Pellegrinaggio - diario di Terra Santa quindicesimo capitolo


IL DESERTO


"Nei cieli e fissata la dimora del sole. Esce come uno sposo dalla stanza nuziale, come un campione si getta felice nella corsa. Sorge da una estremità del cielo e gira fino all'altro estremo: nulla sfugge al suo calore" (Sal 19,6-7). E' l'immagine giusta per fissare l'impeto con cui dalle colline del deserto erompe il sole all'alba, dopo che per almeno mezz'ora ha preparato il cielo a diversi colori ad attenderlo: arriva rubicondo di fuoco in mezzo a lampi di luce e riflessi che a raggiera percorrono tutto l'orizzonte messaggeri di vitalità e forza.

Siamo partiti prestissimo per cogliere il respiro del risveglio del deserto: le ombre che coprivano il sonno se ne fuggono veloci incominciando a dar rilievo alle mille balze di cui si compone questo deserto di Giuda, fatto di roccia brulla, sassi frantumati dall'escursione termica, e in primavera da una debole barba verde che ingiallisce ai primi caldi d'aprile. La prima immagine è ancora quella di un salmo: "Perché, monti, saltate come capre, e voi, colline, come agnelli di un gregge?" (113,6); è un gregge immobile, con il capo in giù, la groppa luminosa al sole, ancora in attesa che il pastore le chiami al pascolo.
Si agitano i primi beduini attorno alle tende: in un recinto scoperto stanno ora muovendosi anche capre e pecore, per uscire in fila dietro il pastore verso chissà quali pascoli invisibili entro questa sterminata aridità che pare il deserto. Poi si muovono donne e bambini per accudire al pentolame e dar aria alle stuoie servite da giacigli notturni. Il deserto è pieno di vita: dagli animali alle mille forme di flora che è stata capace di adattarvisi, agli insediamenti umani: le tende dei beduini che vivono a gruppi, i grandi agglomerati di cemento che ora gli Ebrei stanno ponendo sulle alture come città satelliti, o gli insediamenti militari che controllano la zona di confine con la Giordania; vivo infine per le "Laure", i monasteri che ancor oggi raccolgono uomini austeri nella preghiera e nella meditazione. Ora ne abbiamo uno davanti a noi: è San Giorgio di Kosiba, e attaccato alla roccia come un'anima attaccata al suo Dio, alla sua sicurezza, entro la stretta gola che il Wadi Kelt ha scavato. Vi abitano una decina di monaci ortodossi; si ritrovano il sabato pomeriggio per vivere il giorno del Signore insieme, nella celebrazione liturgica, nella fraternità di un pasto in comune, nello scambio dei libri e dei lavori, per ripartire la domenica sera verso le proprie celle eremitiche scavate entro le pareti rocciose del Wadi, segnate da croci, da un albero, e da scalette posticce per le quali ci si isola in romitori inaccessibili.

Siamo venuti anche noi nel deserto per vivere la ricchezza di questa esperienza spirituale di cui la Bibbia tanto risuona. Israele vi abitò per quarant'anni; Elia vi si ritirò nei momenti di ricarica; Giovanni Battista vi svolse tutto il suo ministero; Gesù lo consacrò con i suoi quaranta giorni di scelte drammatiche; Paolo stesso vi si ritirò dopo la conversione..., e su su fino al monachesimo egiziano e all'attuale moderno esercizio di deserto che ci deriva dalla esperienza di Charles de Foucauld nel Sahara.
Il deserto è anzitutto esperienza di silenzio, di povertà, di essenzialità, di tuffo nell'immenso, di percezione sensitiva della propria piccolezza e della assoluta dipendenza da Dio, Creatore dell'universo. E' fare deserto dentro di sé, al di là degli affanni e delle maschere che ci dobbiamo mettere per vivere: è porsi i problemi reali e gli interrogativi personali più profondi; è porsi nudi davanti al nostro destino e davanti a Dio.
E' un esercizio che vogliamo fare anche noi: ci siamo seduti sui sassi, sotto una croce che fa da riferimento, e per almeno venti minuti ci lasciamo penetrare profondamente da questo silenzio; è un silenzio che scava dentro di noi desideri, aspirazioni, nostalgie di purezza, di valori, di ideali a cui forse non abbiamo dato il giusto spazio nel correre della vita; alla fine è un desiderio di autenticità, di verità, di serenità e sicurezza interiore; è... un desiderio di Dio; è voglia di "toccare" quel Dio che sembra così presente in questo mare d'immenso mistero.
Ci distrae un momento, là in fondo, qualcosa che si muove nel deserto verso il torrente d'acqua incanalata che taglia, segnandolo di verde, l'immoto deserto: è un piccolo gregge di capre nere che scende a precipizio alla ricerca di acqua. Sembra di sentire il loro stridulo grido di soddisfazione quando finalmente vi si immergono per ristoro. Un altro salmo ha fissato questo istante, lirizzando l'immagine dell'animale: "Come la cerva assetata cerca un corso d'acqua, anch'io vado in cerca di te, di te, mio Dio. Di te ho sete, o Dio, Dio vivente: quando potrò venire e stare alla tua presenza?" (Sal 41,2-3).

Là in alto, davanti a noi, sta un picco, oggi con recinto militare, chiamato il monte della Quarantena: ricorda i quaranta giorni di Gesù qui nel deserto. Il deserto è tempo di prova e tempo di scelte. Giacobbe lottò al torrente Jabbok (Gen 32,25); Israele fu tentato nel deserto di fame, di sete, di idolatria, di nostalgia della schiavitù (le cipolle d'Egitto!)..., e quanto fu vinto! Gesù, nuovo Israele, vuol allora rifare quella medesima esperienza di prova, per uscirne però vincente.
"Poi lo Spirito di Dio fece andare Gesù nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Per quaranta giorni e quaranta notti Gesù rimase là, e non mangiava ne beveva. Alla fine ebbe fame. Allora il diavolo tentatore si avvicinò a lui e gli disse: "Se tu sei il Figlio di Dio, comanda a queste pietre di diventare pane!". Ma Gesù rispose: "Nella Bibbia è scritto: Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che viene da Dio". Allora il diavolo lo portò a Gerusalemme, la città santa; lo mise sul punto più alto del tempio, poi gli disse: "Se tu sei il Figlio di Dio, buttati giù; perché nella Bibbia è scritto: Dio comanderà ai suoi angeli. Essi ti sorreggeranno con le loro mani e così tu non inciamperai contro alcuna pietra". Gesù gli rispose: "Nella Bibbia c'è scritto anche: Non sfidare il Signore, tuo Dio". Il diavolo lo portò ancora su una montagna molto alta, gli fece vedere tutti i regni del mondo e il loro splendore, poi gli disse: "Io ti darò tutto questo, se in ginocchio mi adorerai". Ma Gesù disse a lui: "Vattene via, Satana! Perchè nella Bibbia è scritto: Adora il Signore, tuo Dio; a lui solo rivolgi la tua preghiera". Allora il diavolo si allontanò da lui, e subito alcuni angeli vennero a servire Gesù" (Mt 4,11).
La tentazione era per un messianismo fondato sul prestigio politico-economico-miracolistico rispetto alla strada della croce fissata dal Padre. La scelta di Gesù è per un totale abbandono al progetto del Padre. Ma la sua prova ce lo rende più vicino, come bene afferma la Lettera agli Ebrei: "Gesù doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso. Infatti proprio per essere stato messo alla prova ed aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova" (Eb 2,17-18); "Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire la nostra infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, come noi, escluso il peccato" (Eb 4,15).
Quanto è consolante questa meditazione, qui nel deserto, su un Gesù che "benché fosse Figlio di Dio, tuttavia imparò l'ubbidienza da quel che dovette patire" (Eb 5,8): infatti "noi non abbiamo ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato" (Eb 12,4), come ha fatto lui!

Gerico

Riprendiamo il cammino tra gole e picchi sassosi; ormai siamo sopra Gerico: uno spettacolo immenso!
Gerico è una vasta oasi di verde, del diametro di cinque km, che spicca in mezzo a un paesaggio lunare tutto bruciato, che l'ormai immiserito corso del Giordano non riesce più neanche a rigare di verde. La città è alimentata da una sorgente, chiamata "di Eliseo" (2 Re 2,19); attorno, dove arriva l'acqua incanalata dal Kelt, fioriscono palme, banane, lussureggiante vegetazione tropicale; Gerico è tutta un fiore violento: viola delle bugainvillee, rosso dell'albero corallo, celeste gelsomino di alcuni tipi di ficus...; e infine il sicomoro, il grosso albero sul quale sali Zaccheo quando volle vedere Gesù.
"Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando. Qui viveva un certo Zaccheo. Era un capo degli agenti delle tasse ed era molto ricco. Desiderava però vedere chi fosse Gesù, ma non ci riusciva: c'era troppa gente attorno a Gesù e lui era troppo piccolo. Allora corse un po' avanti e si arrampicò sopra un albero in un punto dove Gesù doveva passare: sperava cosi di poterlo vedere. Quando arrivò in quel punto, Gesù guardò in alto e disse a Zaccheo: "Scendi in fretta, perché oggi devo fermarmi a casa tua!". Zaccheo scese subito dall'albero e con grande gioia accolse Gesù in casa sua. I presenti vedendo questo si misero a mormorare contro Gesù. Dicevano: "E' andato ad alloggiare da uno strozzino". Zaccheo invece, stando davanti al Signore, gli disse: "Signore, la metà dei miei beni la do ai poveri e se ho rubato a qualcuno gli rendo quel che gli ho preso quattro volte tanto". Allora Gesù disse a Zaccheo: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa. Anche tu sei un discendente di Abramo. Ora il Figlio dell'uomo è venuto proprio a cercare e salvare quelli che erano perduti" (Lc 19,1-10).

La Gerico attraversata da Gesù sembra sia stata quella costruita da Erode, proprio sotto allo sbocco di Wadi Kelt; ora vi stanno facendo vaste ricerche, mettendo in luce palazzi, terme e grandi mosaici rimasti sotto la sabbia fino ai nostri giorni. Prima dell'abitato attuale, si incontrano gruppi di casupole in fango e rami; fino al1985 vi erano qui attorno due grandissimi campi profughi, abbandonati nel '67 da quasi 400 mila Palestinesi. Israele ora li ha fatti sparire distruggendoli con grossi bulldozer. Quel che è rimasto è abitato da beduini, e ora dopo il ritorno all'autonomia si stanno ricostruendo nuove case. A fianco v'è qualche tenda di beduini.
Ci fermiamo per un saluto. E' una tenda di pelli nere, aperta ai quattro venti; sotto, due pagliericci, un po' di pentolame, un bidone dell'acqua, la cenere di un fuoco. Ci viene incontro una vecchia tatuata sul viso: ci sorride e ci offre su un vassoio cinque bicchierini fumanti di te caldo. Una decina di bambini dai piedi sbucciati ci girano attorno; in un angolo una bambinetta sommersa dalle mosche. . . Fanno compassione questi bambini, eppure sono figli di Dio anche loro, con i medesimi diritti ed esigenze dei nostri, più fortunati. Quando si accosta questa miseria non si ha più il coraggio a casa di lamentarsi di niente! Se oggi costoro sono a questo stadio, quale sarà stato lo stadio di vita, di igiene, al tempo di Gesù duemila anni fa? Comprendiamo sempre più chiaramente quale "pazzia" sia stata la scelta di Dio di farsi uomo!

Sostiamo all'entrata di Gerico dalle Suore Francescane. Ci aspettano con gioia per celebrare con noi una Messa "in italiano". Nel fresco di questo angolo pulito diamo tutto il tempo per riflettere e pregare sul terzo e più profondo aspetto del deserto: luogo dell'esperienza dell'amore di Dio! "Mi ricordo di te, dell'affetto della tua giovinezza, dell'amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto" (Ger 2,2). E' la lettura che dell'esperienza del deserto ha fatto il profetismo, da Osea, a Geremia, a Ezechiele. Partiamo da lontano.

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