praticamente
l'avventura del Regno Latino di Gerusalemme, relegando alla sola Akko per gli
altri cento anni tutta la volontà occidentale di liberare il Santo Sepolcro. E'
una data importante per la storia di questo paese, che ha avuto tanti padroni
diversi, e quindi tante vittime; e dove era sempre difficile stabilire il torto
e la ragione.
Viene alla mente l'altra parabola che Gesù ha raccontato per queste stradette,
al riparo magari della profonda gola che scende a picco da qui dietro
direttamente alla piana di Genezaret: "Il regno di Dio è come la buona
semente che un uomo fece seminare nel suo campo. Ma una notte, mentre i
contadini dormivano, un suo nemico venne a seminare erba cattiva... - Vuoi che
andiamo a strapparla via?. - No, lasciate che crescano insieme fino al giorno
del raccolto" (Mt 13,24-30). Dio lascia spazio - per noi anche troppo -
alla libertà delle sue creature, persino al suo nemico, il Diavolo; vorremmo
essere subito giustizieri; ma è Dio il padrone e il giudice della storia, che
comunque guida scandendo la sua salvezza al ritmo della misericordia!
E siamo al lago. Tiberiade è una città tutta adagiata sulla sponda
occidentale del lago, oggi piena di alberghi dove Ebrei americani vengono a
svernare, ma già centro termale dai tempi di Erode Antipa che la costruì in
onore di Tiberio negli anni 20 d.C. Appena all'entrata ci si imbatte nel
cartello del "livello del mare": il lago di Genezaret è a 212 metri
sotto il livello del Mediterraneo, in una fossa geologica che si sprofonda fino
a 400 metri a livello del mar Morto più a sud. "Dio fece sette mari, ma
quello di Genezaret costituisce la sua gioia", dice un detto rabbinico; ed
è gioia anche per noi! Lungo 21 km e largo 12, profondo una cinquantina di
metri soltanto, è molto pescoso; ha una forma di arpa (in ebraico: kinnor)
rovesciata, vi entra ed esce il Giordano, ed è - dicevamo - una pupilla azzurra
in un'iride verde, tanto le sue acque sono risorsa di vita per tutte le sue
coste, occidentali e orientali.
I dolci declivi, le spiaggette col risucchio, le scogliere sassose, le barche
che dondolano al sole in attesa della pesca ci riportano esattamente a quel
giorno in cui "Gesù si trovava sulla riva. Stava in piedi e la folla si
stringeva attorno per poter ascoltare la parola di Dio. Vide allora sulla riva
due barche vuote: i pescatori erano scesi e stavano lavando le reti. Gesù salì
su una di esse, quella che apparteneva a Simone, e lo pregò di riprendere i
remi e allontanarsi un po' dalla riva. Poi si sedette sulla barca e si mise ad
insegnare alla folla" (Lc 5,1-3). Sembra di vederlo lì vivo, Gesù, lungo
tutta la costiera che va da Magdala a Cafarnao.
Magdala era una grossa città; ma appena alle spalle verso nord si apriva una
fertile piana, quella di Genezaret, ancor oggi ricca di sorgenti e quindi di
vegetazione lussureggiante di tipo tropicale, palme e bananeti, e moltissimi
agrumi. Alle porte poi di Cafarnao vi sono ancor oggi "sette sorgenti"
d'acqua buonissima. E' certamente qui il luogo privilegiato dei colloqui di Gesù
coi discepoli, e anche di incontro con la folla; nessuno, in questi posti, si può
permettere di star troppo lontano dall'acqua!
Tabga
Proprio a Tabga (Heptapegon, settesorgenti) è la sosta più deliziosa
sul lago, con una piccola scogliera che sembra far da porto naturale alle
quattro barche di pescatori a cui particolarmente Gesù aveva posto attenzione .
"Quando ebbe finito di parlare, Gesù disse a Simone: Prendi il largo e poi
gettate le reti per pescare. - Ma Simone gli rispose: Maestro, abbiamo lavorato
tutta la notte senza prendere nulla; però, se lo dici tu, getterò le reti - Le
gettarono e subito presero una quantità così grande di pesci che le loro reti
cominciarono a rompersi. Allora chiamarono i loro compagni che stavano
sull'altra barca perché venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono di
pesci le due barche a tal punto che quasi affondavano. Appena si rese conto di
quel che stava accadendo, Simon Pietro si gettò ai piedi di Gesù dicendo:
Allontanati da me, Signore, perché io sono un peccatore. - In effetti Pietro e
i suoi compagni, Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, e tutti quelli che erano
con lui erano rimasti sconvolti per la straordinaria quantità di pesci che
avevano preso. Ma Gesù disse a Simone: Non temere, d'ora in poi tu sarai
pescatore di uomini. Essi allora riportarono le barche verso la riva,
abbandonarono tutto e seguirono Gesù" (Lc 5,4-11).
Ecco: "Se lo dici tu, sulla tua parola, getterò le reti!". Pietro,
come ogni uomo, è tentato di pensare: Ma come? Chi è più esperto di me del
mio mestiere, chi è più esperto di me delle mie cose e della mia felicità? Lo
diceva anche Adamo, non fidandosi di Dio! Ma ecco il salto: Mi fido, sulla tua
parola rischio la mia vita. E Gesù non lo delude, procurandogli una abbondante
pescagione. Anzi, aprendogli la vita ad una missione ben più grande: pescatore
di uomini! E lasciato tutto, lo seguì.
Pietro ne fu entusiasta: divenne discepolo di Gesù con tutta la carica emotiva
d'un cuore sincero. Ma un giorno si ritrovò ancora qui deluso e sconfortato, e
con lui i suoi compagni. "Simon Pietro disse: Io vado a pescare. - Gli
altri risposero: Veniamo anche noi". L'aver lasciato le reti e abbandonato
tutto era stato un bel sogno giovanile. Ora tutto era finito: Gesù l'avevano
messo al cimitero. Bisognava ritornare alle barche, ad arrangiarsi con le
proprie mani e il proprio mestiere. Altro che fidarsi dell'utopista predicatore
di Galilea!
"Uscirono e salirono sulla barca. Ma quella notte non presero nulla".
Gesù l'aveva detto più volte: "Senza di me non potete far nulla" (Gv
15,5). Quella antica pesca miracolosa all'inizio se l'erano scordata. Gesù
allora riprende la lezione: "Gettate la rete dal lato destro della barca, e
troverete pesce". I discepoli calarono la rete. Quando cercarono di tirarla
su non ci riuscivano per la gran quantità di pesci che conteneva. Allora il
discepolo prediletto di Gesù disse a Pietro: "E' il Signore!". Pur
titubanti - era solo la terza volta che lo vedevano risorto - lo riconoscono e
riprendono fiducia. Ma "Gesù disse a Simon Pietro: Simone, figlio di
Giovanni, mi ami più di questi altri? - Sì, Signore, tu lo sai che ti voglio
bene. - Pasci i miei agnelli" (Gv 21,1-17). Altra pesca, altro atto di
fiducia, altro regalo più grande: pasci le mie pecore! Ora siamo al cuore della
sequela: "Se ami... pasci!".
Paolo VI venne qui nel '64 ed ebbe sempre a cuore questo angolo che ricorda il
primato di Pietro . Anche col suo contributo, s'è fatto un posto molto
accogliente per pellegrini; si può anche bagnare i piedi in quest'acqua sulla
quale ancora Pietro tentò di camminare andando verso Gesù. Ma "vedendo la
forza del vento, ebbe paura, cominciò ad affondare e gridò: Signore, salvami!
Gesù lo afferrò con la mano e gli disse: Uomo di poca fede, perché hai
dubitato?" (Mt 14,22-32).
Ci raccogliamo tutti in gruppo nella bella cappella restaurata per pensare al
mistero difficile della nostra sequela e a quello impegnativo del Papa, dei
vescovi e dei nostri preti. "Se ami..., pasci!": come vorremmo che i
nostri sacerdoti bruciassero di questo amore unico per Gesù! E così preghiamo:
Signore Gesù, sacerdote e pastore, ti preghiamo per i nostri preti.
A Pietro è stato detto: "Se mi ami.... pasci!". Sappiamo che questa
è la fonte e la risorsa unica del prete: l'amore appassionato a te, o Gesù.
Dona loro una sempre più viva esperienza dell'amore di Dio, perché vi sappiano
corrispondere con amore totale.
A Paolo è stato detto: "Ti basta la mia grazia!", perché non
soffrisse delle incomprensioni e della solitudine dal mondo. Diventare prete è
rinunciare al successo, e forse anche alla accoglienza... ! Fa', o Signore, che
i nostri preti non vadano mai a mendicare consolazioni, ma sappiano accettare la
propria "debolezza" perché in loro prevalga la "potenza di
Cristo".
A Maria, giovane madre, è stato detto: "Nulla è impossibile a Dio!";
ed è giunta fino ai piedi della croce la sua corsa! E' proprio questa la
certezza di cui i sacerdoti hanno bisogno: di operare per una causa vincente,
anzi l'unica necessaria, anche quando, come Cirenei speciali, dovranno portare
la tua croce di Redentore: è per mezzo di essa però che tu hai vinto il mondo!
Amen.
Scrive la più antica pellegrina di Terra Santa nel suo diario del 395, la
monaca Egeria: "Non lontano da Cafarnao si vedono i gradini di pietra,
sopra i quali stette il Signore. Ivi pure, sopra il mare, vi è un campo erboso
coperto di molte erbe e palmizi e, presso di essi, sette fonti emettono ciascuna
acqua abbondantissima: in questo campo il Signore saziò il popolo con cinque
pani e due pesci. La pietra poi, sopra la quale il Signore stette, è diventata
altare... Inoltre sul monte vicino vi è una grotta, salendo alla quale il
Signore pronunciò le Beatitudini".
Siamo quindi in un posto di grande "concentrazione evangelica". Alla
testimonianza letteraria corrisponde perfettamente la scoperta archeologica, che
qui ha messo in luce, oltre la chiesetta del primato, un conventino con chiesa
del IV secolo costruito sopra una grotticella venerata; e più sotto il ricco
complesso musivo della chiesa della moltiplicazione dei pani.
Ci fermiamo qui, anzitutto. Ci accoglie una stupenda basilica bizantina
recentemente ricostruita dai PP. Benedettini tedeschi esattamente sul perimetro
di quella del VI secolo, con chiostro e monastero annesso. Il pavimento è tutto
ricoperto da mosaici dell'epoca, conservati fino ad oggi, con volatili, pesci,
fiori, con richiami al fiume Nilo, perché si pensava che proprio al fiume
d'Egitto fossero collegate queste sorgenti. Un mosaico stupendo, opera più
tardiva, riproduce un paniere di pani e due pesci. Già una precedente chiesa,
che risale al 350 e le cui fondazioni si vedono ancora, qui ricordava il
miracolo della moltiplicazione dei pani.
"Gesù ordinò: Dite alla gente di sedersi per terra. Il terreno era
erboso. Andrea disse: C'è qui un ragazzo che ha cinque pagnotte d'orzo e due
pesci arrostiti" (Gv 6,1-15). Era la povera provvista d'un ragazzo: il
Signore gliela chiede; è poco, ma è tutto quello che ha! Gesù usa sempre del
nostro poco, ma che sia tutto, per fare le sue meraviglie!
Se si pensa che la basilica bizantina di Nazaret è di due anni più tardi
(352), si capisce come questo luogo doveva essere caro ai cristiani del IV
secolo. L'ambiente è ancor oggi tenuto molto bene e merita una sosta prolungata
o la celebrazione della Messa. Quel "pane vivo disceso dal cielo" è
la persona stessa di Gesù che va accolta con la fede; ma è un nutrimento che
giunge a noi attraverso il dono eucaristico del suo corpo: "Il pane che io
darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,51). E' il grande
discorso che Giovanni ambienta nella sinagoga di Cafarnao, ma prendendo proprio
spunto dalla moltiplicazione dei pani fatta qui.
Oggi il ricordo delle Beatitudini viene fatto poco più sopra la grotticella
ritrovata dagli scavi, presso un santuario italiano posto a balconata sul lago,
quasi a richiamare che "Gesù salì sul monte, si sedette, i suoi discepoli
si avvicinarono a lui ed egli cominciò a istruirli con queste parole: Beati
..." (Mt 5, 1ss). L'indicazione di Matteo è più teologica che geografica,
volendo presentare Gesù come il nuovo Mosè che dal monte promulga la sua nuova
legge, appunto tutto il "discorso della montagna".
Queste Beatitudini risuonano sempre come una sfida provocatoria al nostro
orecchio. Gesù qui proclama un fatto: quell'uomo che ha vissuto da povero,
mite, misericordioso, ricercatore di Dio e del suo disegno, puro di cuore, e
perciò emarginato e perseguitato dal mondo, è lui, Gesù stesso, che però Dio
ha rivalutato risuscitandolo da morte. I criteri vincenti quindi sono i suoi,
non quelli del mondo!
Sotto le palme cariche di datteri già rossi ci si sofferma in lunga
contemplazione: il lago appare come già appesantito dalla calura che s'avanza
lungo il giorno, chiuso a ovest e a est da due braccia di colline che si
attenuano laggiù a sud quasi a lasciar scivolare fuori il Giordano; è il lago
di Gesù, autentica reliquia che i suoi occhi hanno contemplato come oggi i
nostri. Proprio qui a nord l'attraversava più volte, accompagnando forse Pietro
che, sposato a Cafarnao, ritornava ogni tanto a trovare sua madre a Betsaida. Più
a nord una corona scintillante chiude le alture, è la catena dell'Ermon che
raggiunge quasi i tremila metri, dalle cui nevi eterne vengono le tre sorgenti
del Giordano, e la vita per questo paese. Alcune suore italiane non trascurano
di ristorarci, caricandoci di saluti da portare a parenti e amici in Italia.
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