Pellegrinaggio - diario di Terra Santa settimo capitolo


SALIAMO A GERUSALEMME
(terza parte)


Il saluto alla santa città

E siamo sul monte Scopus: dall'alto della collina nord la santa città cinta da alte mura è tutta stretta attorno alla spianata del tempio dove brilla la cupola d'oro della moschea di Omar, e, a ovest, attorno alla grande rotonda del Santo Sepolcro, cuore cristiano della vecchia città (old city). A sinistra la difende il monte degli Ulivi, a sud il monte detto del "cattivo consiglio", a ovest il colle occidentale è scavalcato ora da tutto il dilagare della città nuova che si adagia da ogni parte su ampie colline; sotto di noi la spaccatura del torrente Cedron con il Getsemani.
Il salmo 124 ha fermato in una immagine lirica questa posizione privilegiata di Gerusalemme, cinta da colli come braccia amorose che la difendono: "Gerusalemme, le montagne intorno a lei, il Signore intorno al suo popolo da ora e per sempre".
E' mezzogiorno: una luminosità venata di brezza mi accoglie mentre scendo a baciare la terra: Ancora una volta, Signore, sono qui! "Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia mano; la mia lingua si incolli al palato se non sei il mio continuo pensiero, il colmo della mia gioia, Gerusalemme" (Sal 136,5-6). In coro poi, con l'entusiasmo di fratelli che si ritrovano per una festa di famiglia, cantiamo il salmo 121: "Rallegrati, Gerusalemme, accogli i tuoi figli fra le tue mura. Esultai quando mi dissero: Andiamo alla casa del Signore. E ora stanno i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme! A lodare il nome del Signore, là sono salite le tribù, le tribù del Signore. Chiedete pace per Gerusalemme, sia sicuro chi ti ama, sia pace nelle tue mura. Rallegrati, Gerusalemme, accogli i tuoi figli fra le tue mura".
La pietra bianca con cui ogni casa è rivestita sembra coprire d'un velo luminoso tutta la città che si apre linda e spirituale a riflettere l'azzurro d'un cielo primaverile. "Come è dolce la tua casa, o Signore delle schiere! L'anima mia desidera e si strugge per gli atri del Signore. Anche l'uccello trova una casa, la rondine un suo nido, dove deponga i suoi piccoli, presso i tuoi altari" (Sal 83). Ci accoglie, alle pendici del monte Oliveto, un alberghetto modesto e familiare; sarà il punto d'appoggio delle visite di questi altri cinque giorni di pellegrinaggio al sud.

Alla piscina di Siloe

Il pomeriggio si apre con l'idea di un primo approccio alla città vecchia, e la visita al Cenacolo. Fa sempre impressione trovarsi sotto le mura di Solimano: chiudono da ogni parte la città alla quale si entra oggi per sette magnifiche porte. Lungo la parte est della spianata del tempio prospiciente il Cedron correva al tempo di Gesù il "portico di Salomone": da lì si contemplava tutto il monte degli Ulivi, e la strada che risalendone l'erta oltre Betania scendeva fino a Gerico. Siamo anche noi in questa valle, sotto il "pinnacolo del tempio": davanti l'orto degli Ulivi con la basilica del Getsemani; le "cipolle" dorate della chiesa di Santa Maria Maddalena, e attorno tutto il vasto cimitero ebraico che attende il giorno della risurrezione in questa che è nella tradizione popolare la "valle di Giosafat", o del giudizio finale. Scendiamo alla piscina di Siloe, davanti all'omonimo villaggio arabo pieno di voci e di bambini.
"Canminando, Gesù passò accanto a un uomo che era cieco fin dalla nascita". E' un altro dei "segni" riportati da Giovanni per presentare Gesù come "luce del mondo": "La luce vera che illumina ogni uomo, splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta" (Gv 1,5.9). "Poi Gesù sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e disse: "Va' a lavarti nella piscina di Siloe" (che significa "Inviato"). Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva" (Gv 9,1-41). Il cieco crede all'Inviato da Dio e acquista la vista; i farisei si ostinano a chiudere gli occhi sui fatti e le testimonianze di Gesù, e rimangono ciechi.
""Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi". Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: "Siamo forse ciechi anche noi?". Gesù rispose loro: "Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane"". Per questo Gesù, contro ogni orgoglio, soprattutto religioso, disse: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli" (Mt 5,3). Né con pregiudizi, né con paure, né tanto meno con manipolazione dei fatti ci si deve accostare a Cristo, ma con la sincerità e il realismo del cieco nato: "Da che mondo è mondo, non s'è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla".
Nel V secolo la piscina fu circondata da un quadriportico e i bizantini vi costruirono una chiesa a tre navate dedicata al "Salvatore Illuminatore", poi distrutta nel 614; con l'arrivo dei musulmani non se ne fece più niente. Oggi la visita è desolante: vi rimangono tronchi di colonne di quella basilica, in mezzo allo "scorrere lento dell'acqua di Siloe" (Is 8,6) che, attraverso un tunnel di 500 m scavato nella roccia dal re Ezechia nel 700 a.C. (2Cr 32,30), arriva dalla sorgente del Ghihon, posta all'esterno delle mura.
Anche noi scendiamo per toccare gli occhi con quell'acqua e invocare: "Signore, fa' che io veda!". La liturgia ci fa vivere l'episodio in quaresima come itinerario battesimale verso la Pasqua: il battesimo è la nostra "illuminazione". Nella grande festa delle Capanne una processione solenne portava l'acqua di qui fin su al tempio, e allora Gesù gridò: "Chi ha sete venga a me e beva" (Gv 7,37). Parlava dello Spirito Santo che appunto nel battesimo "i credenti in lui avrebbero ricevuto".

Al Gallicantu

Risaliamo per una ripida strada: qui correvano le mura occidentali della piccola antica "città di Davide", triangolo racchiuso tra l'attuale spianata del tempio, la valle del Cedron, e la punta alla piscina di Siloe. Siamo nel più antico nucleo della città. Giriamo a ovest per salire al "monte Sion", dove è posto il Cenacolo. Una previa sosta d'obbligo è alla chiesa del "Gallicantu", costruita a fianco di una scalinata d'epoca romana sulla quale ci fermiamo in lunga riflessione.
Qui era il quartiere residenziale nobile, e quindi certamente le case dei sommi sacerdoti Anna e Caifa; di Anna si diceva fosse il più ricco di Gerusalemme. Scavi recenti hanno messo in luce in diversi punti case patrizie con grandi sale e cortili lastricati, e scantinati a forma di carceri. Se ne sono trovate nel quartiere armeno più a nord, un cortile lastricato, subito a fianco della chiesa della Dormizione, nel cimitero armeno; e qui, sotto la chiesa del Gallicantu, dove in particolare dal IV secolo vi era una chiesa che ricordava il rinnegamento di Pietro, probabilmente proprio in casa di Caifa.
Di certo c'è questa scalinata, rimasta intatta dal tempo di Gesù: su questa scala, che congiungeva il quartiere alto ovest con il basso Cedron, Gesù sicuramente è passato scendendo il giovedì santo dopo l'ultima Cena per il Getsemani; e ne risalì già legato in mezzo agli uomini del Sinedrio che lo avevano arrestato per portarlo alla casa di Caifa. Era notte, una notte solenne di clima pasquale: non c'era in giro nessuno; in modo informale si raccolsero nella casa privata del Sommo Sacerdote un gruppo di Anziani e Sinedriti per l'interrogatorio e la decisione di morte. Poi Gesù fu consegnato fino al mattino ai soldati. Ma seguiamo il testo del Vangelo.
"Portarono Gesù alla casa del sommo sacerdote e là si riunirono i capi dei sacerdoti, i maestri della legge e le altre autorità. Pietro lo seguiva da lontano. Entrò anche nel cortile della casa e andò a sedersi in mezzo ai servi che si scaldavano vicino al fuoco. Intanto i capi dei sacerdoti e gli altri del tribunale cercavano una accusa contro Gesù per poterlo condannare a morte, ma non la trovavano. Molte persone infatti, portavano false accuse contro Gesù, ma dicevano uno il contrario dell'altro. Infine si alzarono alcuni con un'altra accusa falsa. Dicevano: "Noi l'abbiamo sentito dire: io distruggerò questo tempio fatto dagli uomini e in tre giorni ne costruirò un altro non fatto dagli uomini". Ma anche su questo punto quelli che parlavano non erano d'accordo. Allora si alzò il sommo sacerdote e interrogò Gesù: "Non rispondi nulla? Che cosa sono queste accuse contro di te?". Ma Gesù rimaneva zitto e non rispondeva nulla. Il sommo sacerdote gli fece ancora una domanda: "Sei tu il Messia, il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?". Gesù rispose: "Sì, sono io. E voi vedrete il Figlio dell'uomo seduto accanto a Dio Onnipotente. Egli verrà tra le nubi del cielo!". Allora il sommo sacerdote, scandalizzato, si strappò la veste e disse: "Non c'è più bisogno di testimoni ormai! Avete sentito le sue bestemmie. Qual è il vostro parere?". E tutti decisero che Gesù doveva essere condannato a morte. Alcuni dei presenti cominciarono a sputargli addosso. Gli coprirono la faccia, poi gli davano pugni e gli dicevano: "Indovina chi è stato! ". Anche le guardie lo prendevano a schiaffi" (Mc 14,53-65).
Siamo al momento ufficiale: Gesù si dichiara Messia, Figlio di, Dio. Era bestemmia inconcepibile per i Giudei, che si aspettavano un Messia trionfante scendere dal cielo! "E' reo di morte!". Ancor oggi lo scandalo che contraddistingue i cristiani rispetto ai pagani è questo: credere che Gesù di Nazaret è non soltanto un profeta o un grande umanitarista, ma Dio stesso apparso come salvatore decisivo per l'umanità.
"Pietro intanto era ancora giù nel cortile a scaldarsi. A un certo punto passò di là una serva del sommo sacerdote, lo vide, lo osservò bene e disse: "Anche tu stavi con quell'uomo di Nazaret, con Gesù". Ma Pietro negò e disse: "Non so proprio che cosa vuoi dire, non ti capisco". Poi se ne andò fuori dal cortile, nell'ingresso (e intanto il gallo cantò). Quella serva lo vide e di nuovo cominciò a dire alle persone vicine: "Anche lui è uno di quelli!". Ma Pietro negò di nuovo. Poco dopo alcuni dei presenti gli dissero ancora: "Certamente tu sei uno di quelli, perché vieni dalla Galilea". Ma Pietro cominciò a giurare e a spergiurare che non era vero: "Io neppure lo conosco quell'uomo che voi dite". Subito dopo un gallo cantò per la seconda volta. In quel momento Pietro si ricordò di ciò che gli aveva detto Gesù: Prima che il gallo abbia cantato due volte, già tre volte tu avrai dichiarato che non mi conosci. Allora scappò via e si mise a piangere" (Mc 14,66-72).
Su quel pianto di Pietro cala un lungo silenzio di meditazione e preghiera.

Al Cenacolo

Il "monte Sion" nella tradizione biblica era l'antica collina orientale, sede del tempio; passò poi a significare l'intera città santa come centro del regno messianico. I primi cristiani, che ebbero coscienza di essere il nuovo e vero Israele, chiamarono Sion questa parte sud del colle occidentale, luogo delle loro prime riunioni proprio qui al Cenacolo. La Chiesa è nata qui: dall'Eucaristia, dall'istituzione del sacerdozio, dal comandamento dell'amore con la lavanda dei piedi; con l'apparizione di Gesù risorto; con l'effusione dello Spirito Santo.
Qui - identificata forse con le attuali mura della "tomba di Davide" proprio sotto il Cenacolo - era la prima chiesa-sinagoga di questi apostoli giudeo-cristiani. Epifanio attesta che non fu toccato niente al tempo della distruzione di Gerusalemme nel 70. Il vescovo Giovanni II alla fine del IV secolo vi costruì la basilica chiamata "Santa Sion", madre di tutte le chiese. Distrutta nel 614 dai Persiani, non risorse gloriosa se non al tempo Crociato, con una grandiosa chiesa che a sud conservava la "sala superiore" e a nord il ricordo della casa della Madonna (attuale chiesa della Dormizione). Distrutta dopo i Crociati, si attese l'arrivo dei Francescani (1335) che qui fecero il loro primo convento; ristrutturarono il Cenacolo in stile gotico, ed è quello che ancor oggi è rimasto visibile!
E' sicuramente il luogo più sacro per noi cristiani; ed è il luogo più squallido che veniamo a visitare. Recentemente, su pressioni internazionali e per iniziativa italiana si è ripulito e sistemato; ma fino a poco tempo fa era completamente abbandonato a venti, gatti, con finestre slabbrate... Paolo VI quando venne, nel '64, non poté che inginocchiarsi a pregare e a piangere. Non è possibile nessun atto di culto. Unico segno cristiano rimasto è un capitello grazioso, del tempo crociato, che raffigura il pellicano, simbolo di Cristo che dà la vita per i suoi.
Questo Cenacolo probabilmente era la casa di Marco, l'evangelista (At 12,12), dove si raccoglieva la Chiesa primitiva (At 1,12-26). A questa casa Gesù chiese di celebrare la sua ultima cena. "Il primo giorno degli Azimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli domandarono a Gesù: "Dove vuoi che andiamo a prepararti la cena di Pasqua?". Gesù mandò due discepoli con queste istruzioni: "Andate in città. Là incontrerete un uomo che porta una brocca d'acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà e li parlate con il padrone. Gli direte: Il Maestro desidera fare la cena pasquale con i suoi discepoli, e ti chiede la sala. Allora egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala già pronta con i tappeti. In quella sala preparate per noi la cena". I discepoli partirono e andarono in città. Trovarono tutto come Gesù aveva detto e prepararono la cena pasquale. Quando fu sera venne con i dodici discepoli" (Mc 14,12-17).
"Allora si alzò da tavola, si tolse la veste e si legò un asciugamano intorno ai fianchi, versò l'acqua in un catino, e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli. Poi li asciugava con il panno che aveva intorno ai fianchi... Terminato di lavare i piedi ai discepoli, riprese la sua veste e si mise di nuovo a tavola. Poi disse: "Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene perché lo sono. Dunque, se io, Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Io vi ho dato un esempio perché facciate anche voi come ho fatto io" (Gv 13,4-15).
Era un segno di quel che stava per fare: servire e amare i suoi fratelli fino al dono della sua vita in croce. E perché di questo dono di sé rimanesse memoria lungo i secoli compì un gesto significativo ed efficace: "Mentre stava mangiando, Gesù prese il pane, fece la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai discepoli e disse: "Prendete, questo è il mio corpo" - Poi prese la coppa del vino, fece la preghiera di ringraziamento, la diede ai discepoli e tutti ne bevvero. Gesù disse: "Questo è il mio sangue, offerto per tutti gli uomini. Con questo sangue Dio conferma la sua Alleanza"" (Mc 14,22-24). Come a dire: la mia vita sarà spezzata sulla croce come questo pane, e il mio sangue, come quello d'un agnello, sarà sparso per la purificazione di tutti; mangiatene e bevetene, cioè approfittate di questo gesto salvifico, perché questo dell'Eucaristia inizia, richiama, contiene e comunica, come in una sintesi, quell'atto che compirò domani in croce.
Sarà un dono di sé, perché ormai si è arrivati al vertice della comunicazione di Dio agli uomini: Gesù lo spiega nei lunghi colloqui registrati nei capitoli 14-17 del Vangelo di Giovanni. Si tratta di una comunione piena di vita tra Cristo e i suoi, tramite il dono dello Spirito Santo. La sua partenza, cioè la sua morte, è solo un andare al Padre, presso il quale sarà glorificato e preparerà un posto (Gv 14,2-3): "Io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno" (Lc 22,29-30). Ma poi ritornerà, con la risurrezione, per stare sempre con i suoi. Questo stare sarà molto personalizzato attraverso il dono del Paraclito: "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi sempre... Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi" (Gv 14,16-18). Sarà una dimora di Dio nel cuore del credente: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23).
Gesù a questo punto si preoccupa di definire ulteriormente questo legame: è l'immagine della vite e dei tralci, con la quale dice tutta l'immanenza attiva della vitalità divina nella esperienza del credente (Gv 15, 1 ss): lui, Gesù, è la vite buona che fa frutti; solo chi è legato a lui può fare altrettanti frutti buoni: "Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto" (Gv 15,5). Il frutto primo è l'amore, che è sostanza della vitalità divina: "Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore... Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi" (Gv 15,9-10.12). In contrapposizione a una vita d'amore, sta l'odio del mondo: "Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me" (Gv 15,18).
Lo stile di Cristo e del cristiano dà fastidio al mondo. Ma non si spaventino: "Io ho vinto il mondo" (Gv 16,33). In questa somma intimità del Cenacolo Gesù conclude con una lunga preghiera per la sua Chiesa, per quanti si aggregheranno ad essa lungo i secoli, perché alla fine tutti raggiungano l'unità nel focolare stesso del Padre da cui Gesù era partito per la sua missione. "Padre, voglio che dove sono io siano anch'essi con me, perché contemplino la mia gloria che tu mi hai dato, perché mi hai amato prima della creazione del mondo. Che tutti siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola, io in essi e tu in me" (Gv 17,20-24).
Non è facile richiamare e caricarci di tutta la concentrazione misterica che possiede il Cenacolo. Durante la Messa che celebriamo presso la cappella francescana attigua alla sala antica, riprendiamo il tema della Cena, della tavola, simbolo della intimità e comunione di vita a cui Dio chiama ogni uomo. Un giorno, in casa Trinità, si tenne consiglio di famiglia e si decise: Aggiungi un posto a tavola!... E si creò l'uomo perché divenisse membro di casa. Gesù qui, da quest'ultima cena, ha dato l'appuntamento: "D'ora in poi non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio" (Mt 26,29).
Per questo ripeteva: "Vado a prepararvi un posto... perché siate anche voi dove sono io" (Gv 14,24); un posto proprio fantastico, cioè a cena da Dio, e lui nostro inserviente: "Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli" (Lc 12,37). Per questo lungo la storia - dal banchetto dell'Esodo al banchetto Eucaristico - Dio ha seminato degli appuntamenti a cena con lui perché ogni uomo crescesse in una sempre più profonda comunione con Dio, fino al giorno del banchetto definitivo - un banchetto di nozze del figlio del re (Mt 22,1-14) - della glorificazione eterna: "Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3,20).
Purtroppo in quel cenacolo c'era anche Giuda; la tentazione, se non proprio di tradirlo, di rimanere indifferenti all'intimità divina è il peccato che tutti abbiamo riconosciuto all'inizio di questa Messa tanto ricca di idee e di emozioni. La paura è proprio quella di non corrispondere pienamente alla proposta tanto grande di Dio, o di non capirla ...! Allora ricorriamo all'altro evento capitato qui: anche i discepoli, dopo la risurrezione di Gesù e la sua ascensione, erano qui raccolti, pieni di paura, perché avevano capito poco di tutte le grandi cose che erano accadute e di cui erano stati protagonisti. Finché venne lo Spirito Santo, e tutto divenne chiaro, e la loro vita fu trasformata.
Gesù ne aveva parlato a lungo in quei discorsi d'addio: sarà lo Spirito Santo a condurvi "alla verità tutta intera" (Gv 16,13), a conferire il potere di perdonare i peccati (Gv 20,19-23), a giudicare il mondo rendendo testimonianza alla sua opera, a dare la forza di fronte alle persecuzioni. Quel giorno di Pentecoste (At 2,1ss) fu l'inizio della Chiesa: partita dal Cenacolo per significare che questo luogo dell'Eucaristia e dello Spirito Santo ne sarebbe stato la sorgente e l'unica risorsa per tutti i secoli.
Non ci si vorrebbe mai staccare di qui: l'accoglienza dei Francescani è cordialissima. Hanno nella loro cappella un bronzo moderno raffigurante Maria, parte viva della vita del Cenacolo (At 1,14): proprio qui vicino la tradizione antica poneva la sua casa. Chiediamo a lei di tenerci uniti, come ogni madre fa coi figli, nell'unico Cenacolo di Cristo, invocandola con il canto "Madre della Chiesa".

Shabbath

Usciamo assorti e trasfigurati da questa lunga meditazione, e già imbruna! E' tramonto di venerdì, e quindi l'inizio del sabato festivo per gli Ebrei. L'appuntamento a Gerusalemme è d'obbligo: tutti al "Muro Occidentale" (o muro del pianto). Entriamo nella città vecchia per la "porta di Sion", attraversiamo il rinnovato quartiere ebraico.
E' un incanto: razionalità sposata a finezza di linee, lindore unito a tocchi di verde, spazi di socializzazione mescolati ad angoli di raccolta intimità, recupero in funzione culturale e al tempo stesso ornamentale di tutti i reperti storici di questa che era la collina occidentale abitata già al tempo dei Re. Spicca lo spazio dato al "Cardo maximus", l'asse centrale sul quale nel 135 Adriano aveva ristrutturato Gerusalemme in città romana. Su questa via principale - a doppio colonnato - si aprivano le botteghe; da quelle rimaste dal Medioevo si sono ricavate oggi moderne boutiques.
Attraversiamo la piazzetta centrale allietata dall'allegro rincorrersi dei bambini, a fianco della più antica sinagoga del quartiere, ormai diroccata, coronata da un arco di venerazione. Scendiamo veloci per scalette e piccoli vicoli che muovono tutto il quartiere fino al grande piazzale davanti al "muro sacro". Si sono accese le prime luci: è ormai iniziato il sabato; l'ultimo sole indora la cupola della moschea di Omar. Il "muro occidentale" è la parete-terrapieno di sostegno della spianata del tempio fatto da Erode.
Dopo che gli Ebrei persero il tempio con la distruzione del 70 d.C. e la loro dispersione ad opera di Adriano nel 135, non rimase che questo piccolo angolo di muro, il più vicino al luogo dove era il tempio, appunto dove ora troneggia la moschea di Omar. Divenne il loro luogo più sacro dove raccogliersi a pregare Iahvè perché restituisca vita e prestigio al suo popolo. Frotte di Ebrei ortodossi osservanti giungono da ogni parte della città: sono famiglie intere, coi bambini, tutti vestiti degli abiti solenni della festa religiosa, con fogge diverse a seconda delle tradizioni di famiglia più antiche: chi in nero, chi in grigio, chi a righe verticali, chi coi cappelli a pelo, i bambini coi ricciolini, gli uomini con i loro cappotti e giacconi coi fílatteri...
Si lavano le mani e poi vanno a baciare il Muro, prendono il loro libro di preghiera, si mettono in gruppo e pregano e cantano Salmi e il Cantico dei cantici. Qualcuno si distacca e in disparte, agitandosi con grande fede con tutto il corpo, apre il suo cuore con personale confidenza a Iahvè, lasciando a volte i bigliettini delle sue richieste negli anfratti del muro antico di epoca erodiana. Le donne vanno in un settore a parte, portano il capo coperto da un foulard, e più degli uomini sembrano confidare a Dio pene e problemi.
All'improvviso si sente un canto ritmato: scendono dalle varie sinagoghe e scuole del quartiere ebraico più di cento giovani in processione cantando e danzando: è uno spettacolo commovente! La gioia del sentirsi figli di Dio, dell'appartenere al suo popolo, partecipi della sua Alleanza e delle Promesse... Come fanno invidia, se li confrontiamo col poco orgoglio che i nostri giovani dimostrano di una eredità ben più grande, precisa e documentata quale è il nostro essere Chiesa di quel Messia che qui tra gli Ebrei è ancora soltanto atteso!

Ormai si è fatto buio, risaliamo per il quartiere ebraico; dopo la preghiera al "Muro" le famiglie si raccolgono in casa per la cena solenne del giorno festivo, quasi una piccola Pasqua settimanale. La donna di casa ha già preparato nel pomeriggio la cena e anche il pasto del giorno dopo per osservare al massimo il riposo del sabato, che deve essere tutto dedicato al Signore e alla intimità familiare. Domani ogni pio giudeo avrà almeno due ore di lettura della Bibbia, da solo, coi figli o con i suoi confratelli di fede alla sinagoga. Farà un'altra visita al Muro o alla sinagoga, e passerà il pomeriggio facendo una passeggiatina a piedi con i familiari per godere in pieno del colloquio coi figli. Quanto abbiamo da ricuperare noi cristiani per la santificazione della domenica, dopo che è stata paganizzata da un vuoto e chiassoso gusto di fare semplicemente week-end!
E' una giornata che non sembra mai finire. Dall'alto del minareto intanto - attraversiamo un pezzetto di suk arabo ormai tutto chiuso - il muezzin chiama alla preghiera serale e al riposo. Ne abbiamo bisogno anche noi, per raccogliere e appuntare le molteplici impressioni di una giornata che è partita questa mattina presto da Nazaret e che finisce ora su una città tutta luci e ultimi sussulti di vita prima del riposo. Le mura di Solimano sono illuminate da enormi fari che le rendono di un color arancione vivace, come quinte di uno spettacolo secolare; la porta di Damasco rigurgita ancora di andirivieni, di piccoli venditori, di donne sedute sui marciapiedi a finire le scorte di verdura portata dai villaggi al mattino.
Dopo il tramonto Gerusalemme vibra di brezza, d'un cielo azzurro sempre più cupo, di stelle a portata di mano. Dopo l'ultimo richiamo del muezzin (un'ora dopo il tramonto), tutto si placa. Domani un altro cammino ci aspetta, un ulteriore tuffo nel mistero di questa città che ad ogni suo angolo ha molto da dire alla nostra vita.

... è notte! Quarto giorno!

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