Pellegrinaggio - diario di Terra Santa nono capitolo


GERUSALEMME CRISTIANA
(seconda parte)


Getsemani

Lasciamo questo angolo tra i più suggestivi dell'Oliveto come panorama, per scendere al Getsemani. La stradetta corre tra due muriccioli: da una parte il monastero russo di S. Maria Maddalena, una costruzione singolare coronata di cuspidi dorate che spiccano sul cielo azzurro entro alti cipressi e sempreverdi; dall'altro le ultime tombe del cimitero giudaico - ora si vedono bene: ogni tomba invece che crisantemi ha delle piccole pietre, segno di vita! - e poi l'abside della moderna basilica dell'Agonia.
Siamo in uno dei luoghi più documentati nella storia, archeologicamente e letterariamente tra i più intensi e precisi anche nelle pagine evangeliche. Il Getsemani, al momento della passione di Gesù, era un podere con olivi ai piedi del monte degli Ulivi, appena attraversato il torrente Cedron. All'inizio del podere si trovava una grotta di riparo per gli attrezzi, entro la quale vi era un "frantoio per le olive" (tale è il significato di Getsemani) - Qui Gesù veniva spesso, "come al solito" (Lc 22,39). "Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli" (Gv 18,2).
Probabilmente era proprietà di qualche famiglia amica, perché fin dall'inizio fu frequentato dalla comunità cristiana che lo trasformò in chiesa rupestre. La grotta è del tutto naturale, e rimasta tale e quale da allora, segnata con molti graffiti e disegni devozionali. Il pavimento musivo fu rovinato nel V-VI secolo quando i cristiani vi vollero collocare loro tombe. E' detta grotta degli Apostoli e del bacio di Giuda.
Seguiamo il Vangelo di Marco, il più realistico e drammatico: "Intanto raggiunsero un luogo detto Getsemani. Gesù disse ai suoi discepoli: "Restate qui, mentre io pregherò". Si fece accompagnare da Pietro, Giacomo e Giovanni. Poi cominciò ad aver paura e angoscia, e disse ai tre discepoli: "Una tristezza mortale mi opprime. Fermatevi qui e state svegli"" (Mc 14,32-35). E' tutto il dramma psicologico di un uomo di fronte all'imminente ingiustizia e tragedia che prevede lucidamente: vi si sente come schiacciato! "Mentre andava più avanti, cadeva a terra", quasi barcolla sotto il peso e non sa reggersi, "e pregava. Chiedeva a Dio, se era possibile, di evitare quel terribile momento. Diceva: Abbà, Padre mio, tu puoi tutto. Allontana da me questo calice di dolore!" (Mc 14,35-36).
E' un dialogo sconvolgente e al tempo stesso confidente col Padre, col suo "babbo", al quale grida la paura e la fiducia, come di un bambino impotente. In sostanza dice: non me la sento, se devi salvare il mondo, fallo senza di me! E' il vertice della tentazione, quando Dio diventa esigente e totalitario. Gesù ha voluto arrivare fin qui! Ma - questo è il punto - il grido d'angoscia e d'impotenza non è chiuso in se stesso, è in dialogo di fiducia e di abbandono al Padre: è nella preghiera che si risolve! "Però, non fare quel che voglio io, ma quello che vuoi tu". Nello scontro (Luca usa il termine "agonia", da "agone atletico", fino a sudare sangue: "Entrato in agonia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra": 22,44) prevale non l'orgoglio dell'uomo: "Mi spezzo ma non mi piego", ma l'affidamento leale in colui che è più grande e vuole sinceramente e sicuramente, anche se "assurdamente" secondo noi, il nostro bene. La preghiera è la confidenza di chi ha fiducia, nonostante tutto. Per questo Gesù qui raccomandò: "State svegli e pregate per resistere nel momento della prova; lo spirito è pronto, ma la carne è debole" (Mc 14,38).
La scena, accuratamente descritta nei suoi risvolti interiori dagli evangelisti, si svolge a due tratti più in là della grotta su menzionata. "Egli disse: "Restate qui mentre io vado là a pregare". Si fece accompagnare da Pietro e dai due figli di Zebedeo" (Mt 26,36-37); poi "andò un po' avanti, si gettò con la faccia a terra e si mise a pregare" (Mt 26,39).
Proprio su questo posto, su una roccia ricuperata nei recenti scavi dalla prima basilica bizantina che l'aveva già posta al centro della devozione, è sorta l'attuale basilica "dell'Agonia". Fu Teodosio (379-393) a costruire qui la prima chiesa, distrutta poi dai Persiani; era ricordata dai pellegrini come la "chiesa elegante"; ne rimangono mosaici, ripresi, come disegno, nell'attuale pavimento. I Crociati ne costruirono un'altra, con asse un po' spostato a sud; distrutta anche quella, non rimase che un grande olivo venerato per secoli. Ora, attorno alla basilica sono raccolti nel recinto francescano dei vecchissimi ulivi. Danno l'idea di quel che fosse l'orto al tempo di Gesù; ma le recenti analisi archeologiche del P. Corbo gli fanno dichiarare: "Dobbiamo datare i venerandi olivi a un'epoca posteriore a quella delle Crociate".
La basilica contiene mosaici per la contemplazione e la preghiera, tutta avvolta da una luce filtrata da alabastro color violetto. Il vangelo ricorda il sonno, l'indifferenza e la fuga dei discepoli: "Così non avete potuto vegliare con me nemmeno un'ora?" (Mt 26,40); "Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono" (Mt 26,56); anche se per loro Gesù si preoccupa sino alla fine: "Se cercate me, lasciate che gli altri se ne vadano" (Gv 17,8). Poi ricorda l'arrivo degli uomini "armati di spade e bastoni" con Giuda: "Il traditore si era messo d'accordo con loro. Aveva stabilito un segno e aveva detto: "Quello che bacerò è lui. Voi prendetelo e portatelo via con decisione". Subito Giuda si avvicinò a Gesù e disse: "Maestro!". Poi lo baciò" (Mc 14,44-45). Sottolinea la non violenza di Gesù: "Quelli che erano con Gesù, appena si accorsero di ciò che stava per accadere, dissero: "Signore, usiamo la spada?". E in quel momento uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro. Ma Gesù intervenne e disse: "Non fate così! Basta!"" (Lc 22,49-5 1).
E soprattutto, dopo la sofferta decisione, la coscienza sempre più matura di Gesù di andare ormai liberamente e con coraggio verso la "sua ora": "Gesù sapeva tutto quello che stava per accadergli. Perciò si fece avanti e disse: "Chi cercate?". Risposero: "Gesù di Nazaret!". Egli dichiarò: "Sono io!". Appena Gesù disse: Sono io, quelli fecero un passo indietro e caddero a terra" (Gv 18,4-6); "Che cosa credi? Non sai che io potrei chiedere aiuto al Padre mio e subito mi manderebbe più di dodici migliaia di angeli?" (Mt 26,53); "Ma questo avviene perché si compia quel che dice la Bibbia" (Mc 14,49); "Bisogna che io beva il calice di dolore che il Padre mi ha preparato" (Gv 18,11). E' lo spazio che Dio permette al male: "Ma questa è l'ora vostra: ora si scatena il potere delle tenebre" (Lc 22,53).

Ritorniamo alla grotta per la celebrazione della Messa, una tra le più importanti di questo viaggio perché l'ora di Gesù è poi l'ora del "dunque" anche per ognuno di noi. Al Getsemani si condensa tutto il mistero dell'uomo, del suo dolore, del suo male, del suo peccato ... ; ma anche del suo riscatto, della salvezza che gli viene dall'obbedienza e dall'abbandono di questo uomo Gesù alla volontà del Padre. Ma qui, questo scontro decisivo tra peccato e salvezza, avviene in un modo drammatico sulla pelle di un uomo, qui è vissuto il momento psicologico di questa battaglia, che lascerà permanenti i segni delle sue cicatrici anche nel Cristo risorto che Tommaso ha toccato! E' il ruolo giocato dalla sua libertà, e quindi della nostra, che qui ci interessa.

L'agonia di Gesù rappresenta il momento vertice del dramma che vive ogni uomo: quello dello scontro e della scelta tra la propria autonomia e l'abbandonarsi a Dio. In questo sta proprio il nocciolo di ciò che chiamiamo peccato originale: quello di crederci autosufficienti, costruttori unici ed efficaci della nostra felicità, testardi sognatori di una città terrestre pienamente saziante, e quindi paurosi di Dio, che sembra limitarci, che sembra invadere la nostra proprietà, che ci appare avversario della nostra libertà, che al massimo per interesse possiamo propiziarci! Per di più l'esperienza del dolore, del fallimento, della delusione, lungi dal farci ravvedere, ci insospettisce ulteriormente nei confronti di un Dio che stentiamo ancora a credere buono e paterno.
Anche Gesù, di fronte alla sofferenza e alla morte, reagisce: "Se è possibile, allontana da me questo calice ... ". E' impossibile che Dio voglia davvero il mio bene; è difficile crederlo ancora dalla mia parte, ora che mi porta alla morte e non mi difende dall'ingiustizia e dalla violenza!
Ma, sudando sangue, supera questa sfiducia, rischia quell'abbandono che lo salverà: Non la mia, ma la tua volontà! Anche se non capisco, ci credo! Anche se tutto è sbagliato per me, mi fido! E' credere che Dio è Dio; è credere che Dio non può che volere il bene, che voler bene, che essere una persona cara; e il vero bene, perché è gratuità, generosità, verità e amore assoluto! Non sarebbe Dio se fosse diverso! Cristo è l'uomo che per primo ha superato il sospetto e la paura nei confronti di Dio, e si è fidato, abbandonandosi pienamente a lui. Questo è il punto del suo e nostro riscatto.

Perché si è arrivati a questo scontro? Perché nel rapporto di oggi tra uomo e Dio si deve giungere a questa scelta drammatica, a questa prova dello scacco delle presunzioni umane per abbandonarsi nella oscurità della fede-fiducia in Dio?
L'uomo con il peccato dice: Io di Dio non mi fido, faccio da me! Lo scavalco: solo così diventerò "come lui", raggiungerò il mio successo!... E si ritrova nudo, cioè povero, fallimentare, soggetto ai limiti della sofferenza e destinato alla morte. Senza Dio l'uomo è insufficiente a se stesso. Si è fidato di sé ed è fallito; per riacquistare vita dovrà riallacciarsi a Dio con un ritorno di obbedienza e di fiducia in lui. Al no deve corrispondere un sì; un sì limpido, rischioso, fatto con un abbandono che sfiora l'assurdo, cioè con una fiducia totale..., perché Dio è molto esigente in amore!
E' per questo che il "si" deve essere detto non a parole, ma coi fatti: i fatti dell'obbedienza, dell'accettazione "oscura" e "assurda" della sofferenza e della morte: credere cioè - come Gesù qui al Getsemani - che Dio vuole ancora il nostro bene e la vita nonostante ci provi con la sofferenza e ci conduca alla morte... La sofferenza e la morte sono ora il campo su cui si gioca il nostro sì, e quindi il nostro riscatto, di fronte a Dio e alla vita!
Gesù è riuscito per primo a dire questo sì coraggioso a Dio, lo abbiamo visto, mediante la preghiera, perché aveva una fortissima coscienza dell'amore di Dio e una eccezionale confidenza in lui. Tale condizione è anche richiesta a noi: "Pregate per non cedere nella prova". Si tratta anche per noi di maturare sempre più la certezza che Dio ci ama comunque.... e dialogare con lui in una costante effusione di fiducia.
In particolare, la Messa è proprio l'attualizzazione, qui e ora, di quel "sì" di Gesù al Getsemani, per comunicarci, per contagiarci, di quella sua energia e capacità di dire di sì a Dio nei momenti delle nostre prove drammatiche come le sue. Solo se aiutati dalla sua capacità, anche noi saremo capaci di quell'obbedienza d'amore che ci riscatta e ci salva.
Ne deriva ancora un grosso corollario pratico: non tutti hanno paura della morte; tutti invece abbiamo paura della sofferenza, principalmente perché timorosi di non farcela, di non farcela anche nella fede, e quindi di ribellarci a Dio! Ebbene: proprio per questo Cristo ha sofferto al Getsemani ed è morto in croce, per darci la grazia sufficiente per dire il nostro sì; e Dio non fa mai cose inefficaci! Certamente ce la farò, alla sola condizione di soffrire con lui e come lui, cioè con quel suo spirito di obbedienza che mi comunica la sua grazia!

Signore, quando toccherà anche a me... fa' che sappia pregare come certamente hai pregato tu, qui al Getsemani, col salmo 69(68):

Salvami, o Dio: l'acqua mi arriva alla gola. Affondo in un mare di fango, non ho più un punto d'appoggio; sono caduto in acque profonde, la corrente mi trascina via!
Sono sfinito a forza di gridare, ho la gola in fiamme; i miei occhi si sono consumati nell'attesa del mio Dio.
Sono più dei capelli del mio capo quelli che mi odiano senza motivo; sono potenti i miei persecutori, i miei bugiardi nemici.
Per amor tuo ho subito umiliazioni, il mio volto s'è coperto di vergogna. Per i miei fratelli sono diventato un estraneo, un forestiero per i miei familiari.
Ma io rivolgo a te la mia preghiera: sia questo, Signore, il tempo del tuo favore. Strappami dal fango, non lasciarmi affondare, liberami da chi mi odia e dalle acque profonde! Fedele è la tua bontà, rispondimi, Signore; grande è la tua misericordia: vieni in mio aiuto. Non nascondermi il tuo volto: sono il tuo servo; rispondimi presto, sono all'estremo.
Prenditi cura della mia liberazione, riscattami dai miei nemici.
Tu sai come m'insultano, Signore; attendevo conforto, ma invano, un po' di pietà, e non l'ho trovata. Nel mio cibo hanno messo veleno, avevo sete, mi hanno offerto aceto. Io sono povero e afflitto, la tua salvezza, Dio, mi renda forte. Allora loderò nei canti il nome di Dio, esalterò e canterò la sua grandezza.


Tomba della Vergine

Usciamo che è mezzogiorno, d'un sole radioso e limpido; ma per sostare ad un'ultima visita qui al Getsemani ancora interessantissima: è alla tomba della Vergine.
Racconta una versione siriaca del "Transitus B.M.Virginis", databile addirittura al II secolo, forse parte della liturgia locale: "Prendi la Vergine Maria questa mattina - ordina Gesù a Pietro - ed esci da Gerusalemme sulla strada che porta all'inizio della valle ai piedi del monte degli Ulivi. Lì ci sono tre caverne, una larga esteriore, una seconda all'interno e una terza più piccola ancora più all'interno. Sulla parete orientale di quest'ultima vi è un banco rialzato. Entra e deponi la Benedetta su quel banco".

Quella grotticella c'è ancora - tagliata dalla viva roccia dalla restante zona cimiteriale -, e quel banco rialzato, pur bucherellato dai devoti, è lì ancora tale e quale alla venerazione dopo le recenti ripuliture e risistemazioni. A fianco della grotta del Getsemani c'era fin dall'inizio questa chiesa rupestre antichissima; nel IV secolo, Teodosio vi fece una basilica, ristrutturata nel VI; l'attuale sistemazione con lunga scalinata che scende è di epoca crociata. Nelle feste della Madonna questa scalinata buia brilla di mille candeline accese appoggiate in fila sugli scalini: è come il vibrare di tutte le anime devote di Maria che qui la venerano nel suo più bel mistero dell'Assunzione al cielo.
Maria è modello e primizia d'ogni credente: la sua risurrezione ed esaltazione è garanzia e indicazione per un medesimo nostro destino. Se la morte è entrata nel mondo con il peccato, Maria senza peccato ha avuto immediato il transito dalla condizione terrestre a quella celeste. Con Gesù siede nella gloria come prima tra i risorti, regina del nuovo regno dei viventi, e madre che ci prepara un posto.
Proprio questi sentimenti esprimiamo qui, dinanzi a una icona tra le più belle che io conosca: il volto di Maria è dolcissimo, abbozzato ad un sorriso sereno e serio, dai lineamenti finissimi; il Bambino ti guarda con occhi di tenerezza e d'invito. Io la ritengo un po' la "mia" Madonna di Terra Santa, perché da anni ne ho fatto una cartolina che ormai ha girato in Italia e qui in Israele almeno in diecimila esemplari. La chiamo la Madonna del "finalmente", cogliendo il momento di soddisfazione che Maria ha certamente espresso entrando in quella patria, o meglio in quella "Famiglia Trinità", che era stata il suo anelito in terra dopo che la Trinità aveva avuto con lei contatti abbastanza intensi e frequenti.

Ti penso, o Vergine Maria, nell'istante della tua entrata in paradiso: "Finalmente ...!", avrai esclamato. "Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni! - Vieni, Signore Gesù! - Maranathà!". Tu sei la Madonna dell'Assunzione! Chiusi gli occhi alla vita terrena, l'istante della tua morte è stato il velo che s'è squarciato sull'eternità, e tu sei stata subito nella "gloria"!
Il tuo corpo, immacolato, non subì corruzione di carne; trasfigurato come quello di Gesù in una risurrezione simile alla sua, sei diventata nuova Eva, madre e modello dei veri viventi che aspirano, con la risurrezione della carne, alla vita eterna!
Il tuo cuore era già là da tempo, perché proprio di te si è scritto: "Vi ho consacrato come vergine casta a un unico Sposo, che è Cristo". Piena di grazia, sempre il Signore è stato con te: e tu sei "la serva del Signore", pronta a fare "quello che vuole la sua parola". Proprio questa tua costante comunione del cuore ti ha meritato la comunione del corpo e della vita con la Beata Trinità del cielo.
Sei andata ad occupare il tuo posto di Regina! Regina perché prima dei redenti, prima "tra coloro che ascoltano la parola e la mettono in pratica", prima tra i risorti, prima nel Cenacolo e premurosa per il "corpo mistico" di Cristo: primizia e madre della Chiesa! Gesù ci ha promesso che lì ci sono molti posti: ci sarà anche il mio! Tu sei andata innanzi, come madre, a tenermelo. Fa', o Maria, che a quel mio posto possa arrivare a sedermi, dopo questo pellegrinaggio della vita, che voglio vivere come te e con te, o Regina Assunta in cielo. Amen.

Rientriamo in albergo per la colazione e per una sosta di riposo. li pomeriggio si preannuncia altrettanto intenso, perché ci aspetta la Via dolorosa verso il Calvario.

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