| Se tu conoscessi...! | Le sorprese di Dio: stupirci per lasciarsi amare |
Capitolo III
MIRABILIUS REFORMASTI
I fatti: peccato e redenzione
L'uomo rifiuta il dono di Dio. In che consiste il peccato? Quali le
conseguenze? Qual è la condizione dell'uomo che vuol fare a meno di Dio?
La storia dell'umanità è tutta nella parabola del buon Samaritano. All'uomo
ferito e spogliato, destinato alla morte, viene in soccorso il Figlio di Dio,
prototipo e primogenito di ogni creatura, fratello maggiore e Capo di un Corpo
che, ormai ammalato, è da recuperare a salvezza.
La sua è una vita completamente affidata al Padre, così da esprimere, a nome
nostro e per noi, quella obbedienza che ci riscatta dal peccato e dalla morte.
Qui si tratta di fatti, e fatti tragici, che toccano l’uomo e toccano Dio.
Il fatto dell’Adamo ribelle e le sue conseguenze, che sentiamo ben concrete. Il
fatto della redenzione, o della salvezza operata da Cristo, il secondo Adamo,
che è costata la morte di un Dio.
La nostra è l’analisi che fa la Bibbia. Essenzialmente la Bibbia è la storia di
come l’uomo disfa ciò che Dio ha fatto e la storia di come Dio rifaccia, in
meglio (mirabilius), ciò che l’uomo ha disfatto!
1 UN’ICONA RIASSUNTIVA
L’icona biblica che riassume la vicenda di salvezza è la parabola del Buon
Samaritano: è lo schizzo della storia che Dio costruisce per l’uomo.
“Scendeva un uomo da Gerusalemme a Gerico.." (Lc 10,30-35).
Sant’Agostino, e con lui molti Padri della Chiesa, così leggono questa parabola:
l’umanità creata da Dio stava nell’intimità del paradiso terrestre, in
Gerusalemme luogo della Presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Ma l’uomo si
mosse alla ricerca di un’altra felicità, verso la città del peccato, che è
Gerico. Come avviene per il figlio prodigo, questo abbandono del Padre è fatale:
l’umanità incappa nei ladroni - Satana tentatore - che la spoglia dei doni della
vita divina e la ferisce nelle sue capacità umane; tanto che oggi l’uomo,
lasciato a sé solo, è incapace di resistere al male, e langue destinato alla
morte lungo la strada della sua storia. Il sacerdote e il levita dell’Antica
Alleanza passano a fianco di questa umanità, ma è un passaggio inefficace.
Finché viene un Samaritano (Gesù, che aveva respinto diverse accuse: mangione,
beone, satana, .. non respinge mai l’accusa di essere ‘un samaritano’!), Cristo
Salvatore, che chinandosi su quest’uomo, lo mette sulla sua cavalcatura,
l’umanità da lui assunta, per portarlo alla locanda - che è la Chiesa - dentro
la quale l’uomo possa trovare ristoro e guarigione..., nell’attesa del suo
ritorno! Intanto lì è possibile il suo ricupero mediante le due monete lasciate
dal Samaritano, la Parola di Dio e i Sacramenti.
2 IL PRIMO ADAMO
Le pagine della Genesi (capp. 2-3) che illustrano il peccato di Adamo e le sue
conseguenze ci aiutano a capire più profondamente da quale ben triste situazione
Cristo sia venuto a liberare l’uomo.
Il peccato
Adamo aveva tutto; era persino preservato dalla morte. Tutto come dono di Dio.
Tutto, tranne la disponibilità di un alberello. “Ma dell’albero della
conoscenza del bene e del male non devi mangiare” (Gen 2,1). Solo Dio
conosce il tutto. Era la prova richiesta per riconoscere che il Tutto è Dio, e
l’uomo è creatura, cioè dipendente dal Creatore: quello che è e quello che ha è
suo dono.
Satana - colui che distoglie da Dio - crea il sospetto: “Allora Dio non vuole il
mio bene, non è disponibile in tutto, ha paura che io divenga come Lui! Non mi
interessano più allora i suoi doni, voglio avere da me, non da un altro!”. E’ la
pretesa di avere la facoltà di decidere da se stessi ciò che è bene e ciò che è
male, e di agire di conseguenza; una rivendicazione di autonomia morale con la
quale l’uomo rinnega il suo stato di creatura.
E’ la tentazione dell’uomo moderno: ha preso coscienza delle sue capacità e
pensa che può fare a meno di Dio. Abusa della sua libertà erigendosi contro Dio
e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Lui; pensa di essere
“l’unico artefice e demiurgo della propria storia” (GS 20).
"Dio non mi interessa.. Dimostri Dio di esserci col farmi quel miracolo.. Io
sono il gestore della storia, e la domino col mio potere e la mia astuzia". "O
io o Dio", diceva Hegel. "Dio aliena l'uomo", diceva Marx. "L'uomo non è libero
se deve dipendere da un altro", diceva Sartre. “Al mio successo e alla mia
felicità ci penso io!”. E Nietzsche: "Il cristianesimo è un asservimento e una
mutilazione di se stessi.., bisogna uccidere Dio per esistere!". "Dio è morto"
canta e vive la nostra cultura pagana.
L’uomo rifiuta così l’intimo e vitale legame con Dio che costituisce tutta la
sua realtà di creatura, perché da sé è nulla. Ma, più ancora, rifiuta tutto il
dono di una comunione e di una amicizia che costituiscono l’unico vero senso e
scopo della vita ricevuta, e quindi l’unica riuscita e felicità che gli è
concessa. Il peccato corrompe l’uomo in quel che più profondamente è: una
relazione con Dio.
In questo senso il peccato è offesa a Dio, quale rifiuto di un amore che ha
inventato forme inimmaginabili di avvicinamento (incarnazione) e di
”adescamento” d’amore per conquistare il cuore dell’uomo. Le pagine profetiche
di Osea ci rievocano tutto lo sgomento di Dio per tale rifiuto e tradimento.
Le conseguenze
L’uomo fugge da Dio e corrompe il rapporto con gli altri. E anzitutto con la sua
donna. Una cosa meravigliosa è l’amore; ora sopraffatto dall’egoismo e dalla
divisione. Poi la violenza sul fratello (Caino e Abele), poi la vendetta e il
dominio sugli altri (Lamech: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un
ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech
settantasette”, Gen 4,23-24). Il peccato aliena l’uomo da Dio, dagli altri,
da se stesso.
Nella parabola del buon Samaritano si dice dell’uomo che ora è spogliato, ferito
e lasciato mezzo morto. Si descrive bene la situazione dell'uomo che ha
rifiutato Dio.
Destinato alla morte, è la prima conseguenza vistosa del peccato.
All'uomo che dice: la vita è mia, Dio dice: Bene, fa' tu! e ci guadagniamo la
morte, poiché ci tagliamo, come un torrente che secca, dalla nostra sorgente.
Ferito nelle sue capacità umane, cioè nella sua libertà e volontà,
l’uomo diviene “incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti
del male, così che ognuno si sente come incatenato” (GS 13). Paolo ha una pagina
drammatica, autobiografica, molto forte: “Io sono uomo carnale, venduto come
schiavo del peccato. Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non
quello che voglio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella
mia carne, non abita il bene; in me c’è il desiderio del bene, ma non la
capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male
che non voglio. Nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra
vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende
schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra” (Rm 7,14-25).
Si tratta di una ferita interiore, come una tara che trascina ogni uomo
necessariamente a ribellarsi a Dio, a passare sotto le bandiere di Adamo, a
ratificare personalmente quel no.
Questo provoca disordine in se stesso, con gli altri, nell’uso delle cose:
egoismo, possesso, orgoglio..
Spogliato della vita divina. Pur fatto a immagine del Figlio di
Dio, e quindi rimanendone figlio e con il destino (e il bisogno) di divenirne
erede, ora è divenuto immagine sfigurata. San Bernardo dice: una immagine che ha
perso la somiglianza. L'uomo non si riconosce più figlio di Dio e aspira ad
altri modelli di riuscita, ingolfandosi di tante cose come felicità. Sogna vita
e felicità piena ma gli è negata la possibilità di divenire "simile a Dio".
L'uomo non s'è fatto da sé, è tutto e solo frutto della creazione di Dio. Anzi è
propriamente e solo figlio di Dio, chiamato - con la sua libertà - a riconoscere
e accettare (con gioia) la condizione di essere figlio per divenire erede di
Lui, simile a Lui in Casa Trinità. Dirà san Paolo che l'uomo (l'unico esistente)
è stato "fatto a immagine del Figlio suo perché egli sia il primogenito tra
molti fratelli" (Rm 8,29). Dimenticarlo e misconoscerlo è il peccato
dell'Adamo di sempre. Il senso dell'esistenza terrena è quello di riconoscere e
vivere tale condizione. Pensare definitiva la condizione terrestre (e quindi
unica) è la svista più grave. Se si rompe il cordone ombelicale di questa
gestazione all'altra vita (cf. le doglie del parto in Rm 8,19-24), la creatura
che si sta costruendo abortisce. La morte è appunto il premio del peccato (dice
Paolo). La vita eterna, cioè perenne, è l'eredità del figlio!
Anzi l’uomo fugge e precipita sempre più lontano da Dio, insospettito di Lui.
Corre verso la sua rovina e non sospetta né vuole una salvezza da altri. Il
peccato è l’emanciparsi da Dio e credere a una propria capacità di ricupero.
Se volessimo tentare un chiarimento della situazione tragica dell'uomo, si
potrebbe didatticamente dire così.
L’uomo nel disegno di Dio è fatto “a immagine del Figlio suo”, costituito figlio
di Dio, in qualche modo vivificato dallo Spirito di Dio (cf. Gen 2,7). Lo
Spirito è elemento costitutivo dell’uomo, a fianco di un altro comprincipio, che
è la sua libertà. Per usare un’immagine: l’uomo è stato strutturato come una
casa a tre piani: corpo, libertà (anima) e Spirito; un individuo da una parte
connesso con la materia (cui purtroppo sempre può scendere) e dall’altra
connesso col divino (cui è destinato ad elevarsi).
Quando la libertà dell’uomo scaccia l’inquilino di sopra, quando rifiuta di
collaborare con l’altro comprincipio che è lo Spirito di Dio, la casa si
sfascia, non sta più in piedi, l’uomo - che non è solo uomo, ma uomo impastato
di divino - necessariamente diviene insufficiente, incapace di essere uomo, di
realizzare l’unico progetto di cui è costituito. Questa perdita dello Spirito si
è già avuta in Adamo e le conseguenze sono in tutti gli uomini.
L’uomo è come costituito da due motori: libertà e Spirito santo. Senza uno, la
macchina non va. Senza una gamba, l’uomo zoppica.
Toccherà al secondo Adamo ridare lo Spirito santo, rendere l’uomo ancora capace
di essere uomo, cioè di resistere al male e fare il bene, e soprattutto di
essere capace di vivere da figlio di Dio per divenirne erede. E’ appunto il
fatto della Redenzione che costituisce elemento decisivo per rifare una umanità
degna di tale nome.
3 IL SECONDO ADAMO
E’ capitato proprio così: essendo l’uomo impossibilitato da sé solo a dire di sì
a Dio, a corrispondere al suo amore, anzi a capirlo e a chiedergli perdono, ecco
il Figlio di Dio decidersi Lui a divenire uomo, per essere il primo - e da uomo
- capace di dire di sì a Dio, e per aiutare tutti gli uomini a dire il loro sì.
L’amore rispetta l’amato, non esclude l’apporto umano: Dio si fa uomo perché sia
l’umanità stessa a “salvarsi”.
Perciò un giorno Dio decise di rendere visibile l'antico ESEMPLARE, il
"prototipo", “in vista del quale tutto è stato creato”: Gesù Cristo. Gesù
traduce così in una vicenda umana nel tempo quel rapporto di Figlio obbediente
che l'Unigenito ha da sempre col Padre! Il Figlio di Dio si fa uomo per far
vedere e aiutare l’uomo ad essere figlio di Dio.
La sua obbedienza
L’uomo Gesù - libero e pienamente uomo, .. faticosamente uomo (!) - risponde di
sì alla proposta del Padre, e tutta la sua vita sarà una obbedienza totale e
fiduciosa a Lui. Diviene così il primo uomo, - il primogenito, il fratello
maggiore -, a realizzare quel sogno che Dio ha su ognuno di noi. In sostanza
Gesù è colui che si riconosce figlio di Dio e accetta di esserlo, che crede a
questa figliazione come alla sua vera identità, l'unica verità dell'uomo da
realizzare. Cristo vive così da figlio obbediente per tutta la vita.
Fin da quando Gesù aveva dodici anni aveva dichiarato di "voler stare sempre
nelle cose del Padre suo" (Lc 2,49). Da allora la sua fu una costante scelta
d'obbedienza e d'abbandono al Padre: "Mio cibo è fare la volontà di colui che
mi ha mandato" (Gv 4,34). Fino alla drammatica decisione del Getsemani
quando disse: "Padre, non la mia ma la tua volontà sia fatta" (Lc 22,42).
Sulla croce concluse la sua esistenza terrena col dire: "Padre, nelle tue
mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46); "tutto è compiuto" (Gv
19,30).
La sua analisi dei mali dell’uomo è molto lucida: se l’uomo aveva perso la vita
e s’era guadagnato la morte - e con essa la sofferenza, l'egoismo, la violenza -
semplicemente perché aveva rifiutato Dio e aveva fatto di testa sua, Io - dice
Gesù - faccio esattamente l’opposto: per tutta la vita mi fido di Dio Padre, e
so che il Dio della vita non mi delude! La vita non più come conquista propria -
di cui constatiamo il fallimento - ma come DONO accolto da Dio e vissuto con
spirito di riconoscenza e gioia.
... fino alla morte
Che è esattamente l’atteggiamento opposto rispetto al peccato. Là l’uomo - Adamo
- dice: faccio da me, me ne infischio di Dio; qui Gesù - il secondo Adamo -
dice: non mi fido più di me, perché sento di essere niente da me. Mi fido
completamente di Dio e mi aspetto da Lui la vita!
L'essersi fidato di Dio non è stata una delusione: con la risurrezione ha
ottenuto la sua esaltazione alla destra del Padre ("Obbediente fino alla
morte e alla morte di croce; per questo Dio lo ha esaltato...", Fil 2,8-9);
e ha ottenuto a noi la redenzione. Scrive san Paolo: "Pur essendo figlio,
imparò l'obbedienza dalle cose che patì, e reso perfetto, divenne causa di
salvezza per coloro che gli obbediscono" (Eb 5,8-9).
In che consiste la croce di Cristo?
Quella morte nel suo nocciolo è una oblazione al Padre. E’ l’atto di un uomo che
esprime nel più totale annullamento - quale è quello della morte -, l’atto di
abbandono pieno e di fiducia al Dio che ha detto di essere il Dio della vita. E’
appunto al Getsemani che si decide la morte in croce, là dove Gesù ha detto: “Padre
mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come
vuoi tu” (Mt 26,39).
Si tratta di un abbandono, un rischio, una resa totale, solamente fondata sulla
fiducia nella promessa di Dio, nella fede più nuda e più buia, proprio quando
ormai non ci sono più puntelli o speranze umane. “Dio mio, Dio mio, perché mi
hai abbandonato?” (Mt 27,46). Lì Gesù arriva a dire: nonostante tutto mi
sembri assurdo - assurdo che Dio abbandoni il suo Giusto innocente -, nonostante
non capisca, pure mi fido! E’ l’olocausto della ragione e del cuore che esprime
il salto di totale abbandono nel Padre.
E’ l’opposto del peccato di Adamo e dell’uomo, che dice invece: faccio da me,
non mi fido di Dio! Quell’atto di Cristo allora si configura come solidarietà -
quasi sostituzione vicaria - che Dio stesso ha scelto come vertice supremo della
sua condivisione con l’uomo, della sua incarnazione tra noi. Dirà la Lettera
agli Ebrei: “Egli è stato provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso
il peccato” (Eb 4,15). E’ una solidarietà, questa, capace di passare entro
le esperienze più tragiche dell’uomo con l’animo non da ribelle come facciamo
noi, ma da figlio obbediente e fiducioso. Riscattando così la morte: per lui con
la risurrezione, per noi con la redenzione.
Per noi
Proprio perché “è morto per noi”, come capo-cordata, apre ora anche a noi la
conquista della vetta, cioè della riconciliazione con Dio e della vita divina.
Per noi, a nome nostro, per ottenerci quel riscatto e per far affluire in noi,
sue membra, quella forza per poter dire il nostro sì nella prova. La croce
allora si presenta come il luogo unico capace di sconfiggere la morte: emblema e
motivo d’orgoglio del cristiano. Si dice: è col partecipare “al mistero
pasquale” (cioè a quegli atti resi attuali nel sacramento) che l’uomo risolve il
problema della vita.
Solo se letta così la croce da “stoltezza” e “scandalo” diviene “potenza e
sapienza di Dio per quelli che sono chiamati” (1Cor 1,22).
Il fratello maggiore
Gesù, in quanto uomo e nostro rappresentante, ha per primo compiuto questa
obbedienza per darcene l’esempio e la forza. Dio ha caricato su di lui il
peccato di tutti noi: “per le sue piaghe noi siamo stati guariti; il castigo
che meritavamo noi è caduto su di lui; è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità” (Is 53). Ha così espiato a nome nostro e
per noi, riconciliandoci con Dio e rendendoci giusti davanti a Lui. Ci ha
giustificati col sangue della sua croce, riaprendoci ad un nuovo e più intimo
rapporto con Dio. “Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per
diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano
Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo” (Eb 2,17).
Ci ha in un certo senso rappresentati davanti a Dio, come nostro capo e fratello
maggiore: nel suo atto è un po’ già racchiuso il nostro stesso atto di
obbedienza a Dio. “Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di
espiazione per mezzo della fede nel suo sangue, al fine di manifestare la sua
giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati, nel tempo della
divina pazienza” (Rm 3,25).
Una solidarietà antica
Quella di Cristo con la nostra umanità è una solidarietà antica perché data da “prima
della creazione del mondo”, quando in Casa Trinità si decise di fare
dell’Unigenito Figlio di Dio il Primogenito tra molti fratelli. Siamo poi stati
noi col peccato a passare sotto le bandiere dell’altro Adamo che ci ha
trascinati alla morte. Ma quel legame creaturale con Cristo rimane, lui come
Capo di un Corpo del quale noi siamo le membra. Queste ora devono essere
risanate e riacquistate al primitivo legame vitale.
E’ appunto questa antica e ininterrotta solidarietà che ha reso efficace per noi
la sua passione e morte redentrice, garantendoci un medesimo destino di
risurrezione e di esaltazione. “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad
amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di
espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).
Ciò che ancora manca
In Cristo, nel Capo, tutto il progetto di Dio s'è realizzato. Noi lo sentiamo
come garanzia e sicurezza di vittoria. Quel che manca ora è che questa vittoria
raggiunga tutte le membra, ossia ogni uomo. Tutto questo è legato alla libera
accoglienza e collaborazione di ognuno, al quale Dio fa giungere a destinazione
la sua salvezza per l'opera dello Spirito santo.
Dalla croce Gesù ci ha appunto donato lo Spirito perché porti a destinazione di
ognuno l'opera di salvezza compiuta da lui una volta per tutte, e per tutti.
La preghiera
Sant'Agostino (Confessioni, X, 27)
Tardi ti ho amato, Bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Tu
eri dentro di me e io stavo fuori, e lì ti cercavo gettandomi, deforme, sulle
belle forme delle creature fatte da te. Tu eri con me, ma io non ero con te; mi
tenevano lontano quelle creature che, se non esistessero in te non avrebbero
esistenza.
Tu mi hai chiamato, hai gridato, hai vinto la mia sordità. Tu hai balenato, hai
folgorato, hai dissipato la mia cecità. Hai diffuso il tuo profumo, io l'ho
respirato e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai
toccato e ora ardo del desiderio della tua pace. Amen.
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