| Pellegrinaggio - diario di Terra Santa | diciottesimo capitolo |
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Abbiamo davanti ancora quasi una giornata intera: la usiamo per completare
alcune visite e per qualche riflessione di sintesi alla Messa finale che
celebreremo al Santo Sepolcro. Saremo in aeroporto solo alle 16,30, e... a
Milano per mezzanotte.
La spianata del tempio
La spianata del tempio, con la visita alle Moschee, è uno dei momenti più
importanti: l'abbiamo lasciata per ultima per farla con calma.
Entriamo nella città vecchia dalla porta di Santo Stefano per un veloce sguardo
a Sant'Anna. Nel quartiere nord, fuori il tempio "v'e a Gerusalemme, presso
la porta delle pecore, una piscina a cinque portici. Il suo nome in ebraico è
Betzata. Sotto quei portici c'era sempre una folla di ammalati: ciechi, zoppi,
paralitici. Uno di loro, un uomo paralizzato, era infermo da trentotto anni. Gesù
lo vide lì sdraiato su una coperta, e sapendo che stava lì da molto tempo gli
disse: "Vuoi guarire?". L'infermo gli rispose: "Signore, non ho
nessuno che mi metta nella piscina quando l'acqua è agitata. Quando sto per
entrarci, un altro scende in acqua prima di me". Gesù gli disse:
"Alzati, prendi la tua coperta e cammina!". In quell'istante l'uomo
tornò sano, e andava in giro con la coperta sotto il braccio" (Gv 5,2-9).
Gli scavi hanno messo in luce l'antica piscina, fatta a due vasche trapezoidali
divisa da un muro (e quindi portico); Adriano la trasformò in bagni pubblici
con tempio al dio Esculapio; i bizantini, a ricordo dell'episodio evangelico, vi
fecero una basilica a tre navate; i Crociati ne fecero una anche loro più
modesta; in compenso ne costruirono un'altra a fianco dedicata a sant'Anna perché
una antica tradizione indicava in alcune grotte qui la casa di san Gioacchino.
È il luogo che venera la nascita dì Maria. La chiesa è oggi l'unica
conservata dal periodo medievale: ispira semplicità di linee e austera
spiritualità, con una buona acustica, tanto che spesso si incontrano qui gruppi
polifonici.
Appena oltre siamo all'altezza della Torre Antonia e giriamo dentro la spianata
del tempio da questo angolo nord ovest. Lo spiazzo che ci sta davanti è davvero
enorme anche oggi: lungo circa 600 m e largo 300 costituisce la piattaforma
dell'opera grandiosa fatta da Erode a partire dal 20 a.C.: dovette farvi
muraglioni e colonnati di sostegno, soprattutto nella parte sud (oggi detta
"stalle di Salomone"), con pietre e macigni squadrati lunghi anche due
metri. L'opera fu terminata alla vigilia della sua distruzione da parte dei
Romani nel '70 d.C.
Oltre la fortezza Antonia, tutto il recinto era circondato da portici: quello a
est era detto "di Salomone"; quello a sud, alto e solenne con quattro
fila di colonne, detto "Portico Regio" (ne rimangono sparsi in giro i
capitelli). Vi si accedeva a sud da ampie scalinate che entravano per la porta
"triplice" e "duplice" in sotterranea fino al cortile
interno del tempio; a ovest due grandi porte: una con scalinata, l'altra con un
viadotto che saltava la valle del Tiropeion per congiungersi con la città
occidentale; tale cavalcavia è oggi visibile presso il Muro del pianto.
L'interno era costituito da cortili: il più esterno detto dei
"Gentili", luogo di scambi e commerci, dove tutti potevano 'entrare.
Va collocato qui l'atto profetico di Gesù della cacciata dal tempio dei
venditori: "Non riducete a mercato la casa di mio Padre. - Dacci una prova
che hai l'autorità di fare questo?". "Distruggete questo tempio! In
tre giorni lo farò risorgere". "Ma Gesù parlava del tempio del suo
corpo" (Gv 2,13-22). Ormai era lui la vera dimora di Dio tra gli uomini (Gv
1,14). Prima di lui la dimora di Dio tra gli uomini era proprio qui nel
Santuario centrale; oltre i cortili riservati agli Ebrei, vi era il Tabernacolo
vero e proprio, diviso in un atrio e due stanze: il Santo, dove c'era l'altare
dell'incenso e il candelabro a sette braccia; e il Santo dei Santi, vuoto al
tempo di Gesù, prima luogo dell'Arca, sulla quale una nube segnava la
"Gloria" di Iahvè (Es 25,21).
Il tempio era il centro della vita religiosa e civile di tutto Israele: sotto i
suoi portici i rabbini insegnavano, e qui Gesù, già da quando aveva 12 anni,
non mancò di venire per imparare (Lc 2,41) e per insegnare poi con autorità:
"Durante il giorno Gesù insegnava nel tempio, e la notte, uscendo,
pernottava sul monte degli Ulivi. E tutto il popolo si levava di buon mattino e
veniva a lui nel tempio per ascoltarlo" (Lc 21,37).
Non mancava alle feste e celebrazioni: il Vangelo di Giovanni è tutto costruito
su feste frequentate da Gesù al tempio, prendendo spunto e occasione per i suoi
messaggi: "Chi ha sete..." (Gv 7,37); "Io sono la luce..."
(Gv 8,12); "Io e il Padre siamo uno" (Gv 10,22); "Io sono la
porta delle pecore..." (10,7); "Io sono il buon pastore..." (Gv
10,11). Chiacchiere e maldicenze erano di casa, come capita fuori e dentro le
nostre chiese: "Il mattino presto Gesù tornò al tempio, e cominciò a
insegnare. I maestri della Legge e i farisei portarono davanti a Gesù una donna
sorpresa in adulterio. "Tu che ne dici?". "Chi tra voi è senza
peccato, scagli per primo la pietra contro di lei"" (Gv 8,2-11).
E naturalmente, come in ogni santuario, giravano soldi e critiche: "Gesù
andò a sedersi vicino al tesoro del tempio e guardava la gente che metteva i
soldi nelle cassette delle offerte. C'erano molti i quali buttavano dentro molto
denaro. Venne anche una vedova e vi mise soltanto due monetine di rame. Allora
Gesù chiamò i suoi discepoli e disse: Io vi assicuro che questa vedova, povera
com'è, ha dato una offerta più grande di quella di tutti gli altri! Infatti
gli altri hanno offerto quello che avevano d'avanzo, mentre questa donna, povera
com'è, ha dato tutto quello che possedeva, quel che le serviva per vivere"
(Mc 12,41-44).
Nell'ultima settimana prima della morte, Gesù visse nel tempio e vi ebbe forti
dibattiti e contrasti con farisei e scribi: diatribe che decisero la sua
condanna!
Il tempio frequentato da Gesù era il terzo tempio. Era stato Davide a volere
una casa per Jahvè, un luogo per l'Arca (2Sam 7), comperando un terreno a nord
della cittadella gebusea; ma sarà il figlio Salomone a costruirvi un tempio
sontuoso. Egli pregò così il giorno della inaugurazione: "O Dio, com'è
possibile che tu abiti sulla terra? In realtà né i cieli, né l'universo
intero ti possono contenere; tanto meno questo tempio che ho costruito! Accogli
la mia preghiera e la mia supplica. Custodisci giorno e notte questo tempio,
questa casa dove hai scelto di manifestare la tua presenza. Ascolta e perdona.
Quando il tuo popolo verrà sconfitto dai nemici... ascolta! Quando gli
Israeliti saranno colpiti da siccità... ascolta! Quando nella nostra terra ci
saranno carestie.., ascolta! Tu solo infatti conosci a fondo il cuore dell'uomo.
Quando uno straniero... ascoltalo! Quando gli Israeliti peccheranno contro di te
- chi non ha mai peccato? - .. perdonali! Essi appartengono a te solo,
Signore" (1Re 8,22-53).
E' il luogo del dialogo dell'uomo con Dio, espresso così bene nei cosiddetti
"Salmi di Sion" (46, 48, 76, 84, 87, 122). Dialogo sincero, che
implica fedeltà (cf Ger 7) e coerenza di vita al di là del formalismo del
culto: è la polemica di tutto il profetismo. Distrutto questo tempio nel 587 da
Nabucodonosor, risorse più modesto dopo il ritorno da Babilonia (Esd 4-6). E'
il secondo tempio (520 a.C.). Gesù frequentò il tempio di Erode; e dopo di lui
la Comunità cristiana frequentò ancora un po' il tempio (At 2,42); fu poi la
riflessione di Paolo a sviluppare il tema del nuovo tempio, il Corpo di Cristo,
che è la Chiesa (1Cor 3,10; 2Cor 6,16; Ef 2,20).
Distrutto dai Romani nel 70, Adriano nel 135 vi costruì sopra un tempio di
Giove. Nel 638 all'arrivo dei Musulmani la grande spianata venne trasformata in
luogo santo per l'Islam, e vi furono costruite le due attuali moschee; in
particolare quella di Omar sulla roccia che ricorda la salita notturna di
Maometto al cielo. I Crociati usarono la moschea di El Aqsa come palazzo di re
Baldovino. Fu Solimano il Magnifico ad abbellirle nello splendore di ori,
maioliche, intarsi, vetrate e colori che oggi destano la meraviglia del
visitatore.
Le Moschee
Quella che noi chiamiamo Moschea di Omar ha un suo nome specifico: "Cupola
della roccia", la roccia del monte Moria che ricorda il sacrificio di
Isacco; era il posto dove nel tempio ebraico c'era l'altare degli olocausti; è
la roccia che ricorda la partenza di Maometto. E uno degli splendori
dell'architettura arabo-persiana-bizantina: è il più antico monumento
musulmano (685). È' lì tutta da vedere, nei suoi colori, nei tappeti, nello
splendido interno-cupola tutto di legno dorato. Un reliquiario conserva i peli
della barba di Maometto. Visitandola, abbiamo occasione di conoscere un po' di
più l'Islam.
Sulla cornice interna di questa moschea vi è una precisazione dottrinale
proprio in polemica coi cristiani: "Gesù non è che il figlio di Maria,
l'inviato di Dio e sua Parola che ha deposto in Maria. Crediamo dunque in Dio e
nel suo inviato e non dite che vi sia una Trinità. Dio è unico, e non può
avere figli". Senza incarnazione l'uomo non ha superato la distanza che lo
divide dalla divinità, non può aver Dio come Padre, ma solo come Signore:
l'unico atteggiamento da avere è l'islam, cioè sottomissione totale. È questo
il punto che divide il cristianesimo dall'Islam: una religione poco umanista!
"Allah akbàr", Dio è grande, grida per cinque volte al giorno il
muezzin dall'alto del minareto invitando alla preghiera rituale; un Dio solo,
Allah, santo e separato, intoccabile, è il primo credo dell'Islam. Non ha
Figlio: assurda l'incarnazione, e quindi la Trinità. Il suo merito storico è
d'aver ricuperato almeno per le popolazioni pagane dell'Arabia tutto il rigido
monoteismo dell'Antico Testamento.
Maometto, che nasce verso il 570 d.C. alla Mecca, è un uomo ricco di senso
religioso, ma anche di forte capacità politica e manageriale; dal suo contatto
molto superficiale con la Bibbia e con alcune piccole comunità cristiane
abissine raccoglie elementi dottrinali per una religione semplice, come
fondamento teocratico di una società molto confessionale. Nel 622 fugge dalla
sua città, legata a un santuario fortemente politeista, la Kà'bah, verso
Medina per iniziare il suo movimento di riforma. Fortune economiche e militari
lo rendono immediatamente forte e quindi uomo di prestigio; dapprima tollerante,
poi chiaramente polemico con Ebrei, cristiani ed... estranei alla sua religione.
Finché si impone anche su la Mecca e in seguito su tutta la regione araba. Egli
si sente investito da Dio come ultimo profeta per trasmettere la vera
"religione di Abramo", che tramite il figlio Ismaele riconosce come
capostipite. Dio che aveva parlato per mezzo dei suoi profeti Mosè (e la sua
Torah), Davide (e i suoi Salmi), Gesù (e il suo Vangelo), ultimamente e
definitivamente ha parlato agli uomini attraverso Maometto e il suo Corano.
Appunto al Corano fa riferimento tutto l'Islam, dettato letteralmente al
Profeta, e quindi immutabile e infallibile. È' composto di 114 capitoli (o sùrah)
in ordine decrescente di lunghezza. Oltre alla fede religiosa contiene norme
giuridiche, sociali e familiari. Tema centrale è: Dio è misericordioso verso
il peccatore, ma giudice esigente nel giudizio finale. Impegni di vita sono: la
preghiera, il digiuno del Ramadan, l'elemosina, il pellegrinaggio alla Mecca
almeno una volta in vita. L'integralismo della fede porta a un confessionalismo
totalizzante e a una forte intolleranza. Commento ed esegesi del Corano è la
Sunna, da cui il nome di Sunniti della maggior parte dei musulmani. Sciiti (da
shià, partito) sono il ramo secessionista che alla morte di Maometto sosteneva
il califfato di Alì, genero di Maometto.
La Mecca è la capitale spirituale, cui rivolgersi nella preghiera. Il venerdì
è giorno di assemblea e preghiera nella moschea: si entra qui a piedi scalzi,
come ci richiama l'episodio di Mosè al roveto ardente: "Togliti le scarpe,
perché il luogo dove sei è terra santa". Prima di entrare ci si purifica
con abluzioni rituali; le prostrazioni sono segno di adorazione e sottomissione.
I fedeli portano - anche per le strade - una corona di 33 grani, da rigirare tre
volte per pronunciare ininterrottamente i 99 attributi di Allah.
La Moschea El-Aqsa sta di fronte a quella di Omar. Dice il Corano: "Lode a
Colui che di notte trasportò il suo servo Maometto dal tempio sacro (della
Mecca) al tempio più lontano (Gerusalemme)". El-Aqsa significa: la
lontana. E' vastissima e può contenere 5.000 persone; risale, nella sua
struttura attuale a sette navate, al 1034. Rifatta più volte, ebbe anche in
dono da Mussolini le colonne di marmo di Carrara. E' in rifacimento il
bellissimo mihrab che ha subito un incendio nel '69. Prima di entrare il pio
musulmano si lava nella bella fontana che sta tra le due moschee. Nel lato sud
ovest della spianata v'è un piccolo museo di storia della presenza islamica a
Gerusalemme.
Usciamo sopra il "muro del pianto": è mattinata limpida e fresca. I
Giudei sono sempre raccolti alla preghiera: dall'alto brilla la pietra bianca
del rinnovato quartiere ebraico. Risaliamo per il suk arabo per un'ora di sosta
al mercato. E' bello perdersi tra questo mondo fatto di colori, di curiosità,
di inviti pressanti a vedere, visitare, toccare... In ognuno di noi c'è il
gusto del contrattare; qui si baratta sempre astuzia e fiducia: il valore in sé
della merce è secondario!
Ci avviamo alla basilica del Santo Sepolcro per la Messa finale del nostro
pellegrinaggio. E' alla Risurrezione che facciamo il nostro ultimo riferimento.
Messa di chiusura
Il fatto che un uomo, messo nel sepolcro per tre giorni, sia poi tornato in
vita, è talmente unico e decisivo per il destino di ogni uomo che costituisce
l'inizio e il fondamento di tutto il cristianesimo. Lo aveva colto
immediatamente san Paolo: "Se Cristo non è risuscitato, la nostra
predicazione è senza fondamento e la vostra fede è senza valore. Se noi
abbiamo sperato in Cristo soltanto per questa vita, noi siamo i più infelici di
tutti gli uomini. Ma Cristo è veramente risuscitato dai morti, primizia di
risurrezione per quelli che sono morti" (1Cor 15,14-20). E poiché io ci
tengo alla mia pelle, non trovando in giro altra medicina contro la morte, mi
attacco a questa, e sono molto interessato al fatto! E' in fondo la grande sfida
che la nostra fede lancia ad ogni pur affascinante umanesimo! E le prove ci
sono, e sono molte, inconfutabili.
Sentiamo anzitutto "coloro che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la
risurrezione": è una serie di testimonianze divenute subito nella Chiesa
primitiva un pacchetto di prove per quanti aderivano alla fede: "Prima di
tutto vi trasmetto l'insegnamento che anch'io ho ricevuto: Cristo è morto per i
nostri peccati, come è scritto nella Bibbia, ed è stato sepolto. È
risuscitato il terzo giorno, come è scritto nella Bibbia, ed è apparso a
Pietro. Poi è apparso ai dodici apostoli, quindi a più di cinquecento
discepoli riuniti insieme. La maggior parte di essi è ancora in vita, mentre
alcuni sono già morti. In seguito è apparso a Giacomo, e poi a tutti gli
apostoli. Dopo esser apparso a tutti, alla fine è apparso anche a me, benché
io, tra gli apostoli, sia come un aborto. Infatti, io sono l'ultimo degli
apostoli; non sono neanche degno di essere chiamato apostolo, perché ho
perseguitato la Chiesa di Dio" (1Cor 15,3-9).
E' Paolo che scrive, cambiato da persecutore feroce in apostolo entusiasta
proprio da un violento incontro a faccia a faccia sulla via di Damasco con
questo Gesù vivo e potente! Ed era gente non proprio credulona, se stiamo a
quel che è capitato a Tommaso: "Se non vedo il segno dei chiodi nelle sue
mani, se non tocco col dito il segno dei chiodi e se non tocco con mano il suo
fianco, io non crederò" (Gv 20,24-29). Un fatto che s'è imposto quindi
con la perentorietà provocatrice e disarmante della verità "delle cose
così come stanno".
Un fatto che va capito nel suo significato più profondo sia per quel che
concerne Cristo sia per quel che concerne noi. E qui la nostra ricerca si fa
preghiera, come ci suggerisce san Paolo: "Chiedo a Dio di illuminare gli
occhi della vostra mente e di farvi comprendere a quale traguardo egli vi
chiama: così potrete conoscere la grandiosa ricchezza che egli ha preparato per
quelli che sono suoi, l'immensa potenza con la quale ha agito per noi che
crediamo in lui. È la stessa energia e forza onnipotente che Dio ha mostrato
quando ha risuscitato Cristo dalla morte e lo ha portato nel mondo celeste e gli
ha dato potere accanto a sé. Là, egli si trova al di sopra di tutte le autorità,
le forze, le potenze di ogni genere, sia quelle di questo mondo, sia quelle del
mondo futuro. Infatti, come dice la Bibbia, Dio ha messo tutte le cose sotto di
lui e lo ha dato alla Chiesa come capo supremo. E la Chiesa è il corpo di
Cristo. E Cristo, il quale domina completamente tutta la realtà, è in essa
pienamente presente" (Ef 1,18-23). E' necessario capire quel che è
avvenuto in Cristo, perché questo avverrà anche per noi, membra del suo corpo
di cui lui è il capo.
Con la risurrezione Dio riabilita suo Figlio che era stato rifiutato e ucciso:
lo accredita e lo esalta "facendolo sedere alla destra della Potenza"
(cf Mc 14,62). "Dio lo ha innalzato sopra tutte le cose e gli ha dato il
nome più grande; ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore" (Fil
2,9-11).
Sedere alla destra di Dio è una immagine che il Nuovo Testamento poi traduce in
due contenuti: se un uomo, crocifisso e risorto, è divenuto partecipe della
divinità, significa che inscindibilmente ormai si è realizzata quell'alleanza,
quello sposalizio, quella congiunzione piena tra umanità e divinità che Dio
aveva sognato fin dalla creazione del mondo. Accanto al "Dio della
gloria", sta ora "il Signore della gloria" (1Cor 2,8); non come
usurpatore, ma come partecipe e mediatore. "Uno solo è Dio, e uno solo è
anche il Mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù" (1Tm 2,5).
In sostanza: "In lui il Padre volle che abitasse tutta la pienezza"
(Col 1,19), la pienezza del suo progetto sull'uomo e sul mondo, collocando
quest'uomo, appunto con la risurrezione, alla radice dell'essere, divenendo
progetto ("n lui"), causa efficiente ("per mezzo di lui") e
fine ("in vista di lui") dell'universo e dell'umanità. "È' il
primo risuscitato dai morti, egli deve avere sempre il primo posto in tutto.
Cristo è prima di tutte le cose e tiene insieme tutto l'universo. Tutto fu
creato per mezzo di lui e per lui" (Col 1,16-18).
Per questo noi lo proclamiamo Signore e Messia: "Sappia dunque con certezza
tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che
voi avete crocifisso" (At 2,36). Signore perché signore della signora del
mondo che è la morte; Signore delle potenze del male. Per noi poveri tapini
sbattuti nella precarietà d'una esistenza che sembra allo sbando, è decisivo
avere un Signore "che vince il mondo"! Messia significa il "sì",
la risposta di Dio alle aspettative degli uomini, liberatore e progetto d'umanità
riuscita e dilatato oltre ogni nostra speranza. Vederlo alla destra del Padre
significa sapere che è andato a prepararci un posto. Lui vivo e Signore è
tutta la nostra sorte, cioè la nostra fortuna!
Ecco: credo che alla fine di questo viaggio la sensazione più immediata sia
quella di aver fatto una scoperta, di averne per lo meno preso più coscienza
con sorpresa. Questa: di essere ognuno di noi oggetto di un amore gratuito e
fedele di un Dio che s'è innamorato di noi! È l'esperienza che fonda la fede.
Noi non siamo nessuno; noi spesso siamo insoddisfatti; anche la persona più
amata ha sempre la sensazione che gli manca qualcosa. È Dio che ci ha fatti per
lui e niente in noi s'acquieta se non riposa in lui. Solo quando ci sentiamo
amati da lui sentiamo sazietà, e abbiamo il coraggio di fronte a tutti di
alzare il capo.
L'amore di Dio l'abbiamo conosciuto leggendo i profeti nel deserto, Dio è
innamorato come un fidanzato e uno sposo; l'amore di Dio l'abbiamo conosciuto
coi fatti capitati sul calvario, un amore fino alla morte, un amore che è
misericordia e perdono, anzi riscatto! "In questo sta l'amore: non siamo
stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio
come vittima di espiazione per i nostri peccati" (1Gv 4,10); "Egli ci
ha amati per primo" (1Gv 4,19); "Non voi avete scelto me, ma io ho
scelto voi" (Gv 15,16). La prima conclusione l'abbiamo tirata proprio a
Gerico: "Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi...?" (Rm 8,3
1-39). È la conclusione che ci mette le spalle al sicuro!
Seconda scoperta: entro questo amore si concretizza un progetto su noi che è
enormemente più grande d'ogni nostro sogno e desiderio: è il progetto di un
uomo - come è capitato a Gesù - che viene rapito entro la divinità, partecipe
per sempre della condizione divina. È il progetto dello "sposalizio"
scoperto a Nazaret nel mistero dell'incarnazione, reso visibile nel prototipo di
uomo apparso a Betlemme, chiarito e garantito da quell'invito a cena che dal
Cenacolo si semina ora in ogni Messa, per divenire "commensali di casa
Trinità", e Dio "nostro inserviente"! La fede è credere che Dio
vede e vuole il mio bene più di quello che vedo e voglio io stesso. È la
scoperta della verità più vera di noi stessi, la scoperta che è una verità
più grande di ogni altra proposta umana!
Sfida quindi in sicurezza del cuore; sfida in dilatazione d'orizzonti, con
garanzia di verifica nella vicenda dell'uomo Gesù di Nazaret. È' ciò che
costituisce il contenuto esaltante della esperienza cristiana: un umanesimo ben
più "plenario" perché si innesta nel mistero grandioso di un Dio che
è amore (1Gv 4,7). E l'amore come risposta all'amore di Dio è anche l'unica
chiave di lettura di tutto quel mare tremendo che ogni uomo deve attraversare:
la sofferenza, l'ingiustizia, la morte! Il mistero della prova di Abramo e di
Gesù nel Getsemani ce ne hanno parlato: il dono totale che Dio fa di sé esige
che si risponda con un amore altrettanto totalitario; e questo provato, come
l'oro, col fuoco! E' l'altro grande capitolo della scoperta cristiana: la
valorizzazione di quel che nel mondo sembra inutile, anzi danno!
È su queste tre sfide - sentirsi amato pienamente, progetto più grande,
sofferenza utilizzata come amore - che si appoggia tutta la nostra missione di
cristiani di fronte al mondo. Uno si sente in missione quando ha qualcosa di
nuovo e di utile da offrire: solo la coscienza di questo specifico apporto
cristiano alla interrogazione umana darà la carica di divenire apostoli e
missionari. Come i discepoli di Emmaus, lasciamo questa terra e ritorniamo a
casa a dire: Ho visto il Signore e il suo dono che ha preparato per te!
Forse solo questo - poco ma per me esaltante - ho capito della fede. Sono venuto
con te, caro pellegrino, in questa terra soltanto per potertelo dire: io non
sono un maestro, ma un testimone, forse non molto persuasivo, ma certamente
entusiasta e contento del dono che ho ricevuto. Vorrei aver contagiato un poco
anche te, che hai avuto la pazienza di seguirmi fin qui. La mia cara Madonna di
Terra Santa, "la Madonna del Finalmente!", dia a me e a te di arrivare
- come Cristo - a godere del possesso di quei beni che qui già abbiamo
percepito come promesse!
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