Pellegrinaggio - diario di Terra Santa diciottesimo capitolo


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Abbiamo davanti ancora quasi una giornata intera: la usiamo per completare alcune visite e per qualche riflessione di sintesi alla Messa finale che celebreremo al Santo Sepolcro. Saremo in aeroporto solo alle 16,30, e... a Milano per mezzanotte.

La spianata del tempio

La spianata del tempio, con la visita alle Moschee, è uno dei momenti più importanti: l'abbiamo lasciata per ultima per farla con calma.
Entriamo nella città vecchia dalla porta di Santo Stefano per un veloce sguardo a Sant'Anna. Nel quartiere nord, fuori il tempio "v'e a Gerusalemme, presso la porta delle pecore, una piscina a cinque portici. Il suo nome in ebraico è Betzata. Sotto quei portici c'era sempre una folla di ammalati: ciechi, zoppi, paralitici. Uno di loro, un uomo paralizzato, era infermo da trentotto anni. Gesù lo vide lì sdraiato su una coperta, e sapendo che stava lì da molto tempo gli disse: "Vuoi guarire?". L'infermo gli rispose: "Signore, non ho nessuno che mi metta nella piscina quando l'acqua è agitata. Quando sto per entrarci, un altro scende in acqua prima di me". Gesù gli disse: "Alzati, prendi la tua coperta e cammina!". In quell'istante l'uomo tornò sano, e andava in giro con la coperta sotto il braccio" (Gv 5,2-9).

Gli scavi hanno messo in luce l'antica piscina, fatta a due vasche trapezoidali divisa da un muro (e quindi portico); Adriano la trasformò in bagni pubblici con tempio al dio Esculapio; i bizantini, a ricordo dell'episodio evangelico, vi fecero una basilica a tre navate; i Crociati ne fecero una anche loro più modesta; in compenso ne costruirono un'altra a fianco dedicata a sant'Anna perché una antica tradizione indicava in alcune grotte qui la casa di san Gioacchino. È il luogo che venera la nascita dì Maria. La chiesa è oggi l'unica conservata dal periodo medievale: ispira semplicità di linee e austera spiritualità, con una buona acustica, tanto che spesso si incontrano qui gruppi polifonici.
Appena oltre siamo all'altezza della Torre Antonia e giriamo dentro la spianata del tempio da questo angolo nord ovest. Lo spiazzo che ci sta davanti è davvero enorme anche oggi: lungo circa 600 m e largo 300 costituisce la piattaforma dell'opera grandiosa fatta da Erode a partire dal 20 a.C.: dovette farvi muraglioni e colonnati di sostegno, soprattutto nella parte sud (oggi detta "stalle di Salomone"), con pietre e macigni squadrati lunghi anche due metri. L'opera fu terminata alla vigilia della sua distruzione da parte dei Romani nel '70 d.C.
Oltre la fortezza Antonia, tutto il recinto era circondato da portici: quello a est era detto "di Salomone"; quello a sud, alto e solenne con quattro fila di colonne, detto "Portico Regio" (ne rimangono sparsi in giro i capitelli). Vi si accedeva a sud da ampie scalinate che entravano per la porta "triplice" e "duplice" in sotterranea fino al cortile interno del tempio; a ovest due grandi porte: una con scalinata, l'altra con un viadotto che saltava la valle del Tiropeion per congiungersi con la città occidentale; tale cavalcavia è oggi visibile presso il Muro del pianto. L'interno era costituito da cortili: il più esterno detto dei "Gentili", luogo di scambi e commerci, dove tutti potevano 'entrare.

Va collocato qui l'atto profetico di Gesù della cacciata dal tempio dei venditori: "Non riducete a mercato la casa di mio Padre. - Dacci una prova che hai l'autorità di fare questo?". "Distruggete questo tempio! In tre giorni lo farò risorgere". "Ma Gesù parlava del tempio del suo corpo" (Gv 2,13-22). Ormai era lui la vera dimora di Dio tra gli uomini (Gv 1,14). Prima di lui la dimora di Dio tra gli uomini era proprio qui nel Santuario centrale; oltre i cortili riservati agli Ebrei, vi era il Tabernacolo vero e proprio, diviso in un atrio e due stanze: il Santo, dove c'era l'altare dell'incenso e il candelabro a sette braccia; e il Santo dei Santi, vuoto al tempo di Gesù, prima luogo dell'Arca, sulla quale una nube segnava la "Gloria" di Iahvè (Es 25,21).
Il tempio era il centro della vita religiosa e civile di tutto Israele: sotto i suoi portici i rabbini insegnavano, e qui Gesù, già da quando aveva 12 anni, non mancò di venire per imparare (Lc 2,41) e per insegnare poi con autorità: "Durante il giorno Gesù insegnava nel tempio, e la notte, uscendo, pernottava sul monte degli Ulivi. E tutto il popolo si levava di buon mattino e veniva a lui nel tempio per ascoltarlo" (Lc 21,37).
Non mancava alle feste e celebrazioni: il Vangelo di Giovanni è tutto costruito su feste frequentate da Gesù al tempio, prendendo spunto e occasione per i suoi messaggi: "Chi ha sete..." (Gv 7,37); "Io sono la luce..." (Gv 8,12); "Io e il Padre siamo uno" (Gv 10,22); "Io sono la porta delle pecore..." (10,7); "Io sono il buon pastore..." (Gv 10,11). Chiacchiere e maldicenze erano di casa, come capita fuori e dentro le nostre chiese: "Il mattino presto Gesù tornò al tempio, e cominciò a insegnare. I maestri della Legge e i farisei portarono davanti a Gesù una donna sorpresa in adulterio. "Tu che ne dici?". "Chi tra voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei"" (Gv 8,2-11).
E naturalmente, come in ogni santuario, giravano soldi e critiche: "Gesù andò a sedersi vicino al tesoro del tempio e guardava la gente che metteva i soldi nelle cassette delle offerte. C'erano molti i quali buttavano dentro molto denaro. Venne anche una vedova e vi mise soltanto due monetine di rame. Allora Gesù chiamò i suoi discepoli e disse: Io vi assicuro che questa vedova, povera com'è, ha dato una offerta più grande di quella di tutti gli altri! Infatti gli altri hanno offerto quello che avevano d'avanzo, mentre questa donna, povera com'è, ha dato tutto quello che possedeva, quel che le serviva per vivere" (Mc 12,41-44).

Nell'ultima settimana prima della morte, Gesù visse nel tempio e vi ebbe forti dibattiti e contrasti con farisei e scribi: diatribe che decisero la sua condanna!
Il tempio frequentato da Gesù era il terzo tempio. Era stato Davide a volere una casa per Jahvè, un luogo per l'Arca (2Sam 7), comperando un terreno a nord della cittadella gebusea; ma sarà il figlio Salomone a costruirvi un tempio sontuoso. Egli pregò così il giorno della inaugurazione: "O Dio, com'è possibile che tu abiti sulla terra? In realtà né i cieli, né l'universo intero ti possono contenere; tanto meno questo tempio che ho costruito! Accogli la mia preghiera e la mia supplica. Custodisci giorno e notte questo tempio, questa casa dove hai scelto di manifestare la tua presenza. Ascolta e perdona. Quando il tuo popolo verrà sconfitto dai nemici... ascolta! Quando gli Israeliti saranno colpiti da siccità... ascolta! Quando nella nostra terra ci saranno carestie.., ascolta! Tu solo infatti conosci a fondo il cuore dell'uomo. Quando uno straniero... ascoltalo! Quando gli Israeliti peccheranno contro di te - chi non ha mai peccato? - .. perdonali! Essi appartengono a te solo, Signore" (1Re 8,22-53).

E' il luogo del dialogo dell'uomo con Dio, espresso così bene nei cosiddetti "Salmi di Sion" (46, 48, 76, 84, 87, 122). Dialogo sincero, che implica fedeltà (cf Ger 7) e coerenza di vita al di là del formalismo del culto: è la polemica di tutto il profetismo. Distrutto questo tempio nel 587 da Nabucodonosor, risorse più modesto dopo il ritorno da Babilonia (Esd 4-6). E' il secondo tempio (520 a.C.). Gesù frequentò il tempio di Erode; e dopo di lui la Comunità cristiana frequentò ancora un po' il tempio (At 2,42); fu poi la riflessione di Paolo a sviluppare il tema del nuovo tempio, il Corpo di Cristo, che è la Chiesa (1Cor 3,10; 2Cor 6,16; Ef 2,20).
Distrutto dai Romani nel 70, Adriano nel 135 vi costruì sopra un tempio di Giove. Nel 638 all'arrivo dei Musulmani la grande spianata venne trasformata in luogo santo per l'Islam, e vi furono costruite le due attuali moschee; in particolare quella di Omar sulla roccia che ricorda la salita notturna di Maometto al cielo. I Crociati usarono la moschea di El Aqsa come palazzo di re Baldovino. Fu Solimano il Magnifico ad abbellirle nello splendore di ori, maioliche, intarsi, vetrate e colori che oggi destano la meraviglia del visitatore.

Le Moschee

Quella che noi chiamiamo Moschea di Omar ha un suo nome specifico: "Cupola della roccia", la roccia del monte Moria che ricorda il sacrificio di Isacco; era il posto dove nel tempio ebraico c'era l'altare degli olocausti; è la roccia che ricorda la partenza di Maometto. E uno degli splendori dell'architettura arabo-persiana-bizantina: è il più antico monumento musulmano (685). È' lì tutta da vedere, nei suoi colori, nei tappeti, nello splendido interno-cupola tutto di legno dorato. Un reliquiario conserva i peli della barba di Maometto. Visitandola, abbiamo occasione di conoscere un po' di più l'Islam.
Sulla cornice interna di questa moschea vi è una precisazione dottrinale proprio in polemica coi cristiani: "Gesù non è che il figlio di Maria, l'inviato di Dio e sua Parola che ha deposto in Maria. Crediamo dunque in Dio e nel suo inviato e non dite che vi sia una Trinità. Dio è unico, e non può avere figli". Senza incarnazione l'uomo non ha superato la distanza che lo divide dalla divinità, non può aver Dio come Padre, ma solo come Signore: l'unico atteggiamento da avere è l'islam, cioè sottomissione totale. È questo il punto che divide il cristianesimo dall'Islam: una religione poco umanista!
"Allah akbàr", Dio è grande, grida per cinque volte al giorno il muezzin dall'alto del minareto invitando alla preghiera rituale; un Dio solo, Allah, santo e separato, intoccabile, è il primo credo dell'Islam. Non ha Figlio: assurda l'incarnazione, e quindi la Trinità. Il suo merito storico è d'aver ricuperato almeno per le popolazioni pagane dell'Arabia tutto il rigido monoteismo dell'Antico Testamento.

Maometto, che nasce verso il 570 d.C. alla Mecca, è un uomo ricco di senso religioso, ma anche di forte capacità politica e manageriale; dal suo contatto molto superficiale con la Bibbia e con alcune piccole comunità cristiane abissine raccoglie elementi dottrinali per una religione semplice, come fondamento teocratico di una società molto confessionale. Nel 622 fugge dalla sua città, legata a un santuario fortemente politeista, la Kà'bah, verso Medina per iniziare il suo movimento di riforma. Fortune economiche e militari lo rendono immediatamente forte e quindi uomo di prestigio; dapprima tollerante, poi chiaramente polemico con Ebrei, cristiani ed... estranei alla sua religione. Finché si impone anche su la Mecca e in seguito su tutta la regione araba. Egli si sente investito da Dio come ultimo profeta per trasmettere la vera "religione di Abramo", che tramite il figlio Ismaele riconosce come capostipite. Dio che aveva parlato per mezzo dei suoi profeti Mosè (e la sua Torah), Davide (e i suoi Salmi), Gesù (e il suo Vangelo), ultimamente e definitivamente ha parlato agli uomini attraverso Maometto e il suo Corano.

Appunto al Corano fa riferimento tutto l'Islam, dettato letteralmente al Profeta, e quindi immutabile e infallibile. È' composto di 114 capitoli (o sùrah) in ordine decrescente di lunghezza. Oltre alla fede religiosa contiene norme giuridiche, sociali e familiari. Tema centrale è: Dio è misericordioso verso il peccatore, ma giudice esigente nel giudizio finale. Impegni di vita sono: la preghiera, il digiuno del Ramadan, l'elemosina, il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta in vita. L'integralismo della fede porta a un confessionalismo totalizzante e a una forte intolleranza. Commento ed esegesi del Corano è la Sunna, da cui il nome di Sunniti della maggior parte dei musulmani. Sciiti (da shià, partito) sono il ramo secessionista che alla morte di Maometto sosteneva il califfato di Alì, genero di Maometto.
La Mecca è la capitale spirituale, cui rivolgersi nella preghiera. Il venerdì è giorno di assemblea e preghiera nella moschea: si entra qui a piedi scalzi, come ci richiama l'episodio di Mosè al roveto ardente: "Togliti le scarpe, perché il luogo dove sei è terra santa". Prima di entrare ci si purifica con abluzioni rituali; le prostrazioni sono segno di adorazione e sottomissione. I fedeli portano - anche per le strade - una corona di 33 grani, da rigirare tre volte per pronunciare ininterrottamente i 99 attributi di Allah.

La Moschea El-Aqsa sta di fronte a quella di Omar. Dice il Corano: "Lode a Colui che di notte trasportò il suo servo Maometto dal tempio sacro (della Mecca) al tempio più lontano (Gerusalemme)". El-Aqsa significa: la lontana. E' vastissima e può contenere 5.000 persone; risale, nella sua struttura attuale a sette navate, al 1034. Rifatta più volte, ebbe anche in dono da Mussolini le colonne di marmo di Carrara. E' in rifacimento il bellissimo mihrab che ha subito un incendio nel '69. Prima di entrare il pio musulmano si lava nella bella fontana che sta tra le due moschee. Nel lato sud ovest della spianata v'è un piccolo museo di storia della presenza islamica a Gerusalemme.

Usciamo sopra il "muro del pianto": è mattinata limpida e fresca. I Giudei sono sempre raccolti alla preghiera: dall'alto brilla la pietra bianca del rinnovato quartiere ebraico. Risaliamo per il suk arabo per un'ora di sosta al mercato. E' bello perdersi tra questo mondo fatto di colori, di curiosità, di inviti pressanti a vedere, visitare, toccare... In ognuno di noi c'è il gusto del contrattare; qui si baratta sempre astuzia e fiducia: il valore in sé della merce è secondario!
Ci avviamo alla basilica del Santo Sepolcro per la Messa finale del nostro pellegrinaggio. E' alla Risurrezione che facciamo il nostro ultimo riferimento.

Messa di chiusura

Il fatto che un uomo, messo nel sepolcro per tre giorni, sia poi tornato in vita, è talmente unico e decisivo per il destino di ogni uomo che costituisce l'inizio e il fondamento di tutto il cristianesimo. Lo aveva colto immediatamente san Paolo: "Se Cristo non è risuscitato, la nostra predicazione è senza fondamento e la vostra fede è senza valore. Se noi abbiamo sperato in Cristo soltanto per questa vita, noi siamo i più infelici di tutti gli uomini. Ma Cristo è veramente risuscitato dai morti, primizia di risurrezione per quelli che sono morti" (1Cor 15,14-20). E poiché io ci tengo alla mia pelle, non trovando in giro altra medicina contro la morte, mi attacco a questa, e sono molto interessato al fatto! E' in fondo la grande sfida che la nostra fede lancia ad ogni pur affascinante umanesimo! E le prove ci sono, e sono molte, inconfutabili.

Sentiamo anzitutto "coloro che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione": è una serie di testimonianze divenute subito nella Chiesa primitiva un pacchetto di prove per quanti aderivano alla fede: "Prima di tutto vi trasmetto l'insegnamento che anch'io ho ricevuto: Cristo è morto per i nostri peccati, come è scritto nella Bibbia, ed è stato sepolto. È risuscitato il terzo giorno, come è scritto nella Bibbia, ed è apparso a Pietro. Poi è apparso ai dodici apostoli, quindi a più di cinquecento discepoli riuniti insieme. La maggior parte di essi è ancora in vita, mentre alcuni sono già morti. In seguito è apparso a Giacomo, e poi a tutti gli apostoli. Dopo esser apparso a tutti, alla fine è apparso anche a me, benché io, tra gli apostoli, sia come un aborto. Infatti, io sono l'ultimo degli apostoli; non sono neanche degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio" (1Cor 15,3-9).
E' Paolo che scrive, cambiato da persecutore feroce in apostolo entusiasta proprio da un violento incontro a faccia a faccia sulla via di Damasco con questo Gesù vivo e potente! Ed era gente non proprio credulona, se stiamo a quel che è capitato a Tommaso: "Se non vedo il segno dei chiodi nelle sue mani, se non tocco col dito il segno dei chiodi e se non tocco con mano il suo fianco, io non crederò" (Gv 20,24-29). Un fatto che s'è imposto quindi con la perentorietà provocatrice e disarmante della verità "delle cose così come stanno".

Un fatto che va capito nel suo significato più profondo sia per quel che concerne Cristo sia per quel che concerne noi. E qui la nostra ricerca si fa preghiera, come ci suggerisce san Paolo: "Chiedo a Dio di illuminare gli occhi della vostra mente e di farvi comprendere a quale traguardo egli vi chiama: così potrete conoscere la grandiosa ricchezza che egli ha preparato per quelli che sono suoi, l'immensa potenza con la quale ha agito per noi che crediamo in lui. È la stessa energia e forza onnipotente che Dio ha mostrato quando ha risuscitato Cristo dalla morte e lo ha portato nel mondo celeste e gli ha dato potere accanto a sé. Là, egli si trova al di sopra di tutte le autorità, le forze, le potenze di ogni genere, sia quelle di questo mondo, sia quelle del mondo futuro. Infatti, come dice la Bibbia, Dio ha messo tutte le cose sotto di lui e lo ha dato alla Chiesa come capo supremo. E la Chiesa è il corpo di Cristo. E Cristo, il quale domina completamente tutta la realtà, è in essa pienamente presente" (Ef 1,18-23). E' necessario capire quel che è avvenuto in Cristo, perché questo avverrà anche per noi, membra del suo corpo di cui lui è il capo.

Con la risurrezione Dio riabilita suo Figlio che era stato rifiutato e ucciso: lo accredita e lo esalta "facendolo sedere alla destra della Potenza" (cf Mc 14,62). "Dio lo ha innalzato sopra tutte le cose e gli ha dato il nome più grande; ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore" (Fil 2,9-11).
Sedere alla destra di Dio è una immagine che il Nuovo Testamento poi traduce in due contenuti: se un uomo, crocifisso e risorto, è divenuto partecipe della divinità, significa che inscindibilmente ormai si è realizzata quell'alleanza, quello sposalizio, quella congiunzione piena tra umanità e divinità che Dio aveva sognato fin dalla creazione del mondo. Accanto al "Dio della gloria", sta ora "il Signore della gloria" (1Cor 2,8); non come usurpatore, ma come partecipe e mediatore. "Uno solo è Dio, e uno solo è anche il Mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù" (1Tm 2,5).
In sostanza: "In lui il Padre volle che abitasse tutta la pienezza" (Col 1,19), la pienezza del suo progetto sull'uomo e sul mondo, collocando quest'uomo, appunto con la risurrezione, alla radice dell'essere, divenendo progetto ("n lui"), causa efficiente ("per mezzo di lui") e fine ("in vista di lui") dell'universo e dell'umanità. "È' il primo risuscitato dai morti, egli deve avere sempre il primo posto in tutto. Cristo è prima di tutte le cose e tiene insieme tutto l'universo. Tutto fu creato per mezzo di lui e per lui" (Col 1,16-18).
Per questo noi lo proclamiamo Signore e Messia: "Sappia dunque con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso" (At 2,36). Signore perché signore della signora del mondo che è la morte; Signore delle potenze del male. Per noi poveri tapini sbattuti nella precarietà d'una esistenza che sembra allo sbando, è decisivo avere un Signore "che vince il mondo"! Messia significa il "sì", la risposta di Dio alle aspettative degli uomini, liberatore e progetto d'umanità riuscita e dilatato oltre ogni nostra speranza. Vederlo alla destra del Padre significa sapere che è andato a prepararci un posto. Lui vivo e Signore è tutta la nostra sorte, cioè la nostra fortuna!

Ecco: credo che alla fine di questo viaggio la sensazione più immediata sia quella di aver fatto una scoperta, di averne per lo meno preso più coscienza con sorpresa. Questa: di essere ognuno di noi oggetto di un amore gratuito e fedele di un Dio che s'è innamorato di noi! È l'esperienza che fonda la fede. Noi non siamo nessuno; noi spesso siamo insoddisfatti; anche la persona più amata ha sempre la sensazione che gli manca qualcosa. È Dio che ci ha fatti per lui e niente in noi s'acquieta se non riposa in lui. Solo quando ci sentiamo amati da lui sentiamo sazietà, e abbiamo il coraggio di fronte a tutti di alzare il capo.
L'amore di Dio l'abbiamo conosciuto leggendo i profeti nel deserto, Dio è innamorato come un fidanzato e uno sposo; l'amore di Dio l'abbiamo conosciuto coi fatti capitati sul calvario, un amore fino alla morte, un amore che è misericordia e perdono, anzi riscatto! "In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati" (1Gv 4,10); "Egli ci ha amati per primo" (1Gv 4,19); "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi" (Gv 15,16). La prima conclusione l'abbiamo tirata proprio a Gerico: "Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi...?" (Rm 8,3 1-39). È la conclusione che ci mette le spalle al sicuro!

Seconda scoperta: entro questo amore si concretizza un progetto su noi che è enormemente più grande d'ogni nostro sogno e desiderio: è il progetto di un uomo - come è capitato a Gesù - che viene rapito entro la divinità, partecipe per sempre della condizione divina. È il progetto dello "sposalizio" scoperto a Nazaret nel mistero dell'incarnazione, reso visibile nel prototipo di uomo apparso a Betlemme, chiarito e garantito da quell'invito a cena che dal Cenacolo si semina ora in ogni Messa, per divenire "commensali di casa Trinità", e Dio "nostro inserviente"! La fede è credere che Dio vede e vuole il mio bene più di quello che vedo e voglio io stesso. È la scoperta della verità più vera di noi stessi, la scoperta che è una verità più grande di ogni altra proposta umana!

Sfida quindi in sicurezza del cuore; sfida in dilatazione d'orizzonti, con garanzia di verifica nella vicenda dell'uomo Gesù di Nazaret. È' ciò che costituisce il contenuto esaltante della esperienza cristiana: un umanesimo ben più "plenario" perché si innesta nel mistero grandioso di un Dio che è amore (1Gv 4,7). E l'amore come risposta all'amore di Dio è anche l'unica chiave di lettura di tutto quel mare tremendo che ogni uomo deve attraversare: la sofferenza, l'ingiustizia, la morte! Il mistero della prova di Abramo e di Gesù nel Getsemani ce ne hanno parlato: il dono totale che Dio fa di sé esige che si risponda con un amore altrettanto totalitario; e questo provato, come l'oro, col fuoco! E' l'altro grande capitolo della scoperta cristiana: la valorizzazione di quel che nel mondo sembra inutile, anzi danno!

È su queste tre sfide - sentirsi amato pienamente, progetto più grande, sofferenza utilizzata come amore - che si appoggia tutta la nostra missione di cristiani di fronte al mondo. Uno si sente in missione quando ha qualcosa di nuovo e di utile da offrire: solo la coscienza di questo specifico apporto cristiano alla interrogazione umana darà la carica di divenire apostoli e missionari. Come i discepoli di Emmaus, lasciamo questa terra e ritorniamo a casa a dire: Ho visto il Signore e il suo dono che ha preparato per te!

Forse solo questo - poco ma per me esaltante - ho capito della fede. Sono venuto con te, caro pellegrino, in questa terra soltanto per potertelo dire: io non sono un maestro, ma un testimone, forse non molto persuasivo, ma certamente entusiasta e contento del dono che ho ricevuto. Vorrei aver contagiato un poco anche te, che hai avuto la pazienza di seguirmi fin qui. La mia cara Madonna di Terra Santa, "la Madonna del Finalmente!", dia a me e a te di arrivare - come Cristo - a godere del possesso di quei beni che qui già abbiamo percepito come promesse!

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