Pellegrinaggio - diario di Terra Santa quinto capitolo


SALIAMO A GERUSALEMME
(prima parte)


"Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme" (Lc 9,51). Da metà vangelo in poi Luca ordina tutti i fatti e i detti di Gesù come una grande salita a Gerusalemme: è il vertice della sua missione, come del nostro pellegrinaggio. Salire a Gerusalemme era gioia e dovere di ogni Israelita nelle tre feste principali di Pasqua, Pentecoste, Tabernacoli; per questi pellegrinaggi il libro dei Salmi ha una piccola raccolta di canti, dal 120 al 134, detti "Salmi ascensionali".

Anche noi oggi potremo finalmente cantare: "E ora stanno i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme! " (Sal 121). Ci sentiamo gli ultimi, ma non meno entusiasti, fra quei milioni di pellegrini, antichi e nuovi, che a questa città vengono a vedere il loro "registro" di cittadinanza, dove sta scritto: "Là costui è nato, perché di Sion si dirà: Ogni popolo ha qui la sua patria; e si canterà danzando: sono in te tutte le mie sorgenti" (Sal 86).

Attraverso la Samaria

Per i Galilei due erano gli itinerari per Gerusalemme: o la carovaniera dei monti, o la strada del Giordano. Per la prima c'erano difficoltà coi Samaritani: "Si sa che i Giudei non hanno buoni rapporti con i Samaritani" (Gv 4,9); "Gli abitanti di quel villaggio di Samaritani non vollero accogliere Gesù perché stava andando a Gerusalemme" (Lc 9,53). La seconda usciva dalla valle di Esdrelon a Bet-Shean; scendeva tutta la valle del Giordano fino a Gerico; e di qui, con un balzo di 1200 metri di dislivello saliva a Gerusalemme. Era normalmente questo l'itinerario: passava a fianco dei monti di Gelboe, dove Saul era stato ucciso dai Filistei, e con lui il figlio Gionata, tanto caro a Davide, che ne fece lamento in una elegia (2Sam 1,17-27). Una sorgente abbondante esce da queste montagne, detta di Gedeone, alla quale si dissetarono e furono scelti i trecento prodi che sconfissero i Madianiti (Gdc 7).Bet-Shean è una delle più antiche città di questo paese: era la porta dell'oriente verso la fertile vallata di Esdrelon. Svolse anche un grande ruolo per tutta la Galilea durante l'epoca bizantina, quando si chiamava Scitopoli; vi soggiornò a metà del IV secolo sant'Eusebio di Vercelli, in esilio, e di qui portò in occidente l'esperienza del monachesimo orientale influenzando molto anche sant'Ambrogio.

La strada poi costeggiava, a ovest e a est, il fiume Giordano. Oggi il fiume è confine tra Israele e Giordania.

Partiamo presto da Nazaret per scendere nella vallata di Esdrelon. Il nome le deriva da Yizre'el, dove Acab aveva la sua residenza: qui Gezabele usurpò la vigna di Nabot, attirando la maledizione di Elia sulla sua dinastia (1Re 21). Lo stesso Acab aveva una fortezza che controllava a sud l'entrata nella valle sulla "Via Maris": era la fortezza di Meghiddo.

La visita ancor oggi è interessante. Nel museo che raccoglie reperti e un plastico storico ci si parano davanti venti secoli di vicende di guerre e di civiltà: dall'altare cananeo del diametro di cinque metri, al canale sotterraneo per rifornirsi d'acqua, ai resti delle stalle militari per cavalli, alle porte a tenaglia, ai silos per le derrate, e ai "cocci" di una biblioteca nella quale si sono trovati testi babilonesi cuneiformi. La valle è abitata da antichissima epoca ed è oggi ancora il principale granaio di Israele.

Attraversiamo Afùla, cittadina ebraica che commercializza i prodotti agricoli della valle, e scendiamo a sud per la dorsale centrale. Chiudono a sud la vallata - che intanto dalla intensa coltura dei kibbutzim è passata alla più domestica coltivazione degli Arabi della Cisgiordania - le prime colline della Samaria. Sta a guardia d'una gola di transito il villaggio tutto arabo di Genin: qui una tradizione recente colloca l'episodio dei dieci lebbrosi.

"Mentre andava verso Gerusalemme, Gesù passò attraverso la Galilea e la Samaria. Entrò in un villaggio e gli vennero incontro dieci lebbrosi. Questi si fermarono a una certa distanza e ad alta voce dissero a Gesù: "Gesù, Signore, abbi pietà di noi!". Appena li vide, Gesù disse: "Andate dai sacerdoti e presentatevi a loro!". Quelli andarono, e mentre camminavano, improvvisamente furono guariti tutti. Uno di loro, appena si accorse di essere guarito, tornò indietro e lodava Dio con tutta la voce che aveva. Poi si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Gesù allora osservò: "Quei dieci lebbrosi sono stati guariti tutti! Dove sono gli altri nove? Perché non sono tornati indietro a ringraziare Dio? Nessuno lo ha fatto, eccetto quest'uomo che è straniero". Poi Gesù gli disse: "Alzati e va'! La tua fede ti ha salvato"" (Lc 17,11-19).

Siamo già in Samaria, e Gesù non manca di mettere in luce, con una punta polemica contro i pii giudei, la maggior disponibilità al Regno di questi "stranieri" disprezzati. Tra poco incontreremo la Samaritana. Questi Samaritani erano considerati "bastardi" da quando, distrutta Samaria nel 721, deportati gli abitanti, gli Assiri avevano immesso in questi territori coloni pagani. Sentitisi emarginati da Gerusalemme, costruirono sul monte Garizim, sopra la piana di Sichem, un loro centro di culto, distinto dal tempio di Gerusalemme. Religiosamente quindi sono scismatici. Di qui anche la loro ostilità verso chi andava in pellegrinaggio a Gerusalemme.

Dopo Genin il paesaggio si riapre ad ampie vallate: siamo a Dotan, con sorgente, la cui acqua è raccolta in una cisterna. Viene ambientata qui la storia di Giuseppe venduto dai fratelli (Gn 37ss), una stupenda vicenda sapienziale che mette in luce la provvidenza sorprendente di Dio: egli non abbandona mai il giusto che confida in lui.

Appena più avanti è collocata l'antica Betulia, dove è ambientato il racconto di Giuditta e Oloferne (Gdt 7). E, ormai tra alte colline, giungiamo a Sebastieh, l'antica città di Samaria, capitale del Regno di Israele. E' lì, su un colle centrale, che Omri la fondò a metà del IX secolo come sua capitale (1Re 16,24). Con Acab e Gezabele divenne città ricca, di lusso, di vizi e di idolatria, tanto da provocare lo zelo ardente di Elia e le condanne violente della predicazione di Amos e di Osea. Ora è là come un mucchio di sassi al sole, distrutta dagli Assiri, come aveva predetto il profeta Michea: "Ridurrò - dice il Signore - Samaria a un mucchio di rovine, a un terreno arido per piantare una vigna. Arriverò fino alle sue fondamenta, farò rotolare le sue pietre verso il fondovalle ... " (Mi 1,6).

E' impressionante essere sul luogo a leggere queste parole: grandi palazzi, vita spensierata... come la descriveva con sarcasmo il profeta Amos: "Ascoltate queste parole, o vacche di Basan, che siete sui monti di Samaria, che opprimete i deboli e schiacciate i poveri, e dite ai vostri mariti: Porta qua, beviamo! Guai a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria. Sdraiati su letti d'avorio e divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell'arpa, si pareggiano a Davide negli strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe, e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l'orgia dei buontemponi" (Am 4,6).

Samaria risorgerà nuova con Erode, come città romana col nome di Sebaste ("Augusto"); di questo periodo sono rimasti resti del foro, la basilica, il teatro, e un bel tratto di strada lastricata, con portici e botteghe. Dal libro degli Atti sappiamo che il cristianesimo si diffuse ben presto qui, dove operò il diacono Filippo (At 8).

A Sichem

Il paesaggio è già tutto cambiato: siamo in montagna, la strada si inerpica per giravolte fino a passi che immettono in altre vallate circondate da altri monti, legate da altri passi verso altre vallate... Sul fondo si aprono radure coltivate a cereali; a metà costa è tutta una serie di terrazze con olivi ben curati; in cima ai colli, lindi villaggi arabi appollaiati attorno al minareto.

Nablus è la capitale di questa regione tutta palestinese; è una grossa città costruita da Tito per dar casa ai legionari romani che nel 70 avevano conquistato Gerusalemme. Vi si sviluppò presto il cristianesimo: è patria, all'inizio del II secolo, di san Giustino, polemista antigiudaico. La città finisce tra due monti, l'Ebal e il Garizim, per aprirsi in ampia spianata dove era l'antica Sichem. Il tell che è rimasto ci parla di mura, e di un tempio.

E' uno dei luoghi più ricordati nella Bibbia: Abramo vi pose il suo primo altare (Gn 12,6-7), quando nel lontano XVIII secolo a.C. venne dal nord della Siria, scese al Giordano, per salire fin qui attraverso Wadi Fara, la stupenda vallata che si apre a est e che ancor oggi noi chiamiamo "la valle dei patriarchi". A Sichem Giacobbe acquistò un terreno, vi scavò un pozzo ed eresse un altare (Gn 33). Qui, dopo un anno dall'ingresso nella Terra Promessa, Giosuè fece rinnovare l'alleanza sinaitica a tutto il popolo venuto dall'Esodo (Gs 24). Qui ancora è la tomba venerata di Giuseppe, il patriarca riportato dall'Egitto. Col prevalere dei contrasti tra Giudei e Samaritani, prese sempre più importanza il monte Garizim, alto 900 m, dove dal IV secolo si era costruito un tempio in antitesi a quello di Gerusalemme.

Un giorno "Gesù lasciò la Giudea e si diresse verso la Galilea; perciò doveva attraversare la Samaria. Così arrivò alla città di Sicar. Li vicino c'era il campo che anticamente Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe, e c'era anche il pozzo di Giacobbe. Gesù era stanco di camminare e si fermò, seduto sul pozzo. Era circa mezzogiorno" (Gv 4,3-6).

Siamo giunti proprio qui per questo pozzo e la sua acqua che zampilla fino alla vita eterna. Ci accoglie il volto sorridente di un giovane monaco; una grande chiesa, mai finita, senza copertura, circonda una cripta antica che racchiude il pozzo. Già all'epoca bizantina qui c'era una chiesa a croce greca; i Crociati ne costruirono una a tre navate; l'attuale è rimasta a metà per le vicende della prima guerra mondiale, e forse per i mancati finanziamento degli zar all'insorgere della rivoluzione bolscevica.

"Intanto una donna di Samaria viene al pozzo a prendere acqua. Gesù le dice: "Dammi da bere". Risponde la donna: "Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me che sono una donna samaritana?". Gesù le rispose: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva"". Si apre il lungo dialogo che segna l'itinerario interiore di ogni uomo che incontra Cristo: dall'atteggiamento di supponenza e autosufficienza ("Signore, tu non hai un secchio, e il pozzo è profondo"), a una disponibilità sempre più piena quando è colta nelle sue profonde delusioni interiori ("E' vero che non hai marito. Ne hai avuti cinque, di mariti, e l'uomo che ora hai non è tuo marito"), fino a riconoscerlo profeta, Messia ("Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?"), a divenirne fervente missionaria ("Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna"), e, insieme a tutta la città, accoglierlo come Salvatore ("perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo").

Mi siedo anch'io sul bordo del pozzo, profondo 32 metri. Gesù è ancora qui - sull'altare di questa chiesetta ortodossa - ad aspettarmi. E prego.

Signore, io ho sete!

Signore, io ho sete! A mezzogiorno della mia vita tu ti sei seduto stanco ad attendermi sul pozzo di quell'acqua che zampilla fino alla vita eterna. Finalmente, dirai!

No, non conosco quest'acqua! Il mio palato è abituato al sapore di altre acque - dolci, non lo posso negare - ma che fanno venire più sete di prima. Il peccato chiama peccato: e alla fine appiattisce ogni gusto. Forse abbiamo cisterne screpolate!

E poi, ce l'hai tu il secchio per attingere? Molti gridano che il tuo secchio non serve, che la fede è un narcotico per deboli, che la vita è altra cosa dalla messa festiva, che solo la lotta di classe, il progresso e il potere saziano le brame più vere! E il dubbio mi viene! Ho sete, Signore, ma non proprio di te!

O forse è un imbroglio! Ostento la mia sicurezza dinanzi alla gente, indifferenza e trasgressione tra gli amici; ma quando tu mi denudi fin nel fondo del cuore, mi scopro povero e vergognoso, insicuro e solo, bisognoso di tutto come un bambino. E' solo quando arrivo fin qui, che cerco un'altr'acqua, e ho sete!

"Se tu conoscessi il dono di Dio ... ", mi dici sospirando. E' vero, ho sempre avuto paura di te, come del vigile che multa e proibisce, come del giudice che condanna e punisce... Poco conosco di te come padre e fratello, sposo e Signore amante dell'uomo! Con volto forse sbagliato, ti ho più volte incontrato! Ho sete, dammi la tua acqua!

"Un'acqua che disseta per sempre ... ": lo credo, Signore! Almeno tu non sei sofisticato; non vendi acqua inquinata. Conosci e vuoi il bene dell'uomo, più di quanto egli sappia di sé! E non hai interessi: il tuo guadagno è l'uomo che viva, che riesca, che sia felice, della tua stessa infinità di gioia e di vita, per una libera scelta di comunione con te! Non lasciarmi mancare questa tua acqua!

E alla fine non la posso tenere per me. Troppi nella mia città attendono quest'acqua. Voglio correre loro incontro. Non pretendo che credano. Non è una grand'acqua la mia. Desidero che ascoltino solo l'invito, per arrivare fino a te! Sono persuaso che alla fine ti terranno ben gelosamente ospite nella loro città.

Signore, io ho sete: fa' che io presto non abbia più sete in eterno. Amen.

Un giorno Gesù gridò a gran voce in piedi nel tempio: "Se uno ha sete si avvicini a me, e chi ha fede in me beva! Come dice la Bibbia: da lui sgorgheranno fiumi d'acqua viva. Gesù diceva questo, pensando allo Spirito di Dio che i credenti avrebbero poi ricevuto" (Gv 7,37-39). E' pensando al dono dello Spirito Santo ricevuto al battesimo che attingiamo e beviamo l'acqua di questo pozzo, mentre lasciamo la cripta cantando: "L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?" (Sal 41).

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