Pellegrinaggio - diario di Terra Santa dodicesimo capitolo


BETLEMME
(prima parte)


L'altra sera, sul tardi dopo cena, facendo un giro in città by night, ci siamo spinti fino al limite sud. Scesi dal pullman ci siamo raccolti oltre la statale in una radura in silenzio a contemplare il vero presepio di luci tremolanti nella notte che dall'infanzia ci portiamo dentro quando rievochiamo Betlemme. Betlemme era là seminata sulla cresta di un colle, sullo sfondo cupo del cielo pure vibrante di stelle: veniva su dalla valle il silenzio delle notti rurali, punteggiate dal lamento di un cane, dal vibrare di insetti e uccelli notturni, ... ma tutto assopito in una pace serena che ci richiamava al cuore quella notte di mistero in cui gli angeli svegliarono i pastori e dissero: "Gloria a Dio e pace in terra". E' nato spontaneo, tra le lacrime di commozione, il canto del nostro Natale italiano: "Tu scendi dalle stelle ... ".
Oggi saremo a Betlemme, nei suoi dintorni, alla grotta della natività. Ma prima di arrivare li facciamo un lungo giro in tutta la regione della Giudea, spingendoci fino a Ebron per rievocare la figura di Abramo.

Ebron

La città di Gerusalemme s'è appena svegliata quando noi usciamo a sud sulla strada che porta a Betlemme, Ebron, fino a Be'er Sheva.

"Mancava ancora un tratto di cammino per arrivare ad Efrata quando Rachele partorì ed ebbe un parto difficile. Mentre penava a partorire la levatrice le disse: "Non temere, anche questo è maschio!". Rachele stava morendo. Prima di esalare l'ultimo respiro chiamò suo figlio Ben Oni (figlio del mio dolore). Suo padre invece lo chiamò Beniamino (figlio fortunato). Così Rachele morì e fu sepolta lungo la strada che porta ad Efrata, cioè Betlemme. Sulla sua tomba Giacobbe costruì un monumento: è quel monumento sepolcrale di Rachele che esiste ancora oggi" (Gn 35,16-20).

Passiamo proprio ora davanti a questa stele, col picchetto d'onore dell'esercito d'Israele: Rachele, moglie amata da Giacobbe, è un po' la madre di questa nazione tribolata, rievocata nei momenti più tragici della sua storia. Geremia la immaginava aleggiare proprio qui alla periferia di Betlemme al tempo della deportazione di Babilonia, quando da Gerusalemme erano raccolti qui i profughi prima di essere spediti schiavi sull'Eufrate. E sarà ancora Matteo, citando Geremia, che ne richiamerà il dolore, al tempo della strage degli innocenti ordinata da Erode proprio a Betlemme e dintorni: "Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuol essere consolata perché non sono più" (Mt 2,18).

Attraversata la parte occidentale di Betlemme (siamo a 777 m sul mare), la strada si inerpica a meandri dentro un paesaggio roccioso: in cima ai colli fioriscono ora villaggi ebraici nuovi; nelle piccole radure tra colle e colle, e più avanti su terrazze sempre più ampie, si estende una meravigliosa coltura di viti, che fa chiamare appunto questa terra: "Efrata", fruttifera! Sono, a settembre, grappoli bianchi enormi, venduti a buon prezzo lungo la strada in piccoli capanni. Diventeranno il vino più buono della regione, fatto a Cremisan dai Salesiani. Dietro un angolo, uno dei tanti ex-villaggi di profughi, poveri palestinesi baraccati senza casa e senza lavoro, che sono la vergogna e la spina di questi territori occupati da Israele. Si sale fino ai mille metri di Ebron. Intanto richiamiamo la figura di Abramo, El-Khalil, l'amico di Dio, come ancor oggi gli arabi chiamano il santo patriarca e la sua città.

Abramo è il capostipite delle tre grandi religioni monoteistiche: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. In lui milioni di credenti trovano un padre e un modello di fede. Nella Bibbia la sua figura segna una svolta: Dio sceglie un uomo, poi un popolo, al quale si comunica in forma personale, per farne portatore di speranza per tutti i popoli. "Lascia la tua terra, la tua tribù, la famiglia di tuo padre, e va' nella terra che ti indicherò. Farò di te un popolo numeroso, una nazione grande. Il tuo nome diventerà famoso. Ti benedirò. Sarai fonte di benedizione. Per mezzo tuo io benedirò tutti i popoli della terra" (Gn 12,1-3).
Abramo, storicamente, si colloca tra le grandi ondate di insediamenti di seminomadi amorrei della prima parte del secondo millennio a.C. Gradualmente si stabilizza in questo paese, da Sichem a Mamre, a Bersabea, fino all'acquisto del primo possedimento, la tomba di Macpelà qui a Ebron.
Ma la Bibbia ne fa diverse letture, a seconda delle diverse tradizioni, confluite poi nella Genesi. "Alla tua discendenza io do questo paese ... ", è la prima promessa fatta a quest'uomo senza casa, ma sul quale Dio veglia: la realizzazione sarà al tempo di Davide e Salomone, quando si raccoglierà un impero!
La seconda promessa è quella di una discendenza. Ma Abramo è vecchio e Sara sua moglie sterile, come realizzarla? "C'è forse qualcosa di impossibile per il Signore?" (Gn 18,14).
Abramo è l'uomo pieno di fiducia; avrà un figlio, Isacco; ma perché sappia che è dono gratuito di Dio (il figlio e la discendenza), Dio glielo chiede in sacrificio: "Prendi il tuo figlio Isacco, il tuo unico figlio, che tu ami molto, e va' nel territorio di Moria. Là, su un monte che io ti indicherò, lo offrirai a me in sacrificio" (Gn 22,2). Abramo "ebbe fede sperando contro ogni speranza" (Rm 4,18); e Dio glielo riconosce come giustizia: "Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio ... " (Gn 22,12).
Il terzo dono di Dio è il "berit", l'alleanza, o meglio l'elezione gratuita che si prolunga in protezione e fedeltà: "Ecco: la mia alleanza è con te... Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne" (Gn 17,4-7).

Un rapporto che tocca le sfumature dell'amicizia e della condivisione: si pensi all'intercessione di Abramo per Sodoma: "Se trovo cinquanta, ... quaranta, ... trenta, ... dieci innocenti nella città, non perdonerai alla città?" (Gn 18,23-32). E sarà proprio in base a questo particolare rapporto tra gratuità di Dio e fiducia di Abramo che Paolo insisterà sul tema della gratuità della salvezza offerta a tutti gli uomini alla sola condizione di una fede totale come quella di Abramo: sono le grandi pagine di Romani 4 e Galati 3, per le quali Paolo conclude: "Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo. eredi secondo la promessa" (Gal 3,29), "perché Abramo ebbe fede e gli fu accreditato a giustizia" (Gal 3,6).

Allora questa di Abramo è la fede "oggettiva" sulla quale dobbiamo oggi verificare la nostra, molto soggettiva e spesso generica. Due sono le sue caratteristiche. La prima: una fede che è accettazione concreta, giorno per giorno, vicenda per vicenda, di un progetto di Dio che si va scoprendo gradualmente e a cui siamo chiamati a collaborare. La Lettera agli Ebrei si incarica di leggere così tutta la vita di Abramo: "Per fede, Abramo ubbidì quando fu chiamato da Dio: e parti senza sapere dove andava, verso un paese che Dio gli avrebbe dato. Ancora per fede, egli visse come uno straniero nel paese che Dio gli aveva promesso. Abitò sotto le tende, insieme a Isacco e Giacobbe, che pure avevano ricevuto la stessa promessa. Infatti egli aspettava una città con solide fondamenta, quella città che solo Dio progetta e costruisce. Per fede, Abramo diventò capace di essere padre, anche se ormai era troppo vecchio e sua moglie Sara non poteva avere figli. Ma egli fu sicuro che Dio avrebbe mantenuto la sua promessa. Così, a partire da un solo uomo, che per di più era già come morto, nacque una moltitudine di gente: numerosa come le stelle del cielo, come gli infiniti granellini di sabbia lungo la riva del mare.
Nella fede morirono tutti questi uomini, senza ricevere i beni che Dio aveva promesso: li avevano visti e salutati da lontano. Essi hanno dichiarato di essere su questa terra come stranieri, in esilio. Chi parla così dimostra di essere alla ricerca di una patria: se avessero pensato a quel paese dal quale erano venuti, avrebbero avuto la possibilità di tornarvi; essi invece desideravano una patria migliore, quella del cielo. E' per questo che Dio non si vergogna di essere chiamato il loro Dio. Infatti egli ha preparato per loro una città.
Per fede, quando Dio lo mise alla prova, Abramo offrì a Dio, come un sacrificio, il figlio Isacco. Proprio lui che aveva ricevuto la promessa di Dio, offrì fiduciosamente il suo unico figlio. Eppure Dio gli aveva detto: Per mezzo di Isacco tu avrai discendenti che porteranno il tuo nome. Ma Abramo pensava che Dio è capace anche di far risuscitare i morti. Perciò Dio gli restituì il figlio e questo fatto ha valore di un simbolo" (Eb 11,8-19). E' quella fede - ne abbiamo già accennato - intesa come credere che Dio vede e vuole il mio bene più di quello che vedo e voglio io stesso.

L'altra caratteristica è quella della fede provata, totalitaria, che richiede una fiducia radicale, "assurda", come è chiaramente indicato dall'episodio di Isacco (Gn 22,1-17). Quella fede di Gesù al Getsemani: "Non la mia, ma la tua volontà"; una fede che da una parte, appunto, esprime lo scacco delle presunzioni umane e dall'altra esprime tutta la gratuità del dono di Dio (Abramo avrà un figlio e una discendenza proprio dopo che vi avrà rinunciato liberamente!). Più immediatamente: una fede che, come l'oro, si prova col fuoco, perché ad amare Dio quando le cose vanno bene... son buoni tutti! Un amore quindi "per nulla" dirà il libro di Giobbe (cf. "Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Tu proteggi lui, la sua famiglia e tutto quello che possiede. Benedici quello che fa, e così il suo bestiame cresce a vista d'occhio. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come bestemmierà anche lui": 1,9-1 l); un "amore gratuito" dirà santa Teresa di Lisieux, o un "amore in perdita", lo chiama Charles de Foucauld. E' la prova di Abramo, la prova di Cristo, la prova di ogni suo discepolo e anche nostra, perché Dio è molto geloso ed esigente nell'amore! Ciò che conta è la capacità di dire sempre, come Abramo: "Sul monte il Signore provvede" (Gn 22,14). Non per nulla Isacco è figura di Cristo: sul monte, su quel Calvario che già abbiamo visitato, il Signore provvede aiuto e riscatto ad ogni nostra prova!

Scendiamo in Ebron, perché la città è tutta in una conca raccolta attorno al mausoleo delle Tombe dei Patriarchi. Sopra la grotta inesplorata che Abramo comperò da un Ittita (Gn 23,1-18), Erode costruì un primo mastodontico recinto, divenuto con l'arrivo dell'Islam una moschea. I Crociati vi fecero dentro una basilica - ancor oggi visibile - dedicata a sant'Abramo. Ridivenuta moschea, oggi è in parte contesa anche dagli Ebrei che vi hanno ricavato due piccole sinagoghe. Lugubri cenotafi ricordano i patriarchi e le loro rispettive mogli.
Ebron è oggi una vivace cittadina palestinese, quarta città santa dell'Islam, con un forte colore orientale, raccogliendo al mercato vistose presenze di beduini. Interessantissima è la visita alle bottegucce di artigianato locale, vetro, ceramica, tappeti, pelli di capra, intarsi d'ulivo... La nostra visita d'obbligo è al vasaio, che porta nelle sue mani l'esperienza di diciassette generazioni di lavoratori della creta. Scendiamo sei gradini al piano bottega; al tornio, mosso col piede, egli ci costruisce e distrugge due o tre vasi lasciandosi fotografare compiaciuto, mentre noi leggiamo una stupenda pagina di Geremia: "Il Signore mi diede questo ordine: "Presto, Geremia! Va' giù nella bottega del vasaio e là ti farò capire qual è il mio messaggio". Io mi recai dal vasaio e mi fermai a guardarlo mentre lavorava al tornio. Ma il vaso, che egli stava modellando con la creta, a un certo punto si guastò tra le sue mani. Allora il vasaio prese altra creta e fece un nuovo vaso, a suo piacere. A quel punto, il Signore mi fece capire il suo messaggio: "Gente d'Israele, non potrei forse comportarmi con voi come fa questo vasaio con la creta? Voi siete nelle mie mani proprio come la creta nelle mani del vasaio. A volte, nei riguardi di una nazione o di un regno io vorrei sradicare, abbattere o distruggere. Ma se quella nazione smette di fare il male per il quale l'avevo minacciata, io rinunzio al castigo che pensavo di mandarle. A volte invece, nei riguardi di un'altra nazione o di un altro regno vorrei edificare e piantare. Ma se quelli compiono il male che io disapprovo, senza curarsi dei miei avvertimenti, allora io mi rifiuto di dare l'aiuto che avevo promesso"" (Ger 18,1-10).
E' un tema bellissimo questo del vasaio, che corre per tutta la Bibbia, fin dall'origine quando Dio, con la premura e la genialità dell'artigiano che non fa le cose in serie, "plasmò l'uomo con la polvere dal suolo" (Gn 2,7), facendo di ogni uomo un essere "unico e irripetibile" ("Redemptor hominis", n. 13). "Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani" (Is 64,7). A volte ci viene da ribellarci al nostro vasaio: "Perché mi hai fatto così?" (Rm 9,20); "Che fai, Signore? La tua opera non ha manichi!" (Is 45,9). Ma: "Un vaso può dire al vasaio: "Non capisce niente!"? Un oggetto può dire del suo autore: "Non mi ha fatto lui!"? Forse che il vasaio è stimato pari alla creta?" (Is 29,15-16); "Forse che il vasaio non è padrone dell'argilla per fare con la medesima pasta un vaso per uso nobile e uno per uso volgare?" (Rm 9,20). La fiducia piena e l'abbandono docile è quanto di meglio possiamo fare, come, proprio su questo tema, pregava sant'Agostino:

"Mi consegno, Signore, nelle tue mani: gira e rigira questa argilla come il vaso che si fa nelle mani del vasaio! Dagli una forma, come vuoi tu; poi spezzalo, se ti pare: è roba tua, ... non ho niente da dire! A me basta che serva a tutti i tuoi disegni e che in nulla resista al progetto che tu hai su di me. Chiedi pure, ed esigi, Signore: che vuoi che io faccia? che vuoi che io non faccia? Successo o insuccesso, perseguitato o consolato, a letto o impegnato per le tue opere, utile o inutile in tutto, non mi resta che dire, sull'esempio di Maria: Si faccia di me come tu vuoi!".

La regione attorno a Ebron è identificata con la "Valle di Escol" dove Mosè inviò esploratori che ritornarono portando un enorme grappolo d'uva sorretto da una stanga a spalle di due uomini: "Quello è davvero un paese dove scorre latte e miele ... " (Nm 13,27). Ancor oggi il paesaggio è ricco di colture, viti, olivi, fichi. Noi ci fermiamo alle porte di Ebron, a Mamre, dove Abramo visse a lungo sotto le querce e accolse i tre personaggi che gli annunciavano la nascita di Isacco:
"Abramo abitava presso le Querce di Mamre. Un giorno, nell'ora più calda, mentre stava seduto all'ingresso della sua tenda, gli apparve il Signore. Abramo alzò gli occhi e vide tre uomini in piedi, davanti a lui. Appena li vide... disse: "Fermatevi!"... Alla fine gli chiesero: "Dov'è tua moglie Sara?". "Nella tenda", rispose Abramo. Il Signore disse: "Io ritornerò sicuramente da te l'anno prossimo e allora tua moglie Sara avrà un figlio". Sara stava ascoltando all'ingresso della tenda, dietro ad Abramo. Essa rise fra sé, perché sia lei che il marito erano molto vecchi. Sara sapeva che il tempo di aver figli era passato, e si domandava: Posso ancora mettermi a fare l'amore? E mio marito è vecchio anche lui. Allora il Signore disse ad Abramo: "Perché Sara ride? Vi è forse qualche cosa di impossibile per il Signore?"" (Gn 18,1-15).

Oggi è rimasto ben poco: Erode ne aveva fatto un recinto di culto; Adriano un mercato per schiavi; Costantino vi costruì una basilica in onore della SS. Trinità; i Musulmani distrussero tutto. E' rimasto lì il pozzo e il terebinto ricordato dalla Bibbia.

Un'altra attenzione, a nord di Ebron, l'abbiamo per una antica sorgente "sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza", detta Fontana di Filippo. Su questa strada "un Etiope, un eunuco, funzionario di Candace, regina dell'Etiopia, amministratore di tutti i suoi tesori, era venuto a Gerusalemme per adorare Dio e ora ritornava nella sua patria. Seduto sul carro leggeva il profeta Isaia. Filippo gli corse vicino ...: "Capisci quello che leggi?". "E come, se nessuno me lo spiega?". Allora Filippo cominciando da questo brano gli parlò di Gesù. Arrivarono al luogo dove c'era acqua e l'Etiope disse: "Cosa mi impedisce di essere battezzato?"" (At 8,26-40).
A Gerusalemme vi è il convento degli Abissini, dietro la basilica del Santo Sepolcro, molto povero, con celle come piccoli pollai... Ci fermiamo sempre a pregare con loro un "Padre nostro" e a ricevere la loro benedizione col libro a forma di croce; ci tengono a dire di essere stati i primi a ricevere il battesimo, proprio in riferimento a questo episodio degli Atti degli apostoli.

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