Pinocchio trentesima puntata

 
 
DUBBI SUL “PARTITO VERDE” Pinocchio corre il pericolo di essere fritto
in padella come un pesce

 
L’episodio, un po’ fantasioso, è subito detto. Pinocchio scappa di prigione inseguito da un grosso cane mastino; si getta in mare per salvarsi; ma, in mezzo a un brulichio di pesci, incappa nella rete di un pescatore, tanto brutto che pareva un mostro marino, e... finisce in padella! Il cane che, caduto in mare, era stato salvato da Pinocchio, a sua volta lo salva dalla padella.
Collodi colora qui con vivacità il pescatore verde.
Invece di capelli aveva su la testa un cespuglio fortissimo di erba verde, verde era la pelle del suo corpo, verdi gli occhi, verde la barba lunghissima che gli scendeva fin quaggiù!
Pareva una strana divinità mitologica, a metà tra il silvano e il marino...: una raffigurazione delle forze della natura. Anzi,
pareva un grosso ramarro ritto su i piedi di dietro.
Una vera statua del dio-natura-ecologismo di cui oggi si fa seguace il “partito verde” d’ogni paese.

Partiamo dalle forme più vistose di questo naturismo pagano: il nudismo e il culto enfatizzato del corpo. Uniamovi pure tutte le altre forme di religione-natura, di origine illuminista, che nell’esaltazione della bontà, genuinità, salubrità del creato... sconfinano spesso nella professione dello spontaneismo, del vitalismo, del panteismo che è indifferentismo religioso e morale. Senza parlare delle esasperazioni circa il vegetarismo, la protezione degli animali... e la contestazione individualistica e unilaterale della “civiltà industriale” che corrompe la genuinità dell’uomo e del suo ambiente.
Vero è che i disastri ecologici della nostra società industrializzata sembrano dar ragione a un tale partito. Nella misura in cui esso propugna un più razionale uso delle risorse..., merita assenso! Quando invece si vuol porre sul trono come unica dea questa “madre natura” (la divinità Gaia) nascono i sospetti di ingenuità e stoltezza. La natura, staccata dal contesto del vero Dio creatore e provvidente, non riserva agli uomini che una sensazione di insensibilità e cattiva cecità, quando ci sovrasta con le sue irrazionali tragedie e disgrazie. Ci appare più matrigna che madre, considerata in se stessa. Esattamente come questo mostro che inghiotte Pinocchio, di fronte al quale non serve né parlare né ragionare.

Diverso invece è il discorso biblico sulla natura vista come opera di Dio: il creato è parte di un progetto d’amore nel quale l’uomo è inserito con ruolo primario. La natura “figlia” e “ministra” di Dio ci dà speranza di una pur nascosta razionalità e finalità di bene anche nelle tragiche esperienze di catastrofi ostili.
“Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31). Ricchezza e bellezza sono offerte da Dio come stanza accogliente quando viene creato l’uomo. Il tutto è stato poi affidato alle sue mani perché lo gestisca con criteri rispettosi dei fini e degli equilibri che lo compongono. Il peccato dell’uomo, per rapina ed egoismo, rompe queste regole, scombussolandone i fini e creando reazioni contro questo suo “signore” divenuto despota. L’opera di salvezza di Cristo mira, risanando il cuore dell’uomo, anche a un riscatto del creato. Così ne parla san Paolo: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità... e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8,19-22). “Cieli nuovi e terra nuova” è infatti la meta del lavoro del cristiano nella storia: oggi, usando del creato secondo i criteri del Creatore, vuol servire il progetto di Dio in favore di ogni uomo; domani, lo vuol godere trasfigurato in una “materia eternizzata”, dove “i giusti regneranno sopra la terra” (Ap 5,10).

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