"Pinocchio" di don Romeo Maggioni trentottesima puntata


GRAN FINALE
Finalmente Pinocchio cessa di essere un burattino e diventa un ragazzo

Usciti dal Pesce, pian pianino come le formicole, Geppetto e Pinocchio, dopo aver incontrato la Volpe e il Gatto, infermi e nella più squallida miseria, e commiserato Lucignolo definitivamente asino, arrivano a una bella capanna tutta di paglia e col tetto coperto d'embrici e di mattoni, per ricominciare assieme una nuova vita. Posto Geppetto su un buon lettino di paglia, Pinocchio cerca lavoro. Guadagna quaranta soldi, che offre volentieri a quella Lumaca che stava per cameriera con la Fata dei capelli turchini, per soccorrere quella buona mamma caduta in povertà. La notte la Fata tutta bella e sorridente gli appare consolandolo. Anzi, riportandogli i quaranta soldi cambiati in quaranta zecchini d'oro, tutti nuovi di zecca. Ma più ancora trasformando finalmente Pinocchio in un bel fanciullo coi capelli castagni, con gli occhi celesti e con un'aria allegra e festosa come una pasqua di rose. Anche Geppetto, ormai ritornato sano e arzillo e di buon umore come una volta, riprende a fare l'intagliatore in legno. E così finisce la storia.., col "tutti vissero felici e contenti...!".

La storia precipita verso la fine, i personaggi riappaiono coi contorni più definiti, e i simboli e le allusioni si condensano.
Il Gatto e la Volpe, simboli della cattiveria irreversibile, appaiono puniti. Per loro Pinocchio non ha pietà. Sente invece compassione per Lucignolo e ne costata con orrore il definitivo imbestiamento, forse spaventato del rischio che lui stesso aveva corso. Perché, assieme al lieto fine, la storia tal quale di ognuno di noi può finire anche male: l'inferno non è spauracchio immaginario, ma sbocco reale possibile alle scelte vincolanti della nostra libertà. Ricompare il Grillo parlante, pieno di vitalità dopo le immagini evanescenti che l'avevano rievocato dopo il famoso colpo di martello ricevuto all'inizio: è la Fata che lo rende vitale. A dirci che la coscienza, lasciata a sé sola difficilmente rimane limpida e autorevole; è nel suo riferimento alla verità oggettiva, rivelataci da Cristo e propostaci dalla Chiesa, che le sue intuizioni prendono contorni precisi e sicurezza. La Fata è presente in questo finale con discrezione, ma in modo efficace. Discreta perché opera per la mediazione della Lumaca - la quale chiede a Pinocchio il sacrificio delle sue sudate ricchezze. Ma proprio quel sacrificio gli è ricompensato con monete d'oro. Lo ripetiamo anche noi parroci che ad essere generosi per le necessità della Chiesa non ci si perde mai! Ed è poi la Fata in persona - nel suo aspetto di mistero - che rigenera il burattino facendone un uomo definitivo. E' scritto che non è Paolo o Cefa o Apollo, ma è Cristo che battezza! Geppetto, alla fine, appare rinnovato e giovanile, come l'Eterno dei giorni; il quale, oltre che paziente nell'attendere il ritorno del figlio prodigo, è sempre disponibile a rinnovare la creazione..., come appare qui, intento a disegnare una bellissima cornice ricca di fogliami, di fiori e di testine di diversi animali. La nascita d'un nuovo bambino dice sempre che Dio non si è ancora stancato dell'uomo!

Ma ora veniamo a Pinocchio. Da burattino è diventato ragazzo. La strada è stata la sua tormentata libertà. Ma una libertà - questo è il nocciolo del discorso - che è apparsa efficace e positiva nella misura in cui il burattino obbediva al padre, o alla sua controfigura, la madre dai capelli turchini. La libertà dell'uomo è inefficace per sé: tutte le avventure di Pinocchio ce lo dimostrano. Lasciata a sé sola, finisce miseramente come Lucignolo: troppi sono i condizionamenti interni ed esterni. E l'uomo diventa schiavo, nel tempo, di qualche burattinaio; nell'eternità, della materia. Quando ha compiuto la conversione di fidarsi di un Padre, riceve da costui quell'indispensabile integrazione di forza che rende questa libertà sana, sufficiente, efficace. E' quello stato di vita che noi chiamiamo "vita di grazia", che ci rende capaci di vivere da "figli di Dio", unica condizione di umanità oggi esigita. E' uno stadio ancora non definitivo: è appunto il momento in cui la libertà si gioca e si abbandona alla grazia e con essa si trasforma gradualmente fino a quello stadio finale che ora appunto anche Pinocchio prefigura diventando un bravo ragazzo.

E dall'alto della sua meta raggiunta, guarda indietro con soddisfazione e gioia, mista a compassione per la povera e dura condizione precedente.
Com'ero buffo, quand'ero burattino! e come ora sono contento di essere diventato un ragazzo per bene..!
E' davvero un salto di qualità la vita che Dio ci offre, eccedente non solo ogni nostro merito, ma ogni nostro stesso sogno. E' lì in definitiva che "diverremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è". Contenti finalmente di poter attingere alla "fonte d'acqua viva", anzi a quell'acqua "che zampilla fino alla vita eterna", dopo aver vagabondato a cercare sazietà in "cisterne screpolate" che hanno acque che sempre deludono. "Occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore umano, quanto Dio ha preparato per coloro che lo amano". "Le sofferenze del momento presente non sono neanche da paragonare alla gloria che si svelerà in noi".
Ai confronto, la contemplazione dello stadio precedente è addirittura qualcosa di non più concepibile, di cui quasi ci si vergogna:
un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato da una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrociate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.
Questa commiserazione - nella misura in cui implica anche rincrescimento per le resistenze opposte alla grazia di Dio che voleva salvarci - può ben rievocare la condizione spirituale di quel che noi chiamiamo il purgatorio: una contemplazione amara della nostra insipienza e vanità, e quindi occasione di rossore, capace di purificarci definitivamente e farci vivere in pienezza l'amore filiale di Dio. L'avessimo prima questo sguardo di verità su noi stessi, quanto meno lunga e faticosa sarebbe la storia dei piccoli Pinocchio che siamo ognuno di noi!

 

COMMIATO
La storia dell'anguria


Vorrei aver fatto anch'io un'operazione come quella che si fa per assaggiare l'anguria: un tassello in profondità fino al cuore rosso...

Il libro del card. Giacomo Biffi è certamente una lama che, a partire dalla bellissima superficie della favola di Collodi, è penetrata fino in fondo nel cuore del mistero cristiano, svelandoci il grande gioco di Dio con la libertà dell'uomo. Dalla favola alla teologia.
Ma la teologia è la visione profonda e unitaria della vita dell'uomo, è la "verità sull'uomo": "In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo" (Gaudium et spes 22).
Non ho saputo tenere per me questo essere andato al "cuore dell'uomo". Per raggiungere, e illuminare della luce radiosa della fede, il cuore dei miei parrocchiani, ho cercato di ritradurre per loro - per il loro ambito non preoccupato di schermaglie tra scuole teologiche, problematiche ecclesiali, diatribe culturali - gli elementi più primordiali, più esistenziali, nell'ambito della quotidianità.

L'idea era di fare un piccolo catechismo spicciolo di teologia morale-spirituale, o più modestamente una piccola raccolta di raccomandazioni pastorali, nel senso del pastore d'anime! Mi è parso che questo fosse il doveroso posto in cui collocarmi: tra la teologia e la vita, sfruttando ogni mezzuccio didattico per coniugare i grandi principi con le piccole scelte d'ognuno ogni giorno.
Sulla falsariga della favola del Pinocchio di sempre, ho scoperto anch'io il cuore rosso e grande dell'uomo che capisce e vive la ricchezza della grazia e della fede: e ne ringrazio di tutto cuore il Signore. "Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolatj al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi, per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà" (Ef 1,3-6).

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