| Pellegrinaggio - diario di Terra Santa | quarto capitolo |
IL LAGO
(seconda parte)
Cafarnao
Ma il tempo urge, e ci aspetta la visita più impegnativa, la città di Gesù (Mt 9, 1), Cafarnao. Lungo la sponda del lago, da Magdala a qui, correva la grande via internazionale chiamata Via Maris, che salendo al Golan giungeva a Damasco e proseguiva verso la Mesopotamia. Qui era posto di dogana, al cambio della "tetrarchia", almeno al tempo di Gesù: più a nord erano i territori di Filippo. Alle sorgenti del Giordano, a Banias, Filippo aveva costruito la sua capitale, Cesarea. Lì un giorno passò anche Gesù, e fermatosi per un momento di ristoro proprio davanti all'imponente parete da cui ancor oggi scaturisce l'acqua abbondante, disse a Pietro: "Tu sei Pietro, e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa" (Mt 16,18).
Cafarnao era un villaggio di confine, e quindi di sosta obbligata: anche per questo forse Gesù la scelse come sua "parrocchia", perchè la buona novella del Regno corresse più velocemente anche sulle vie consolari romane. Quando alla fine del secolo scorso i Francescani arrivarono qui, era tutto un ammasso di terra e sassi; il lavoro paziente di anni di scavi, portati avanti da P. Corbo, ha messo in luce la struttura essenziale di una cittadina a pianta romana, col cardo maximus, i decumani che tagliavano i quartierini, le case raccolte attorno a cortiletti con porticati a colonne sui quali si aprivano stanze per i singoli nuclei familiari. Le case, costruite con blocchi di basalto nero a secco, non avevano né intonaco né pavimento (si pensi come è ben ambientata qui la parabola della moneta perduta e ritrovata, in Lc 15,8-10); il tetto coperto di assi e fango; il villaggio, fatto di pescatori e agricoltori (si sono ritrovati ami per la pesca e sono visibili sul posto macine per grano, olio, e pressoi), era molto modesto, gente poverissima, con nessuna comodità, neanche... igienica!
Mentre le altre case del villaggio rimasero quasi immutate per secoli, il piccolo vano abitato da Pietro, e quindi da Gesù, subì, già dagli anni 60, numerose trasformazioni, proprio per l'attenzione e il culto ivi praticato. I muri furono intonacati, poveramente e ingenuamente affrescati, le ruvide massicciate del pavimento furono ricoperte in battuto di calce. Su queste pareti furono incisi dei graffiti con invocazioni a Pietro e a Gesù. Tra i calcinacci che più tardi formarono il fondo dei mosaici bizantini si ritrovarono ceramiche di epoca erodiana. Nel IV secolo tutta l'area fu delimitata da un muro; la casa di Pietro subì modifiche per poter accogliere un afflusso più numeroso di devoti; finché nel V secolo si costruì una basilica ottagonale, i cui muri e mosaici sono ancora visibili, oggi al riparo di una recente costruzione di cemento armato a forma di barca come "memoriale".. Poco più in là è stata ricostruita in parte la sinagoga del VI secolo che in tempi di prosperità gli Ebrei cacciati da Gerusalemme avevano costruito proprio sopra l'antica sinagoga del tempo di Gesù, più modesta, oggi messa in luce da minuziosi scavi e analisi.
Va detto che qui a Cafarnao siamo in un luogo sacro tra i più fortunati e sicuri come documentazione archeologica, capace di riportarci con assoluta verosimiglianza alla scelta di estrema povertà che "il Figlio dell'uomo", il Figlio di Dio, ha voluto venire a vivere tra noi.
L'evangelista Marco descrive giornate intere passate qui da Gesù: "Verso sera dopo il tramonto del sole la gente portò a Gesù tutti quelli che erano malati e posseduti dal demonio. Tutti gli abitanti della città si erano radunati davanti alla porta di casa. Gesù guarì molti. Il giorno dopo si alzò molto presto, quando ancora era notte fonda, e usci fuori. Se ne andò in un luogo isolato, e là si mise a pregare. Ma Simone e i suoi compagni si misero a cercarlo, e quando lo trovarono gli dissero: Tutti ti cercano" (Mc 1,32-34).
Alle molte guarigioni - compresa quella del servo di un ufficiale della guarnigione romana che qui aveva sede, uomo tanto amato che aveva fatto costruire la sinagoga del posto (Lc 7,1-10), e quella della donna malata di perdita di sangue - Gesù aggiunge anche una risurrezione da morte: "Talità kum, fanciulla, alzati!" dirà alla figlia del capo della stessa sinagoga, Giairo, ridonandogli la ragazza dodicenne viva (Mc 5,21-43). E' qui che chiama a divenire suo apostolo il doganiere Matteo (Mt 9,9-13); e soprattutto qui si proclama autorizzato a perdonare i peccati provando la sua missione divina con la guarigione di un paralitico portato sulla stuoia da quattro amici (Mc 2,1-12).
Cafarnao dapprima gli riservò accoglienza e successo: spesso si parla di folle e di gente che sembra lo capisse, tanto da identificare in essa la sua nuova famiglia ("Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Poi si guardò attorno, e osservando la gente seduta in cerchio vicina a lui disse: Guardate, sono questi mia madre e i miei fratelli", Mc 3,33-34). Ma dopo il grande discorso sul pane di vita (Gv 6), "molti discepoli, sentendo Gesù parlare così, dissero: Adesso esagera! Chi può ascoltare cose simili?. Da quel momento, molti discepoli di Gesù si tirarono indietro e non andavano più con lui. Allora Gesù domandò ai Dodici: Forse volete andarvene anche voi? - Simone gli rispose: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna" (Gv 6,60-71).
Seduto sull'imbarcadero in attesa del battello, all'ombra degli eucaliptus che si tuffano nel mare, rimango assorto a pensare a quella parola delusa di Gesù e alla professione di Pietro. Gesù dirà a Cafarnao: "E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se in Sodoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora esisterebbe! Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua" (Mt 11,23-24).
E io, Signore, quanto ho ricevuto.... e quanto poco vi ho corrisposto!
Sul lago
E' mezzogiorno in punto. Lentamente si stacca il battello dalla riva per ripercorrere l'itinerario di Gesù verso l'altra sponda, quella orientale. In faccia a noi sta Kursi, un luogo segnato da una ritrovata basilica bizantina, con conventino e mosaici, a ricordo dell'indemoniato di Gerasa (Lc 8,26-39). Qui era territorio pagano, chiamato della Decapoli, città libere confederate. Una di queste era Hippos, oltre metà lago, ai piedi della quale siamo diretti, al kibbutz En Gev dove mangeremo il "pesce di san Pietro".
La traversata del lago è suggestiva; il lago oggi è un olio; tira una leggera brezza che pulisce le colline e le incide più nitide sullo sfondo di un cielo azzurrino appena velato di caldo. A metà il battello spegne i motori, e nel silenzio ci lasciamo cullare appena appena dalla lieve onda di riflusso mossa dallo scafo. E' uno dei silenzi più carichi di mistero.
Un giorno anche "Gesù disse ai suoi discepoli: Andiamo all'altra riva del lago. E partirono. Mentre navigavano Gesù si addormentò. A un certo punto, sul lago il vento si mise a soffiare tanto forte che la barca si riempiva di acqua ed essi erano in pericolo. Allora i discepoli svegliarono Gesù e gli dissero: Maestro, maestro, affondiamo! Gesù si svegliò, sgridò il vento e le onde. Essi cessarono, e ci fu una grande calma. Poi Gesù disse ai suoi discepoli: Dov'è la vostra fede?" (Lc 8,22-25). Proprio a questo, nel silenzio, sto pensando: quando il mare della mia esistenza incomincia ad agitarsi e Dio mi sembra latitante, come è facile dire: "Dio dorme, Dio non c'è ... !". S'è trovato scritto sui muri di Gemona del Friuli: "Dov'era Dio nel giorno del terremoto?". "Dov'è la vostra fede?". No, "non dorme il tuo custode; non sonnecchia il custode d'Israele" (Sal 120,4-5). Dio sa; ha solo bisogno che lo si chiami perché rispetta la nostra libertà; la preghiera è appunto la chiave che apre l'agibilità di Dio in noi!
E' lungo questo silenzio. Tutti i pellegrini guardano dal largo la sponda occidentale che abbiamo lasciato: là la piana di Genezaret, un po' più in qua Tabga, le Beatitudini, e dietro a noi Cafarnao. Gesù oggi ci è parso uno del nostro gruppo, parole e gesti suoi ci sono sembrati vivi e attuali, compiuti per noi. Mentre il battello riprende la corsa, si leva un canto dolcissimo che rievoca un momento vissuto a Cafarnao: "Talità kum" ha detto Gesù alla fanciulla dodicenne. "Ti sei risvegliata dal sonno - dice questo canto Gen - e hai visto che la morte non è che un sonno soltanto; non devi temere, perché Uno che può dare la vita ti ha detto: talità kum. Tu nel giorno del sole verrai come allora a dirmi per sempre: talità kum".
En Gev è porticciolo per la pesca. Dopo il pranzo, quattro passi lungo la riva: è facile incontrare reti distese al sole ad asciugare. "Il regno di Dio è simile a questa rete gettata nel mare, la quale ha raccolto pesci di ogni genere. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si siedono e mettono nei canestri i pesci buoni; i pesci cattivi, invece, li buttano via. Così sarà alla fine di questo mondo; verranno gli angeli e separeranno i malvagi dai buoni, per gettarli nel grande forno di fuoco. Là, essi piangeranno come disperati" (Mt 13,47-50).
Al Giordano
E si riprende il cammino verso sud; si passa sotto il Golan nella stretta fascia costiera un tempo sotto il tiro dei Siriani, ora giardino sereno di pace per bananeti, palmizi e... luogo privilegiato di balneazione per il week-end degli Ebrei di tutta la Galilea. Attraversiamo Degania, uno dei primi kibbutz nella valle del Giordano, e siamo proprio là dove il lago finisce e il Giordano comincia.
Esce il fiume lento e solenne, d'un color verde smeraldo, sotto la vibrante frescura di eucaliptus secolari. E' tradizione recente lavarsi qui sette volte al Giordano, come Naaman il Siro che da lebbroso riebbe "la sua pelle come quella di un bambino" (2 Re 5,1-19). La nostra lebbra, che è il peccato, l'abbiamo lasciata nell'acqua del battesimo; per questo veniamo qui a ricordare il Battesimo di Gesù e il nostro battesimo.
Giovanni battezzava alla fine del Giordano, appena fuori Gerico; oggi quel territorio è zona militare interdetta ai turisti. Gesù si incolonnò quel giorno dietro la schiera dei peccatori che aspettavano l'avvento di una salvezza. Era per esprimere la sua disponibilità piena al progetto di Dio. E Dio l'accetta, consacrandolo proprio al Giordano, con l'effusione dello Spirito Santo, suo Messia: "Questi è il mio Figlio, che io amo. Io l'ho mandato" (Mt 3,13-17). Nella notte di Pasqua ogni cristiano rinnova le sue promesse battesimali. Nell'acqua di questo Giordano che ha visto il battesimo di Gesù anche noi con liturgia solenne rinnoviamo la disponibilità del battesimo a ricevere consacrazione e missione di discepoli di Cristo nel mondo. Capita di trovare dei gruppi di Battisti americani; questi fanno con più impegno: si vestono di bianco ed entrano completamente in acqua, in fila davanti al loro pastore, che li immerge rinnovando le formule battesimali. E nostro è un gesto più interiore, ma non meno entusiasta: "Tu sei la mia vita, altro io non ho; tu sei la mia strada, la mia verità. Tu sei la mia forza, tu sei la mia pace, la mia libertà. Tu da mille strade ci raduni in unità, e per mille strade poi dove tu vorrai, noi saremo il seme di Dio". E' il nostro canto a sigla di un gesto simbolico ma significativo. Terra santa, ritorno alle origini, che per noi sono pur sempre il nostro battesimo.
Al Tabor
Si risalgono le pendici, cariche ora di vigneti e ulivi, intensi per colori e frutti; fiori, palme e banane sono gli abitanti vistosi di questa contrada. Da una piccola terrazza l'ultimo sguardo al lago e alla vallata fertilissima del Giordano, che di qui scende per 100 km verso sud, larga circa 10 km e ricca di verdure e colture tropicali. S'attraversano campi coltivati a grano, segale, e più su a melanzane, zucchine, cocomeri, fino a trovare angoli di tabacco e girasoli. Sono dei piccoli villaggi ebraici, nelle forme di cooperative più libere (moshavim): case modeste adagiate in un mare di fiori; spiccano da lontano - da far invidia - ampie cascate di bugainvillee rosse o paonazze; giunti in alto, a Kefar Tavor, si corre a destra e a sinistra in un corridoio di fiori d'ogni colore, "marciapiedi" coltivati a "rose rosse per te"!
Ed ecco qui il Tabor. Un grosso panettone che sovrasta la vallata, alto 550 m sul livello del mare, coperto di verde, in cima la basilica rivolta ad oriente, ai piedi, come greggi a riposo, tre villaggi dalle bianche case a terrazza. La sera, la cena frugale, la si fa proprio sopra casa, sul terrazzo a cui si accede per apposita scala, quasi un locale in più sotto la volta delle stelle. E dopo cena, di casa in casa, a commentare i fatti del giorno. Per questo Gesù diceva: "Quello che sentite all'orecchio gridatelo sui tetti" (Mt 10,27).
Uno di questi villaggi è Daburieh: nel nome è ancora il ricordo della profetessa Debora, che proprio sul monte Tabor raccolse un esercito guidato da Barak per sconfiggere Sisara coi suoi 900 carri armati. Fu una vittoria di Jahvè perché al torrente Kison, in fondo alla vallata di Esdrelon, quei carri pesanti si impantanarono. Il generale nemico fuggi, si riparò nella tenda di Eber il Kenita, e la moglie Giaele, dopo averlo ristorato e fatto addormentare, "tolse un picchetto dalla tenda, prese in mano un martello e si avvicinò a Sisara senza far rumore. Gli conficcò nelle tempie il picchetto, ma così forte che rimase piantato anche in terra. Sisara passò dal sonno alla morte. Quel giorno il Signore stroncò davanti ad Israele la prepotenza di Jabin, re di Canaan" (Gdc 4-5).
Ci aspettano dei taxi per salire in cima al Tabor. Passata la "porta dei venti", residuo crociato, si entra in uno spiazzo chiuso a fortezza da mura di Saladino. Domina al centro la grande basilica recente, fatta negli anni trenta dall'arch. Barluzzi, con facciata a tre cappelle per richiamare le tre tende di cui parla san Pietro. Un convento di Francescani ci ristora con un buon caffè all'italiana, cosa rara da queste parti. Tutto intorno la basilica è l'antico monastero benedettino crociato, dalle spesse mura; ricerche archeologiche hanno messo in luce le tre piccole chiese bizantino, di cui è rimasto abside e altare. Ma già dall'inizio del III secolo Origene identificava il Tabor come il monte della Trasfigurazione.
"Gesù dunque prese con sé tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni, e li condusse su un alto monte, in un luogo solitario. Là, di fronte a loro, cambiò aspetto: il suo volto si fece splendente come il sole e i suoi abiti diventarono bianchissimi, come luce. Poi i discepoli videro anche Mosè e il profeta Elia: essi stavano accanto a Gesù e parlavano con lui. Allora Pietro disse a Gesù: Signore, è bello per noi stare qui. Se vuoi, preparerò tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia. Stava ancora parlando, quando apparve una nube luminosa che li avvolse con la sua ombra. Poi dalla nube venne una voce che diceva: Questi è il Figlio mio, che io amo. Io l'ho mandato. Ascoltatelo!" (Mt 17,1-9).
Dalla manifestazione al Giordano per il battesimo a qui, e da qui alla risurrezione, l'evangelista Marco in particolare scandisce due tempi uguali, forse un anno e mezzo; la Trasfigurazione è conferma della prima manifestazione e l'anticipo dell'ultima, definitiva manifestazione di Cristo glorioso e risorto. L'episodio è raccontato come visione da mosaico bizantino, dove ciò che contano sono i particolari: potrebbe essere il mosaico che sta nel catino dell'abside di questa basilica, che il sole d'estate viene a indorare verso il tramonto, o quello, più vivace, di Santa Caterina al Sinai.
Pietro, Giacomo e Giovanni avevano visto la risurrezione della figlia di Giairo a Cafarnao, saranno testimoni della sua agonia; ora si trovano in questo luogo solitario, dove Gesù, come al Getsemani, si sarà buttato in un colloquio intimo col Padre e quindi alla esperienza "mistica"; e come per Mosè, non solo il volto, ma tutta la persona emanava poi luce. Mosè ed Elia sono lì a dire che tutta la Bibbia finisce davanti a questa ultima Parola di Dio incarnata che diviene la definitiva rivelazione di Dio. La nube è segno di questa particolare presenza del divino, che poi si esprime con le parole del Padre: "Questi è mio figlio in un modo particolare e proprio".
Gesù aveva incominciato a parlare della sua passione; iniziava di qui, secondo Luca, la salita a Gerusalemme. Pietro ne era rimasto scandalizzato, e ne aveva ricevuto un forte rimprovero: "Vai via, lontano da me, Satana. Tu sei un ostacolo per me, perché ragioni come gli uomini, non come Dio" (Mt 16,21-23). Anzi, Gesù aveva calcato la mano: "Se qualcuno vuol venire con me, smetta di pensare a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Chi pensa soltanto a salvare la propria vita la perderà; chi invece è pronto a sacrificare la propria vita per me la ritroverà" (Mt 16,21-25).
Il destino di Cristo, come del suo discepolo, passa dalla passione e morte per arrivare alla risurrezione. Un paradigma di vita difficile da capire e accettare. Quei discepoli avevano bisogno di una prova; uno squarcio improvviso si apre davanti a loro, e, tolto il velo, appare il Cristo nel suo stadio finale, trasfigurato e glorioso accanto a Dio.
Pietro capirà solo alla fine cosa significasse quella esperienza che l'aveva tanto affascinato: "Non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: Questo è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Questa voce noi l'abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte" (2Pt 1,16-18).
E' la stessa esperienza di fede di cui anche noi abbiamo assoluto bisogno. Ed è la grazia che chiediamo in questa seconda Messa che celebriamo in Terra Santa, qui sul "santo monte". La certezza cioè che il nostro medesimo destino finale non è la sofferenza e la morte, ma il passo ulteriore, la risurrezione e la vita. Che anche la nostra vita cammina - per la "grazia" oggi e poi per la "gloria" - verso una progressiva trasfigurazione, o divinizzazione, così che alla fine "quel medesimo Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali, mediante il suo Spirito che abita in voi" (Rm 8, 11).
Nella preghiera dei fedeli tutti intervengono ricordando qualche loro sofferente di casa: Signore, dona loro l'intuizione di fede che li aiuti a passare il guado difficile della prova per giungere alla glorificazione e alla gioia con te, che vivi e regni col Padre nell'unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.
Ed è subito sera. Finito il tramonto veloce, tutta la valle di Esdrelon s'è accesa di luci. Passiamo davanti al piccolo villaggio di Nain: quattro case attorno a una cappella francescana sempre chiusa. Un giorno Gesù entrò nel villaggio e "incontrò un funerale: veniva portato alla sepoltura l'unico figlio di una vedova, e molti abitanti di quel villaggio erano con lei. Appena la vide, il Signore ne ebbe compassione e le disse: Non piangere. Poi si avvicinò alla bara e la toccò; quelli che la portavano si fermarono. Allora Gesù disse: Ragazzo, te lo dico io: alzati! - Il morto si alzò e cominciò a parlare. Gesù allora lo restituì a sua madre" (Lc 7,11-16). Qui a una madre distrutta Gesù restituisce il figlio; ai piedi del Tabor (cfr Mc 9,14-20) aveva restituito sano un figlio epilettico a suo padre disperato. La gente rimaneva incantata, e andava dicendo: "Dio è venuto a salvare il suo popolo" (Lc 7,16).
E' il sentimento che chiude anche questa nostra lunga giornata mentre rientriamo a Nazaret. Nasce spontaneo il bisogno di una preghiera. Cantiamo il Magnificat, pensando alla piccola fanciulla di Nazaret, per ringraziare Colui "che ha fatto grandi cose, e santo è il suo Nome".
... E fu sera. Terzo giorno.
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