Se tu conoscessi...! Le sorprese di Dio: stupirci per lasciarsi amare

 

Capitolo IV

GRAZIA E MISERICORDIA
I perché: la croce per un mondo d’amore;
Il peccato per un mondo di ... misericordia


Perché tanta tragedia - la morte di un Dio - per salvare l’uomo? Perché la croce? Perché una redenzione così dolorosa?
E perché il peccato? Perché Dio ha creato un uomo che si ribella? Che cosa voleva mostrare creando un mondo così?
Il male è un mistero che ci supera, e forse proprio qui sta la prima risposta: la nostra creaturalità.
Valore e responsabilità della libertà umana.
Ma Dio permette il male per trarne un bene, anche se il come.. lo sa Lui!
Tra i tanti mondi possibili ha voluto scegliere ... un mondo di misericordia.
Il pentimento è .. la “quarta virtù teologale”!


Poniamoci il perché del fatto scandaloso della croce, di un Dio che muore, di un Dio perdente stando ai nostri criteri. E più profondamente: perché Dio ha permesso il male, cioè che l’uomo compisse il male? Non poteva inventare un mondo diverso, o far sì che l’uomo non peccasse?
Sono misteri grandi, domande che ci svelano qualcosa del mistero dell’uomo e soprattutto del mistero di Dio, di un Dio così diverso da come noi lo pensiamo.

1 IL MISTERO DELLA CROCE

Ecco: perché la croce? Perché un fatto così sconcertante e provocatorio: un Dio ammazzato dagli uomini? E' certamente un fatto incredibile, assurdo!
Uno dei graffiti più antichi trovati a Roma al Palatino raffigura un uomo crocifisso con la testa d’asino, e sotto la scritta: “Alessandro adora il suo dio”. E’ l’assurdo che il mondo pagano percepiva di Cristo e dei cristiani: un Dio crocifisso, “scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani” (1Cor 1,23).
Un giorno anche Pietro reagì all’idea di un Messia sconfitto che sarebbe andato alla morte: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Ma Gesù l’aveva fortemente rimproverato: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini” (Mt 16,22-23).
Gesù stesso fu tentato di scavalcare l’ostacolo più terribile sulla strada della sua missione. Non solo nel momento a caldo del Getsemani, quando la sua natura umana reagiva di fronte alla morte imminente (“Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice”, Mt 26,39), ma già alla prima presa di coscienza della sua missione, nelle tentazioni nel deserto (cf. Mt 4,1-11) dove la scelta era proprio tra un modo mondano di vincere (taumaturgico, di prestigio e potere) e quello ben più pesante della immolazione, a immagine del Servo sofferente di Isaia. Ai piedi della croce si diceva ancora: “Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce, .. e ti crederemo” (Mt 27,40.42).

Come si fa a credere a un Dio anche lui sconfitto dalla violenza, associato alla sorte comune della morte e del cimitero? E’ il paradosso principale del cristianesimo.
Eppure questo è lo “spettacolo” (Lc 23,48) che Dio ha voluto dare di Sé. Un passaggio previsto e voluto sul cammino del Suo Figlio come redentore. Gesù “doveva morire”, ripeterà Pietro, sulla scorta di quel che Gesù aveva detto: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26). Vediamone il perché.

Perché “doveva” morire?

Certamente la morte di Gesù non è un incidente, ma un atto deciso entro un disegno più grande, del Padre e suo. Suo, di Gesù, che obbedisce al Padre; del Padre che ha voluto offrire il Figlio, cioè tutto quello che aveva di più caro, per dimostrare che è tutto per noi.
Tutto è avvenuto - dichiara Pietro il giorno di Pentecoste - “secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio” (At 2,23). E ancora, rivolto ai giudei che avevano ucciso Gesù: “Io so che voi avete agito per ignoranza; Dio però ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto” (At 3,18). Così è la convinzione di tutta la Chiesa: “In questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d’Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse” (At 4,27-28).

Cosa vuol rivelare questo disegno?

L’amore di Cristo

Certamente la morte di Gesù è un atto libero e voluto. Tutto il racconto della passione in Giovanni mette in luce che Lui, Gesù, è il protagonista. Del resto lo aveva dichiarato: “C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto” (Lc 12,50). Era la sua “ora” alla quale si era preparato.
La morte in croce esprime nel modo più provocatorio l’amore di Gesù per noi: “Non c’è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici” (Gv 15,13). “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Il sacrificio è la prova dell’amore; tanto più un sacrificio totale. La crocifissione per la Legge ebraica era una maledizione: fino a tal punto Cristo si è “svuotato” o “annientato” (cf. Fil 2,7). Cristo ha voluto usare il linguaggio più persuasivo, quello del sangue, per dirci che ci ama senza misura. Sant’Agostino ha quella bella espressione: “Potuit gutta, venit unda..; poteva salvarci con una goccia di sangue, ne venne come una valanga!”. Dio strafà nel conquistarci non con la potenza, ma con l’amore. Non c’è altra logica dietro il venerdì santo, previsto e voluto nel disegno di quel Dio che “è Amore” (1Gv 4,8).

L’amore del Padre

La sua è stata una obbedienza al Padre: “Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che mi ha comandato” (Gv 14,31). Una obbedienza libera e d’amore. Il Padre ha ispirato al suo Figlio di dare la vita per noi. Il Padre non è esterno al Figlio: c’è piena sintonia e piena unità d’intenti.
La croce di Cristo è la rivelazione di un Dio che è pronto a tutto per stare dalla parte dell’uomo: “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32). E’ rievocato il sacrificio di Isacco; come là per Abramo, così qui il Padre “non è stato avaro” (è il senso vero del testo) e, per puro dono gratuito e disinteressato, ha donato il Figlio. La prima opera di Gesù fu appunto quella di dare una idea molto positiva di Dio perché gli uomini si fidassero di Lui. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Quell’atto è la rivelazione, anzi l’incarnazione dell’amore che ha il Padre per noi. Lo dice Gesù alla fine del suo testamento: “Io ho fatto conoscere loro il tuo Nome (cioè chi è in profondità il cuore di Dio Padre) e lo farò conoscere (appunto con l’atto della mia morte), perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17,26).

La risposta d’amore dell’uomo

Come conseguenza del rifiuto, l’uomo si trova impotente a raggiungere Dio con una obbedienza capace di riconquistare o meritare di nuovo il dono di Dio. La sua libertà è ferita e prevale in lui ormai non solo l’incapacità, ma addirittura sempre l’orgoglio del fai da te! A questa insufficienza ha rimediato il Figlio eterno di Dio che si fa uomo perché finalmente un uomo - da uomo - obbedisca al Padre e così riattivi negli uomini il destino dei figli di Dio. La croce è l’atto compiuto da Gesù come fratello maggiore, primogenito di ogni creatura, Capo del Corpo. Egli ha obbedito, come primo, come modello e forza di contagio, perché anche noi lo seguiamo in quella obbedienza, ormai possibile. “Per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5). E’ la fede nei gesti di Cristo, non la nostra opera, che salva, dice tutta la teologia di Paolo.

Un mondo d’amore e di.. misericordia

Non è allora questione di una collera di Dio (o una giustizia) che deve essere placata. La redenzione è un puro - esagerato - atto d’amore. E’ il segno più forte - dirà Paolo in un grido di grande fiducia e serenità contro ogni pericolo - che “niente ci potrà separare dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”; anzi ne “siamo più che vincitori” (Rm 8,31-39).

Tutto è gratuità, tutto è grazia da parte di Dio. Ma non dimentichiamo - lo sottolinea Paolo - che il dono che Dio fa di se stesso avviene “nella notte in cui veniva tradito” (1Cor 11,23). E’ cioè un dono che è un superdono, cioè un perdono. L’amore di Dio allora di fronte al peccato è essenzialmente misericordia! Grazia e misericordia è il binomio che corre per tutta la Bibbia.


2 IL MISTERO DEL PECCATO

Il male nel mondo è enorme, schiaccia l’uomo che ne sente tutta l’assurdità. Davanti a Dio poi diviene la più grande tentazione di rivolta e di bestemmia. Voler indagare per chiarire cause, motivi, soluzioni.. è mare così insondabile che spinge al naufragio. E’ realtà che ci supera. Proprio qui ci è dato di cogliere il nostro limite, l’incapacità di trovare una spiegazione globale. Qualcosa ci sfugge.
E’ un mistero che solo un poco può essere illuminato dalla conoscenza del vero (e insospettato) volto di Dio che la fede (o la Bibbia) ci rivela.

Colpa del peccato

Stando alla Genesi, l’uomo (Adamo) sceglie la morte piuttosto che rinunciare a possedere la soluzione del bene e del male, cioè a sentirsi padrone del tutto, sentirsi non più creatura in qualche modo limitata, ma conoscitore e manipolatore di tutto, penetrare nel più vasto campo di Dio: cioè sentirsi lui dio!
Dare la colpa al peccato (cioè del rifiuto dell’uomo a Dio) è una risposta vera al tema del male, anche se è per noi di difficile comprensione: ci sembra troppa la sproporzione tra il danno e la colpa! E’ necessario allora capire bene in che consiste questo peccato.

Precarietà e insufficienza

Adamo mangia dell’albero della conoscenza del bene e del male che gli è interdetto da Dio. “Il Signore diede questo comando all’uomo: Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (Gen 2,16-17). E’ il segno per far cogliere la nostra precarietà e insufficienza. Il peccato è la presunzione di far da sé, la convinzione della propria sufficienza e quindi della inutilità di Dio. L'uomo non vuol prender coscienza dei propri limiti, delle proprie debolezze. L’atto compiuto da Adamo si qualifica esattamente come autonomia: quasi che la vita, pur ricevuta da Dio, sia roba propria e propria conquista.

Bisogna allora stare al mistero, non scavalcare il limite. In concreto è necessario con umiltà riconoscere la nostra creaturalità, la nostra dipendenza da un Altro. E’ il primo passo realistico dell’uomo serio con se stesso, e il primo contenuto della fede che adora l’Aldilà di Dio, la sua Trascendenza.
Tutta la pedagogia della Bibbia non è che un educare il popolo al riconoscimento della propria dipendenza, nell’essere e nel vivere, da quel Dio che comunque si offre generoso e difensore. Così Israele nel deserto è provato per la mancanza di cibo, di acqua...; Dio tuttavia provvede con la manna, con l’acqua scaturita dalla roccia, ecc.. La manna però è cibo quotidiano, non se ne può fare scorta, proprio per coglierla come esclusivo dono di Dio. “Non di solo pane...”, dirà Gesù, per dire che l’uomo dipende da Dio; il Signore è necessario!
Io credo che Dio abbia lasciato la sofferenza e la morte - conseguenze di quel peccato - anche all'uomo redento esattamente per aiutarlo anzitutto a cogliere la propria precarietà.
La risposta allora della fede - quella biblica in un Dio comunque provvidente e padre -, è quella dell’atto di sincera fiducia che ci fa dire: almeno Lui, Dio, sa il perché del male, conosce il mistero, ne sa le ragioni.. che sono - anche se a noi impenetrabili - tutto a nostro bene: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8,28). E’ il primo atteggiamento giusto di fronte al problema del male.

La Bibbia sviluppa poi altre risposte.

La libertà

Dio permette il male perché ha scelto di rispettare la libertà dell’uomo e vuole da lui una risposta d’amore libero e provato. Dalla parabola della zizzania e del buon grano (cf. Mt 13,24-30) si può enucleare che Dio abbia voluto come limitare la sua onnipotenza per dare spazio alla nostra libertà. E la rispetta, fino a vedersi distrutta una sua creatura. Il male che c’è nel mondo ha tutta qui la sua radice.
Dignità grande quella dell’uomo libero, ma anche causa della sua rovina. E’ verità che non va trascurata, perché sembra proprio centrale. Adamo ha peccato.. in “grazia di Dio”, cioè in una situazione di amicizia e di privilegio da parte di Dio. Il che significa che la Grazia non “prevarica” sulla libertà, e Dio la lascia tutta!

Dal male il bene

Un’altra verità: Dio sa trarre il bene anche dal male. Un’icona biblica - quasi un preannuncio - sta nella vicenda meravigliosa di Giuseppe, venduto dai fratelli, divenuto vicerè d’Egitto per salvare il suo popolo. “Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l’Egitto. Ma non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi la vita” (Gen 45,4-5). E ancora, meglio: “Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso” (Gen 50,20). Dio non vuole il peccato - nel caso, il tradimento dei fratelli -, ma lo permette, perché entra nel suo piano per utilizzarlo al bene. Trasforma in bene anche ciò che è male. Si usa dire: scrive dritto anche sulle nostre righe storte. Manzoni scrive: “Dio non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande” (cap. VIII). Spesso costatiamo come una disgrazia scateni insospettate solidarietà!

Certo è che il male più grosso della nostra storia - un Dio ammazzato dagli uomini, emblema del rifiuto totale - è servito per il bene sommo, la nostra redenzione. Merito di un Dio che invece di punire ha voluto strafare in amore col donare liberamente (e con sacrificio costoso) il proprio Figlio come segno di un amore totale verso l’uomo, “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha dato per tutti noi” (Rm 8,32). Così che “dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20). Scrive sant’Ambrogio: “O Signore Gesù, sono più debitore ai tuoi oltraggi per la mia redenzione, che non alla tua potenza per la mia creazione. Sarebbe stato inutile per noi nascere, se non ci avesse giovato venire redenti” (In Luc.). Quell’atto ha svelato in un modo vistoso la condivisione piena di Dio alla nostra sorte, entrandovi per uscirne vincitore, lui e noi!

Un mondo di misericordia

Quel fatto ha svelato pienamente il disegno di Dio sulla storia. L’aver voluto un mondo incentrato su Cristo redentore, fa supporre che il peccato sia stato previsto per lo meno e permesso, per mostrare quell’aspetto più grande e invalicabile dell’amore che è il perdono. Un mondo di misericordia è quello voluto da Dio nel quale anche la ribellione dell’uomo - libera, e responsabile sempre - è stata coinvolta e superata per far valere un maggior amore gratuito e universale di Dio. Così appare meglio il dono immeritato che Dio offre all’uomo.

Questo è pure il tema che san Paolo (Rm 9-11) teorizza a proposito del rifiuto dei giudei. Come mai Dio ha permesso il peccato di Israele, e proprio a riguardo del riconoscimento del Messia per il quale l’aveva tanto preparato? “A causa della loro caduta la salvezza è giunta ai pagani; la loro caduta è stata ricchezza del mondo e il loro fallimento ricchezza dei pagani. L’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti” (Rm 11,12.25). Gli Ebrei erano convinti della loro giustizia secondo la Legge; non sentivano il bisogno della misericordia e quindi di Cristo. Così il loro rifiuto ha dato possibilità ai pagani di accedere a Cristo. “Come voi - i pagani - un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia per la loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia (Rm 11,30-31).
Il tutto perché anche per i giudei apparisse chiaro che la salvezza è frutto della misericordia e non della loro conclamata giustizia: “Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia” (Rm 11,32).


3 IL PENTIMENTO

Ecco: un disegno di misericordia! Cioè Dio ha creato un mondo per mostrare più che un amore di benevolenza, un amore di misericordia.

Significa che la nostra salvezza non sta in nostre opere buone, in nostri meriti o pretese, ma nel dono, anzi nel superdono gratuito di Dio, il suo perdono.
Questo dice che l’atteggiamento più consono all’agire salvifico di Dio è l’umiltà di sentirsi peccatori e quindi il bisogno di perdono, cioè il pentimento. E’, come dice qualcuno, la quarta virtù teologale, decisiva per la salvezza che ci è data. “C’è più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7). Pietro ne è come l’icona.

La figura di Pietro

Uomo entusiasta questo Pietro. Il primo a intuire qualcosa di grosso in quel Gesù: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Da subito suo appassionato discepolo: “Anche se tutti si scandalizzassero, io mai...! - Anche se dovessi morire per te, non ti rinnegherò” (Mt 26,33-35). Pronto a difenderlo con la spada.
Alla prima paura, però, tradisce e rinnega tre volte. Ma riconosce questa sua fragilità: “Uscito fuori, pianse amaramente” (Mt 26,75). E’ il tratto più bello di Pietro; come il Miserere aveva fatto grande il peccatore Davide.
Emblematico è l’episodio sul lago: Pietro che cammina sulle acque è il simbolo della sua sequela di fede su terreno rischioso. Il suo dubbio lo fa affondare, ma grida: Signore salvami! e tende la mano al suo Salvatore (Mt 14,24-33).
Proprio perché Pietro ha provato la propria debolezza, Gesù lo ha fatto capo. “Pietro, ho pregato per te che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,31). Anche Paolo andava dicendo che se ce n’era uno che non meritava di esser apostolo era proprio lui, che era stato persecutore. Ma proprio per aver provato tanta misericordia, ora era in grado di annunciarla per tutti.

Il cuore più vero allora della fede è la coscienza di essere dei perdonati, sempre. Alla fine saremo salvati non da nostre opere giuste ma solo dalla divina misericordia. Questo non solo nella giustificazione iniziale, ma in tutta la vicenda umana, poiché Dio appare sempre paziente per attendere un nostro possibile ravvedimento. Anzi lo provoca con infiniti stimoli: vedi l’immagine del buon Pastore che va in cerca della pecora smarrita. Il nome nuovo di Dio, più specifico, è MISERICORDIA. Cioè una gratuità più grande, appunto il super-dono che è il perdono.

Ecco: grazia e misericordia. Se il disegno di Dio è tutto amore gratuito come dono, il primo contenuto della fede cristiana è l’accoglienza, lo stupore e il ringraziamento. Ma se più profondamente il progetto salvifico di Dio è quello di mostrare il suo cuore misericordioso e perdonante, allora il secondo contenuto della fede è il pentimento, l’abbandono fiducioso senza pretese..!



La preghiera

Preghiera di san Carlo davanti al Crocifisso:

Ciò che mi attira verso di Voi, Signore, siete Voi. Voi solo, inchiodato alla Croce, con il corpo straziato tra agonie di morte. E il vostro amore si è talmente impadronito del mio cuore che, quand'anche non ci fosse il Paradiso, io vi amerei lo stesso. Nulla avete da darmi per provocare il mio amore perché quand'anche non sperassi ciò che spero, pure vi amerei come vi amo. Amen.

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