Pellegrinaggio - diario di Terra Santa quattordicesimo capitolo


AIN KAREM...


Ain Karem

Dire di Betlemme non si finirebbe più. I Salesiani hanno qui, come del resto già a Nazaret, una presenza massiccia nella scuola, con istituti per ragazzi e ragazze, per le primarie e il perfezionamento tecnico professionale. Paolo VI volle qui un Istituto per gli studi ecumenici, a Tantur, oggi un po' in crisi. Ma non dimenticò la carità: l'istituto "Effeta", guidato da cinque suore di Vicenza, per il ricupero di sordomuti, bambini che i beduini trattano come capre se non sanno parlare, perché ritenuti senz'anima! Betlemme ha una Università Cattolica, per arabi, purtroppo spesso centro di subbugli antiisraeliani.
Le Piccole Sorelle di De Foucauld hanno un appartamentino dietro la basilica, e lavorano la creta modellando finissimi presepi. Molta miseria c'è ancora a Betlemme, soprattutto quando per mesi sono chiusi i territori. I nostri missionari fanno tutto il possibile; alla periferia ovest, ad Aida, c'è la casa provinciale delle Suore Francescane. Qui, tra l'altro, risiedono anche le suore anziane a riposo: una visita d'obbligo, perché troviamo sempre religiose delle nostre parti. Sono donne che hanno vissuto in questi paesi orientali, Egitto, Giordania, Libano, Siria..., avventure d'apostolato ed eroismi di guerra inimmaginabili. Ne conosco due che addirittura fuggirono a piedi dalla Cina dopo esser state per mesi nelle carceri di Mao!

Ma, racconta il Vangelo, "Maria in quei giorni si mise in viaggio e raggiunse in fretta un villaggio che si trovava nella parte montagnosa della Giudea". Per seguirla sui suoi passi usciamo verso ovest, attraversando quartieri della grande Gerusalemme che a ondate successive, per balze e colline diverse, è giunta ormai a collegarsi con Betlemme. I più recenti sono alveari di serpenti prefabbricati bianchi tutti in cresta alle colline; poi i grandi casermoni popolari degli anni sessanta; più lontano, ormai all'estremo limite sud occidentale della città, i quartieri isolati, ma autonomi, della prima immigrazione dopo il '48.
Dall'alto si apre una vallata che si perde tra i colli: la chiude sullo sfondo la mole del famoso ospedale Hadassa, nella cui sinagoga Marc Chagall ha istoriato le vetrate; sulla destra la collina dedicata alla memoria dell'"Olocausto" ebraico in Germania; nel fondovalle un campanile e la chiesa di Ain Karem, la patria di Giovanni Battista. E' zona che, dagli scavi fatti, risulta abitata da cristiani fin dall'epoca bizantina; furono poi i Crociati a costruire un santuario nella cui cripta è ricordata la nascita del Precursore. Qui si canta il "Benedictus" (Lc 1,67-79). Più in là la strada prende a salire sul versante della collina fino ad un santuario posto "in montana", dove la tradizione già dal IV secolo fissa il luogo del "Magnificat". E' una vicenda a cui Luca dedica molto spazio.
"Al tempo di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote che si chiamava Zaccaria e apparteneva all'ordine sacerdotale di Abia. Anche sua moglie, Elisabetta, era di famiglia sacerdotale: discendeva infatti dalla famiglia di Aronne. Essi vivevano rettamente di fronte a Dio, e nessuno poteva dir niente contro di loro perché ubbidivano ai comandamenti e alle leggi del Signore. Erano senza figli perché Elisabetta non poteva averne, e tutti e due ormai erano troppo vecchi" (Lc 1,5-7). Si riprende qui il tema già visto in Abramo e Sara: una sterilità resa feconda da un intervento divino: "Non temere, Zaccaria! Dio ha ascoltato la tua preghiera. Tua moglie ti darà un figlio e tu lo chiamerai Giovanni" (Lc 1,13). Un filone corre per tutta la Bibbia, da Sara, alla madre di Sansone, ad Anna cara mamma di Samuele, ad Elisabetta fino a Maria ... : Dio segna con un suo intervento speciale la nascita dei suoi uomini; al vertice si capisce meglio anche il salto di qualità per quel che concerne la maternità verginale di Maria.
"Dopo un po' di tempo, sua moglie Elisabetta si accorse di aspettare un figlio, e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: Ecco che cosa ha fatto per me il Signore! Finalmente ha tolto la mia vergogna di fronte agli uomini" (Lc 1,24-25). Forse proprio qui, vicino al pozzo che ora rimane, a metà collina, fuori del paese, Elisabetta si preparò al parto, e qui incontrò Maria: "Dio ti ha benedetta più di tutte le altre donne, e benedetto è il bambino che avrai! Che grande cosa per me! Perché la madre del mio Signore viene a farmi visita? Appena ho sentito il tuo saluto, il bambino si è mosso in me per la gioia. Beata te che hai avuto fiducia nel Signore e hai creduto che egli può compiere ciò che ti ha annunciato" (Lc 1,42-45).

Il santuario oggi è a due piani: sotto, la cripta bizantina, sopra, tra i bastioni di una costruzione crociata, l'agile chiesa che canta Maria. Anche noi ci raccogliamo in preghiera e meditazione, prima di cantare con voce spiegata il "Magnificat". Il Signore - dice Maria - ha guardato a me, gratuitamente, e mi ha tolto la "vergogna" di non avere figli, dandomi il Figlio più grande. Maria, ci fa capire Luca, aveva liberamente rinunciato ad avere figli per una consacrazione verginale a Dio. Dio fa sempre così con quelli che si affidano a lui: fa meraviglie, abbassa i superbi e innalza gli umili; basta vedere quel che ha cominciato a fare a Israele suo popolo!

Il posto oggi è tra i più incantevoli della regione: tira una brezza leggera di mezza collina, tra una ricchissima vegetazione di fiori, fichi e ulivi. Il mosaico della facciata riflette al sole i suoi ori, mentre le maioliche sulla parete di fronte cantano in molteplici lingue la lode di Maria. Anche questo angolo estremo di città raccoglie presenze cristiane significative: davanti a noi sul limite del colle il convento delle Suore di Sion; sotto, lungo la discesa, le Suore del Rosario con un orfanotrofio; più sopra a destra il grande istituto - tipo Cottolengo - tenuto da suor Nerissa, una delle istituzioni benefiche più stimate a Gerusalemme.

Knesset

Rientriamo in città per puntare al suo centro direzionale: ampi viali, con spartitraffico a rose rosse, tagliano le colline della zona dei ministeri, dell'università, del museo d'Israele con annesso Museo del Libro: questo salta subito all'occhio per la sua cupola bianca che riproduce il coperchio di una giara di Qumran. Passiamo davanti al palazzo della banca centrale, l'ultimo, moderno e bizzarro; davanti al palazzo del governo; subito dopo davanti al vero "muro del pianto" degli Ebrei, cioè il ministero delle Finanze; e siamo davanti alla Knesset, il Parlamento israeliano. Una costruzione lineare, in fondo ad un ampio giardino verde chiuso da artistica cancellata. Dentro, un'aula semplice, 148 seggi per i deputati; nell'atrio, pitture di Chagall con storie bibliche. Sul davanti la grande Menorah, il candelabro a sette braccia, simbolo ora dello Stato d'Israele. La sosta per una foto ricordo è sacra come la monetina alla fontana di Trevi.

Emmaus

Riprendiamo il cammino per l'ultima visita della giornata, a Emmaus. Dal centro, lungo viali d'intenso traffico, seguiamo la circonvallazione ovest verso nord: appena sotto l'attacco con la strada che viene da Ramallah, si diparte una nuovissima arteria a doppia carreggiata che s'inoltra verso l'ampia collina che chiude a ovest la città, chiamata "Monte della gioia", perché di qui i pellegrini medievali che salivano da Giaffa o Cesarea davano il primo saluto alla Santa Città. Dall'alto domina il santuarietto musulmano di Nebi Samuel, la tomba del profeta Samuele.
Fino a due anni fa era una vallata verde e roccia: ora è un autentico mare di cemento, migliaia e migliaia di appartamenti che dilagano giù dalla collina a vista d'occhio ogni mese... Sono tutti investimenti di Ebrei americani - dicono qui - dacché la città di Gerusalemme fu proclamata capitale unica e indivisibile. Oltre il colle di Nebi Samuel si aprono le ampie vallate di Aialon e Gabaon, le zone della prima conquista al tempo di Giosuè. E' qui che Giosuè pronunciò la famosa frase: "Fermati, o sole, su Gabaon e tu, o luna, sulla valle di Aialon" (Gs 10,12), a chiusura di una giornata di vittoria che si voleva non finisse mai! Ora su queste dolci colline, tra poveri villaggi arabi, crescono lottizzazioni ebraiche, villette a schiera e piccole cittadine residenziali, certamente seconda casa di moltissimi gerosolimitani. Un indice puntato verso il cielo, a sud, sta a indicare il villaggio arabo di El-Kubeibeh: è, secondo la teoria e la documentazione più aggiornata, l'antico posto della Emmaus evangelica.

"Quello stesso giorno, due discepoli stavano andando verso Emmaus, un villaggio lontano circa undici chilometri da Gerusalemme. Lungo la via parlavano tra loro di quel che era accaduto in Gerusalemme in quei giorni". Probabilmente facevano la strada che da Gerusalemme portava al mare, le cui tracce, con a fianco botteghe e case medievali, i Francescani hanno messo in luce proprio qui a fianco di questa chiesa che ricorda l'episodio di Luca 24. La chiesa non è bella, ma a noi cara perché la consacrò il card. Ferrari nel 1902 durante il primo pellegrinaggio italiano venuto in Terra Santa.
"Mentre parlavano e discutevano, Gesù si avvicinò e si mise a camminare con loro. Essi però non lo riconobbero, perché i loro occhi erano come accecati. Gesù domandò loro: "Di che cosa state discutendo tra voi mentre camminate?". Essi allora si fermarono, tristi. Uno di loro, un certo Cleopa, disse a Gesù: "Sei tu l'unico a Gerusalemme a non sapere quel che è successo in questi ultimi giorni?". Gesù domandò: "Che cosa è successo?". Quelli risposero: "Il caso di Gesù, il Nazareno! Era un profeta potente davanti a Dio e agli uomini, sia per quel che faceva che per quel che diceva. Ma i capi dei sacerdoti e il popolo l'hanno condannato a morte e l'hanno fatto crocifiggere. Noi speravamo che fosse lui a liberare il popolo d'Israele! Ma siamo già al terzo giorno da quando sono accaduti questi fatti. Una cosa però ci ha sconvolto: alcune donne del nostro gruppo sono andate di buon mattino al sepolcro di Gesù ma non hanno trovato il suo corpo. Allora sono tornate indietro e ci hanno detto di aver avuto una visione: alcuni angeli le hanno assicurate che Gesù è vivo. Poi sono andati al sepolcro altri del nostro gruppo e hanno trovato tutto come avevano detto le donne, ma lui, Gesù, non l'hanno visto".
Allora Gesù disse: "Voi capite poco davvero; come siete lenti a credere quel che i profeti hanno scritto! li Messia non doveva forse soffrire queste cose prima di entrare nella sua gloria?". Quindi Gesù spiegò ai due discepoli i passi della Bibbia che lo riguardavano. Cominciò dai libri di Mosè fino agli scritti di tutti i profeti. Intanto arrivarono al villaggio dove erano diretti, e Gesù fece finta di voler continuare il viaggio. Ma quei due discepoli lo trattennero dicendo: "Resta con noi perché il sole ormai tramonta"".

Siamo arrivati anche noi ormai al tramonto: tra i rami d'ulivo che arricchiscono questo ampio convento francescano, sotto una magnifica cascata di bugainvilles rosso-rosa, ci siamo seduti a leggere il lungo brano evangelico. Il sole scende ora tra le brulle colline che degradano fino al mare; là in fondo si intravede la macchia bianca di Tel Aviv. "Resta con noi, Signore ... ", suona qui con un particolare accento emotivo, con un tocco di nostalgia, ora che il nostro pellegrinaggio volge alla fine. Anche noi sapevamo qualcosa dei fatti della vita di Gesù, e siamo venuti qui pieni di speranza: Egli ha camminato invisibile con noi in questi giorni; ci ha parlato un po' delle Scritture e di se stesso. Il cuore si è riscaldato anche in noi... E ora? Tutto finisce? "Resta con noi, Signore!".
"Perciò Gesù entrò nel villaggio per rimanere con loro. Poi si mise a tavola con loro, prese il pane e pronunciò la preghiera di benedizione; lo spezzò e cominciò a distribuirlo. In quel momento gli occhi dei due discepoli si aprirono e riconobbero Gesù, ma lui sparì dalla loro vista. Si dissero l'un l'altro: "Noi sentivamo come un fuoco nel cuore, quando egli lungo la via ci parlava e ci spiegava la Bibbia!". Quindi si alzarono e ritornarono subito a Gerusalemme. Là, trovarono gli undici discepoli riuniti con i loro compagni. Questi dicevano: "Il Signore è risuscitato veramente ed è apparso a Simone". A loro volta i due discepoli raccontarono quel che era loro accaduto lungo il cammino, e dicevano che lo avevano riconosciuto mentre spezzava il pane" (Lc 24,13-35).

Ecco quel che manca: l'incontro con lui vivo! Se già la lettura della Bibbia apre il cuore alla comprensione del mistero di Cristo, è però solo l'esperienza di lui risorto e vivo che ci cambia il cuore e ci fa suoi testimoni e missionari. Ora, ci dice Luca, lui vivo lo si incontra "allo spezzare del pane", come era chiamata la Messa nella Chiesa apostolica. E' nel Sacramento, nel Mistero liturgico, nella presenza vivificante del suo Spirito che oggi noi percepiamo qualcosa di Dio e di Cristo. Siamo venuti in Terra Santa con una certa conoscenza e un certo desiderio di Gesù. Qui ne abbiamo accertato dati e fatti; la lettura della Bibbia ci ha riscaldato il cuore; ma alla fine è l'incontro con lui vivo nel mistero che si celebra lungo l'anno nella propria Comunità e Chiesa a far scattare la fede e la passione per lui! Non è tutto finito, quando si lascia questa Terra; il pellegrinaggio è stato premessa; ora tutto inizia a casa, con una celebrazione diversa e più ricca della Liturgia!
"Resta con noi, Signore, la sera, e avremo la pace; non ci lasciar, la notte mai più scenderà! Voglio donarti queste mie mani, voglio donarti questo mio cuore. Resta con noi! Ti porteremo ai nostri fratelli, ti porteremo lungo le strade. Resta con noi, non ci lasciar, la notte mai più scenderà".

Mea Shearim

Rientriamo, quando è ormai buio, in Gerusalemme. Passiamo nel quartiere ghetto degli Ebrei ortodossi osservanti, chiamato "Mea Shearim". E' impressionante: strade strette, costruzioni d'inizio secolo, ogni casa un balcone, negozi pieni di oggetti di culto, strade tutte affollate di uomini in nero, bambini con kippa e ricciolini, donne a capo coperto, sinagoghe ad ogni angolo di strada, ora accese di luci, da cui proviene un cantilenare di preghiera. Povertà proclamata, essenzialità nel vivere, certamente rifiuto d'ogni superfluo consumistico e pubblicitario, enfasi del familiare, del domestico, del religioso, del tradizionale... E che altro? E' difficile giudicare. L'Ebreo è un mistero, soprattutto questo Ebreo che crede e vive profondamente il rapporto coi mistero di Dio. Quel che ci ha fatto capire san Paolo è questo: la loro adesione a Dio passa attraverso l'obbedienza a infinite regole di vita (la Torah), osservando le quali sentono di esprimere l'amore e la fedeltà al loro Dio. Noi cristiani, per la libertà dataci da Cristo, amiamo Dio a partire dalla radice stessa, cioè dalla sincerità del cuore, la cui unica regola e misura è la creatività senza misura che suggerisce l'amore...

Rientriamo in albergo con un altro cumulo di impressioni, informazioni, emozioni... Qualcuno si domanda: non è troppo? Come fare a decodificare tanto stoccaggio di belle e grandi cose? A sera tarda, dopo cena, ci confrontiamo su quel che più ci ha colpito durante la giornata. La comunicazione nella fede è uno degli esercizi più faticosi, ma più utili, perché lo Spirito parla a ognuno, e lungo la giornata ciascuno ha visto le cose da angolature e profondità diverse.

"Grazie, Signore, anche per questa esperienza di Chiesa che stiamo facendo".
... è già notte tarda. Sesto giorno!

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