| Vademecum per il pellegrinaggio al Sinai | primo capitolo |

L’ORIZZONTE BIBLICO
Lettura dei testi biblici
seminati lungo l'itinerario di Mosè
L’aereo che lascia Milano vola verso Oriente, sorvolando quel Mediterraneo che è
punto d’incontro tra Asia, Africa ed Europa.
In Egitto
La sosta al CAIRO è per tuffarci un momento in una civiltà che sta all’origine e
fa come da contrappunto a tutta la nostra storia. L’esodo infatti parte da qui,
e l’Egitto è “la casa di schiavitù”, l’emblema quindi del male da cui liberarsi.
IL CAIRO è oggi una città di almeno 20 milioni di abitanti. Alla periferia sud
stanno le Piramidi che ci riportano di colpo al 2500 a.C., immagine di una delle
civiltà più antiche e raffinate, caratterizzata da una forte capacità tecnica e
organizzativa, da spirito solidaristico e da una profonda sapienza posta alla
ricerca dell’uomo nella sua componente religiosa.
Due sono gli elementi che balzano all’occhio nella sua millenaria
storia, evocata dalla interessantissima visita al Museo Egizio, e da quanto ci è
rimasto in templi alla divinità, tombe ed edifici funerari (soprattutto a
Luxor): il primo è il forte anelito alla sopravvivenza, all’immortalità, in
definitiva ad una salvezza. I geroglifici e le immagini tombali più belle
parlano di vita dell’aldilà, di pesaggio dell’anima e del cuore, di serpente che
viene reso innocuo per lasciar passare l’uomo alla sua dimora eterna. Si
potrebbe dire che l’Egitto ha voluto lasciare al mondo come eredità la
fotografia di un sogno, di una grande aspirazione, di un grido dell’anima tesa
alla salvezza che solo la divinità poteva assicurare. Manca però una idea
precisa di risurrezione del corpo; si parla di reincarnazione, mentre nebuloso è
il soggiorno dei morti.
Il secondo elemento è la forte tensione religiosa, un bisogno di
chiarezza sulla divinità; forse è il più alto sforzo di ricerca del volto di
Dio. Al di là dei mille volti dati alla divinità - che esprimono il molteplice
rapporto di Dio con gli uomini, o per lo meno ciò che gli uomini si aspettano ed
esigono dal dio - c’è una costante intuizione che dietro vi debba essere
un’unica energia o fonte di vita da cui tutto dipende, identificata col Sole
(Ra, o Ammon), ma emblema-ticamente chiamato “Amon, l’oscuro”, perché mai
dipinto con tratti personali e definiti. Più spiritualizzato - o forse più
intellettualizzato - è il tentativo monoteistico di Akenathon, Amenofis IV, che
va oltre il sole e vede dietro il disco solare una realtà personale primordiale
e vivificante, cantata nell’inno all’Athon (pag. 140) che è lo stesso Salmo 104
al Dio creatore.
Questa civiltà e questa cultura costituiscono quindi la più alta
premessa, la più forte DOMANDA a cui la Rivelazione biblica darà risposta:
all’uomo che cerca Dio, Dio viene incontro nella storia, posando piede in questo
angolo di mondo da dove inizia la storia della salvezza.
Al tempo stesso la Bibbia diviene una contestazione a questo mondo insufficiente
all’uomo, anzi, proprio per questi limiti, mondo e società che schiacciano
l’uomo (forte statalismo) e soprattutto lo deviano dal vero Dio: ancora il libro
della Sapienza nel secondo secolo è in forte polemica contro l’idolatria
dell’Egitto. “Quando Israele usci dall’Egitto, .. da un popolo barbaro...” (Sal
113), inizia la nostra storia: da questa umanità ricca ma insufficiente, Dio
costruirà una nuova umanità, il suo popolo, l’uomo sognato dal progetto di Dio.
Nella terra di Gessen
L’Egitto è il paese del fiume. Dove arriva l’acqua del Nilo c’è
vita. Poi deserto. Dal Cairo al mare Mediterraneo si aprono due braccia di
speranza: è il Delta, intramezzato da canali, tappeto verde di colture e di
vita. Qui rimasero per 400 anni anche gli Ebrei per trovarvi da vivere, venuti
al tempo di Giacobbe, quando il figlio Giuseppe era vicerè d’Egitto (cf. Gen
35-50). Probabilmente era Tanis (o forse meglio, più a sud, AVARIS degli Hyksos,
ricostruita da Ramses II) il luogo del loro soggiorno, nella zona
nord-orientale, nell’attuale Wadi Tumilat, la terra di GOSHEN. Era luogo normale
di rifugio delle popolazioni nomadi in tempo di carestia; lo attesta un papiro
dell’epoca di Seti II (1205 a.C.): “Si è posto fine al passaggio delle tribù
beduine di Edom attraverso la frontiera di Merneptah (in ebraico SUKKOT, la
fortezza), verso le paludi di PITOM..., per conservare in vita le tribù e i loro
armenti nel territorio del re..”.
A proposito di PITOM (“Casa del dio Aton”), così uno scolaro descrive la città
in un papiro: “Sono arrivato a PI-RAMSES e trovo che è stupenda. Una città
magnifica che non ha uguali. L’ha fondata lo stesso dio Rà secondo il piano di
Tebe. Soggiornare in essa è una vita meravigliosa. I suoi campi offrono una
quantità enorme di cose buone. Giornalmente riceve alimenti freschi e carne. I
suoi laghi sono pieni di pesci, le sue lagune sono popolate di uccelli, i suoi
prati sono coperti di erba verde e i suoi frutti hanno il sapore del miele nei
campi coltivati. I suoi depositi di provviste sono pieni di orzo e di grano; si
innalzano fino al cielo. Vi sono cipolle e aglio per i cibi, così come
melograni, mele, olive e fichi nei frutteti. Vino dolce di Kerkeme, d’un gusto
migliore del miele. Il braccio del delta Shi-hor fornisce sale e nitro. Le sue
navi vanno e vengono. Qui si hanno giornalmente viveri freschi e bestiame. E’
una delizia potervi abitare e nessuno esclama: “Dio volesse!”. La gente piccola
vive come i grandi. Suvvia! Festeggiamo qui la festa divina e l’inizio della
stagione!..”.
Lavori forzati e genocidio
Ma gli Ebrei qui erano ridotti in schiavitù. Siamo all'epoca di Ramses II, nella
prima metà del sec. XIII a.C.
Es 1,8-14.22:
Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. E
disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e
più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che
aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà
contro di noi e poi partirà dal paese».
Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli
con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè
Pitom e Ramses. Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e
cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei
figli d’Israele. Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d’Israele
trattandoli duramente. Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare
mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori
li obbligarono con durezza.
Poi il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: «Ogni figlio maschio
che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia».
Mosè salvato dalle acque
Dio prepara da lontano la liberazione del suo popolo. Mosè è l'eletto, salvato
miracolosamente ed educato alla corte di Faraone, "istruito in tutta la sapienza
degli Egiziani" (At 7,22).
Es 2,1-10:
Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi.
La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per
tre mesi. Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese un cestello di
papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose fra
i giunchi sulla riva del Nilo. La sorella del bambino si pose ad osservare da
lontano che cosa gli sarebbe accaduto.
Ora la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle
passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Essa vide il cestello fra i giunchi e
mandò la sua schiava a prenderlo. L’aprì e vide il bambino: ecco, era un
fanciullino che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: «E‘ un bambino degli
Ebrei». La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: «Devo
andarti a chiamare una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il
bambino?». «Và», le disse la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la
madre del bambino. La figlia del faraone le disse: «Porta con te questo bambino
e allattalo per me; io ti darò un salario». La donna prese il bambino e lo
allattò. Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone.
Egli divenne un figlio per lei ed ella lo chiamò Mosè, dicendo: «Io l’ho salvato
dalle acque!».
Generosità e scacco
Quando Mosè fu adulto, "gli venne l'idea di far visita ai suoi fratelli, i figli
di Israele" (At 7,23); rimase sconcertato per la loro condizione di schiavitù, e
con la generosità dell'animo ardente, subito si sentì di divenirne il
liberatore. "Egli pensava che i suoi connazionali avrebbero capito che Dio dava
loro salvezza per mezzo suo, ma essi non compresero" (At 7,25). E dovette
fuggire nel deserto.
Es 2,11-15:
In quei giorni, Mosè, cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli e
notò i lavori pesanti da cui erano oppressi. Vide un Egiziano che colpiva un
Ebreo, uno dei suoi fratelli. Voltatosi attorno e visto che non c’era nessuno,
colpì a morte l’Egiziano e lo seppellì nella sabbia. Il giorno dopo, uscì di
nuovo e, vedendo due Ebrei che stavano rissando, disse a quello che aveva torto:
«Perché percuoti il tuo fratello?». Quegli rispose: «Chi ti ha costituito capo e
giudice su di noi? Pensi forse di uccidermi, come hai ucciso l’Egiziano?».
Allora Mosè ebbe paura e pensò: «Certamente la cosa si è risaputa». Poi il
faraone sentì parlare di questo fatto e cercò di mettere a morte Mosè. Allora
Mosè si allontanò dal faraone e si stabilì nel paese di Madian.
Dio chiama Mosè a liberare il suo popolo
Mosè, nel silenzio del deserto, decanta la sua esperienza di fallimento: Dio
prepara il suo uomo non a sentirsi lui salvatore, ma a divenire docile e umile
strumento Suo.
Intanto "gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di
lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Allora Dio ascoltò il loro
lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe. Dio guardò la
condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero" (Es 2,23-25).
Ed ecco il grande momento della chiamata al roveto ardente.
Es 3,1-10:
Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di
Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio,
l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un
roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si
consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo:
perché il roveto non brucia?».
Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e
disse: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i
sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!». E
disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio
di Giacobbe». Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso
Dio.
Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito
il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze.
Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo
paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele,
verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita,
l’Eveo, il Gebuseo. Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e
io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora và! Io
ti mando dal faraone. Fà uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!».
La sua forza ora è il NOME di Dio
«Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli
Israeliti?» (Es 3,11). Ora Mosè non ha più presunzioni, anzi si sente impaurito:
solo la forza e il mandato divino lo sostengono. Parte con coraggio. Dio si
chiama Jahvè, Colui che è, Colui che farà vedere chi è, col divenire subito
salvatore potente del suo popolo.
Es 3,12-15:
Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu
avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte».
Mosè disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri
padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa
risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse:
«Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi». Dio aggiunse a Mosè: «Dirai
agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di
Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre;
questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».
Lo scontro con la potenza del faraone
Mosè, ritornato in Egitto, si scontra con la potenza del faraone, che non vuole
sentire ragioni per lasciare liberi gli Ebrei: «Dice il Signore, il Dio
d’Israele: Lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel
deserto!». Il faraone rispose: «Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la
sua voce per lasciar partire Israele? Non conosco il Signore e neppure lascerò
partire Israele!». «Perché distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai
vostri lavori! Ecco, ora sono numerosi più del popolo del paese, voi li vorreste
far cessare dai lavori forzati!» (Es 5,1-5).
Dio allora entra in azione: "Io so che il re d’Egitto non vi permetterà di
partire, se non con l’intervento di una mano forte. Stenderò dunque la mano e
colpirò l’Egitto con tutti i prodigi che opererò in mezzo ad esso; dopo egli vi
lascerà andare" (Es 3,19-20).
Sono le PIAGHE D'EGITTO, che nel testo dell'Esodo costituiscono un poemetto
didattico-teologico (cc 7-9) che esalta in un crescendo drammatico la potenza di
Dio contro la potenza e la magia dell'Egitto. Sono: l'acqua cambiata in sangue,
le rane, le zanzare, i mosconi, la morte del bestiame, le ulceri, la grandine,
le cavallette, le tenebre, la morte dei primogeniti. Probabilmente sono calamità
naturali in Egitto che l'autore ricorda e raccoglie tutte insieme per
drammatizzare l'agire potente di Jahvè. Il protagonista unico è Dio: i maghi
stessi, sentendosi sconfitti, "dissero al faraone: E' il dito di Dio!" (8,15).
Come contrappunto all'agire divino sta il cuore indurito di faraone, divenuto
l'emblema di ogni incredulità e resistenza a Dio.
La grande notte pasquale
Al vertice di questa crescente epopea sta la grande notte pasquale che "fu notte
di veglia per il Signore per farli uscire dal paese d'Egitto" (Es 12,42).
La rievocazione giunta a noi non è la cronaca, ma "il testo liturgico" della
celebrazione annuale della pasqua che Israele da quella notte compirà per i
secoli; è un misto di rievocazione storica, di rubriche rituali, di
trasposizione dell'evento in simboli per la catechesi e l'esortazione morale. La
cena con l'agnello è il ricordo del sangue asperso sugli stipiti; gli azzimi
ricordano la fuga precipitosa; la consacrazione dei primogeniti è per ricordare
la liberazione dall'angelo sterminatore dei primogeniti degli Ebrei.
Es 12,21-41:
Mosè convocò tutti gli anziani d’Israele e disse loro: «Andate a
procurarvi un capo di bestiame minuto per ogni vostra famiglia e immolate la
pasqua. Prenderete un fascio di issòpo, lo intingerete nel sangue che sarà nel
catino e spruzzerete l’architrave e gli stipiti con il sangue del catino.
Nessuno di voi uscirà dalla porta della sua casa fino al mattino. Il Signore
passerà per colpire l’Egitto, vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti:
allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di
entrare nella vostra casa per colpire. Voi osserverete questo comando come un
rito fissato per te e per i tuoi figli per sempre. Quando poi sarete entrati nel
paese che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito. Allora
i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo atto di culto? Voi direte
loro: E‘ il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le
case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case».
Il popolo si inginocchiò e si prostrò. Poi gli Israeliti se ne andarono ed
eseguirono ciò che il Signore aveva ordinato a Mosè e ad Aronne; in tal modo
essi fecero.
A mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese d’Egitto, dal
primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero
nel carcere sotterraneo, e tutti i primogeniti del bestiame. Si alzò il faraone
nella notte e con lui i suoi ministri e tutti gli Egiziani; un grande grido
scoppiò in Egitto, perché non c’era casa dove non ci fosse un morto!
Il faraone convocò Mosè e Aronne nella notte e disse: «Alzatevi e abbandonate il
mio popolo, voi e gli Israeliti! Andate a servire il Signore come avete detto.
Prendete anche il vostro bestiame e le vostre greggi, come avete detto, e
partite! Benedite anche me!». Gli Egiziani fecero pressione sul popolo,
affrettandosi a mandarli via dal paese, perché dicevano: «Stiamo per morire
tutti!». Il popolo portò con sé la pasta prima che fosse lievitata, recando
sulle spalle le madie avvolte nei mantelli.
Gli Israeliti eseguirono l’ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani
oggetti d’argento e d’oro e vesti. Il Signore fece sì che il popolo trovasse
favore agli occhi degli Egiziani, i quali annuirono alle loro richieste. Così
essi spogliarono gli Egiziani.
Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di
seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini. Inoltre una
grande massa di gente promiscua partì con loro e insieme greggi e armenti in
gran numero. Fecero cuocere la pasta che avevano portata dall’Egitto in forma di
focacce azzime, perché non era lievitata: erano infatti stati scacciati
dall’Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste
per il viaggio.
Il tempo durante il quale gli Israeliti abitarono in Egitto fu di
quattrocentotrent’anni. Al termine dei quattrocentotrent’anni, proprio in quel
giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d’Egitto.
Il passaggio del mare
Siamo nel cuore più originario della fede di Israele, e tutta la Bibbia vi fa
costante riferimento: il passaggio del mare. Seguiamo il testo così drammatico
nella sua enfasi teologica che accentua le tinte e i contrasti tra la forza di
Jahvè e la forza di faraone.
Es 14,5-9:
Quando fu riferito al re d’Egitto che il popolo era fuggito, il
cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: «Che
abbiamo fatto, lasciando partire Israele, così che più non ci serva!».
Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati. Prese poi seicento
carri scelti e tutti i carri di Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi.
Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re di Egitto, il quale inseguì
gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata. Gli Egiziani li
inseguirono e li raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il mare.
Dietro hanno l'esercito egiziano, davanti hanno il mare: Israele sembra non
avere più scampo; ha paura.
Es 14,10-14:
Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli
Egiziani muovevano il campo dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande
paura e gridarono al Signore. Poi dissero a Mosè: «Forse perché non c’erano
sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto,
portandoci fuori dall’Egitto? Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e
serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel
deserto?». Mosè rispose: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza
che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non
li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli».
Ed ecco il grande gesto di Dio, di cui Mosè è lo strumento coraggioso; tutto il
merito è di Dio.
Es 14,21-31:
Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la
notte, risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le
acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare asciutto, mentre le acque
erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono
con tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri, entrando
dietro di loro in mezzo al mare.
Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno
sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro
carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero:
«Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli
Egiziani!».
Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli
Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri». Mosè stese la mano sul mare e il
mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani,
fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al
mare. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto
l’esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne
scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in
mezzo al mare, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a
sinistra. In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani e
Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano
potente con la quale il Signore aveva agito contro l’Egitto e il popolo temette
il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè.
Il Canale di Suez
Intanto che con appassionata partecipazione seguivamo l'esodo di Israele, siamo
giunti anche noi al Canale di Suez: centotrenta chilometri dal Cairo, tutto
deserto, una landa desolata, punteggiata da accampamenti militari.
Il Canale è una curiosità per la storia e la politica; e.. per il fotografo è...
lento scorrere di navi tra colline sabbiose.
Un modernissimo tunnel, inaugurato nel 1980, sottopassa il Canale. Appena usciti
a est, nella penisola del Sinai, si svolta a destra per salire al Canale e lì
sulla riva si canta con tutta la gioia del cuore il Cantico di Mosè. Con ogni
probabilità è proprio qui, presso i Laghi Amari - dal tunnel si intravedono
nella foschia della prima afa mattutina -, che avvenne il guado prodigioso del
"mare dei giunchi". Esodo 14,2 parla di una località chiamata Pi-Achirot, che
significa "l'imboccatura dei canali".
Il Cantico di Mosè
Esodo 15, parte centrale della celebrazione pasquale al tempio di Gerusalemme,
raccoglie una delle più antiche composizioni bibliche. I toni dell'inno esaltano
l'agire di Dio e mirano a mettere in luce soprattutto la sua azione ormai
permanente e quasi paradigmatica sul suo popolo di sempre. Dio continua a
liberare il suo popolo dai pericoli mortali che lo minacciano, simboleggiati
dalle acque. Dio lo libera per portarlo fino all'incontro cultuale con Lui al
monte Sion. L'inno è, in sostanza, una autentica profezia, cioè una lettura
teologica profonda di tutta la prima parte dell'Esodo per valorizzare la
dimensione permanente dell'evento della pasqua. Il popolo qui non ha che da
contemplare e lodare l'iniziativa gratuita di Dio.
Es 15,1-21:
Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto al Signore e dissero:
Voglio cantare in onore del Signore: +
perché ha mirabilmente trionfato, *
ha gettato in mare cavallo e cavaliere.
Mia forza e mio canto è il Signore, *
egli mi ha salvato.
E‘ il mio Dio e lo voglio lodare, *
è il Dio di mio padre e lo voglio esaltare!
Dio è prode in guerra, *
si chiama Signore.
I carri del faraone e il suo esercito *
li ha gettati nel mare.
Al soffio della tua ira si accumularono le acque, +
si alzarono le onde come un argine, *
si rappresero gli abissi in fondo al mare.
Il nemico aveva detto: *
"Inseguirò, raggiungerò, spartirò il bottino,
se ne sazierà la mia brama; *
sfodererò la spada, li conquisterà la mia mano!".
Soffiasti con il tuo alito: li coprì il mare, *
sprofondarono come piombo in acque profonde.
Chi è come te fra gli dei, *
chi è come te, maestoso in santità, Signore?
Chi è come te tremendo nelle imprese, *
operatore di prodigi?
Stendesti la destra: *
li inghiottì la terra.
Guidasti con il tuo favore
questo popolo che hai riscattato, *
lo conducesti con forza alla tua santa dimora.
Lo fai entrare *
e lo pianti sul monte della tua promessa,
luogo che per tua sede, Signore, hai preparato,* santuario che le tue mani,
Signore, hanno fondato.
Il Signore regna *
in eterno e per sempre!
Quando infatti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri furono
entrati nel mare, il Signore fece tornare sopra di essi le acque del mare,
mentre gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare.
Allora Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano: dietro
a lei uscirono le donne con i timpani, formando cori di danze. Maria fece loro
cantare il ritornello: «Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato: ha
gettato in mare cavallo e cavaliere!».
Nel mare è perito l'orgoglio di chi si oppone a Dio: è Lui che ribalta le sorti,
innalza l'umile e abbatte il superbo. Come poi canterà un'altra Maria col
Magnificat.
La penisola del Sinai
Oltre il canale si è ad un bivio: davanti parte la strada che, per il passo di
Mitla, attraversa a metà tutta la penisola fino all’altra punta del Mar Rosso
(Nuweiba); noi, come Israele, giriamo a destra per scendere lungo la sponda
occidentale del Sinai. Questo bivio, al tempo di Mosè, era appena più sopra, e
la Bibbia lo chiama ETAM.
La penisola sinaitica è un cuneo di circa 60 mila kmq, proiettato nel Mar Rosso
tra il golfo di Suez ad ovest e quello di Aqaba a est. Al nord vi è un grande
deserto calcareo piatto, dove lo Wadi El Arish (il biblico "torrente d'Egitto")
fa da raccoglitore fino al mare Mediterraneo. Più sotto vi è l’altipiano di
et-Tih, che raggiunge anche i mille metri, zona impervia. Da qui scendono verso
occidente degli wadi che formano sorgenti e oasi (Ayoun Musa e Feiran..).. Il
massiccio vero e proprio del Sinai sta al sud, con la cima più alta che è il
Gebel Khatherina di m. 2602. Si passa quindi dal paesaggio di dune al nord, alle
visioni “dolomitiche” del sud. Qui la roccia per lo più rossastra, di granito e
porfido, è striata da diversi altri colori: ocra, bianco, nero, per la presenza
di ferro, manganese, gesso e calcite.
Il Sinai può essere definito una “indecisione geologica”: quando l’Africa tentò
di staccarsi dall’Asia si aprì una grande depressione - quella che parte dal
lago di Tiberiade, scende al Mar Morto, l'Araba, Golfo di Aqaba, fino al Lago
Vittoria in Africa. E' rimasto così come il corridoio di transito tra i due
continenti, con una vocazione naturale al raccordo fisico di diverse civiltà. Al
nord passa la Via Maris (o dei Filistei); a metà la grande "Via del
pellegrinaggio” (cioè verso la Mecca); a sud la difficile via tra i monti,
itinerario del primo Israele, e poi di migliaia di pellegrini cristiani già a
partire dal 250. La zona, impervia, è sempre stata abitata da beduini. La flora:
acacia e tamerice, e nelle oasi, palme. Zona di serpenti e vipere velenose.
Mara
La strada ora costeggia il mar Rosso, d’un azzurro inteso e a est,
qui nel Sinai, da una piatta pianura appena ondulata da piccoli rilievi
sabbiosi. E’ il deserto di Shur. Uno di questi rilievi - sulla destra, di fronte
al mare, tra un gruppetto di palme da cui sbucano beduini e bambini in quantità
- al ventesimo chilometro, è la piccola oasi di AYOUN MUSA. Vi sono due piccole
sorgenti (purtroppo molto abbandonate), dalle quali a intermittenza si vede
l’acqua pullulare a bollicine. Il nome di Mosè è tutto quello che è rimasto del
suo antico passaggio, forse il suo primo accampamento. E’ qui che una tradizione
identifica il posto della MARA biblica.
Il deserto è metafora della vita, dove i problemi e le difficoltà del popolo di
Dio sono come emblematicamente cristallizzati in episodi-icone, nei quali si
rispecchia ogni esperienza religiosa. La strada della libertà è "amara". Ma il
Signore che conduce il suo popolo "è colui che guarisce". E' la sua Parola e
l'obbedienza ad essa che salva il popolo. L'acqua salmastra è stata resa dolce
da un legno, forse qualche arbusto disinfettante; i Padri della Chiesa hanno
visto in quel legno salvifico il legno della croce.
Es 15,22-26:
Mosè fece levare l’accampamento di Israele dal Mare Rosso ed essi avanzarono
verso il deserto di Sur. Camminarono tre giorni nel deserto e non trovarono
acqua. Arrivarono a Mara, ma non potevano bere le acque di Mara, perché erano
amare. Per questo erano state chiamate Mara.
Allora il popolo mormorò contro Mosè: «Che berremo?». Egli invocò il Signore, il
quale gli indicò un legno. Lo gettò nell’acqua e l’acqua divenne dolce. In quel
luogo il Signore impose al popolo una legge e un diritto; in quel luogo lo mise
alla prova. Disse: «Se tu ascolterai la voce del Signore tuo Dio e farai ciò che
è retto ai suoi occhi, se tu presterai orecchio ai suoi ordini e osserverai
tutte le sue leggi, io non t’infliggerò nessuna delle infermità che ho inflitte
agli Egiziani, perché io sono il Signore, colui che ti guarisce!».
La strada prosegue sulla costa: una volta completamente abbandonata, ora si
punteggia di molti insediamenti balneari. Ad uno di questi ci si può fermare per
il pranzo, e magari per assaggiare prima con un breve bagno l'acqua limpida del
Mar Rosso. E' un paesaggio incantevole, silenzioso, sabbia già calda... Nel mare
azzurro la linea delle navi che si infilano a Suez per entrare nel Canale.
Più sotto, al km 75, è Ain Hawara (forse è questo Mara? - almeno dal nome),
altra sorgente una volta usata dai minatori egiziani che venivano alla ricerca
del turchese e del rame. Appena più avanti si intravede sul mare uno sperone di
roccia, chiamato Ghebel Hammam Faraoun (Montagna del bagno del faraone) da cui
sgorgano sorgenti d’acqua calda dal forte odore di marcio (solforose). Forse è
anche il ricordo di questo “marcio” che sta all’origine di "mara”.
Elim
"Poi arrivarono a Elim, dove sono dodici sorgenti di acqua e settanta palme. Qui
si accamparono presso l’acqua" (15,27). Elim è allo sbocco di WADI GHARANDAL. La
strada si è fatta tortuosa allorchè le pendici dell’altipiano Et-Tih scendono
fino al mare. Ciuffi di palme spuntano qua e là e fanno pensare a sorgenti o
forse meglio a pozzi, che i beduini tengono nascosti.
Quando la strada esce sul mare siamo ad Abù Zenina e Abu Rudeis, oggi
insediamenti petroliferi con villaggi e un piccolo aeroporto. Si intravedono
piccole pompe per il petrolio, qualche sfogo a fiamma e sul mare chiatte per
l'estrazione.
Una strada sale all’interno per raggiungere le grandi miniere di manganese e
turchese già periodicamente sfruttate dai faraoni. Qui, nascosto tra le alte
montagne, c’era il grande tempio di SERABIT el-KHADIM ("le colonne dello
schiavo"), dedicato alla “Signora del Turchese” (la dea Hathor, in forma di
mucca). Vi sono resti di gallerie, stele del tempio, iscrizioni protosemite,
quasi un inizio dell'alfabeto moderno, e un grande muraglione . . per non far
fuggire gli schiavi impiegati ai lavori forzati. I semiti ebrei che fuggirono
dall'Egitto presero questa strada forse perché qualcuno di loro la conosceva!
Alla fine dei villaggi si estende una striscia desertica lungo il mare. Poi la
strada gira all’interno, incomincia a salire verso le montagne. Si entra nel
deserto di SIN.
La manna e le quaglie
"Levarono l’accampamento da Elim e tutta la comunità degli Israeliti arrivò al
deserto di Sin, che si trova tra Elim e il Sinai, il quindici del secondo mese,
dopo la loro uscita dal paese d'Egitto” (16,1). In queste vallate che salgono
tra colori di roccia favolose, cosparse ancor oggi da piccoli villaggi di
beduini, si pone l’inizio del dono della manna.
"Gli Israeliti mangiarono la manna per quarant'anni, fino al loro arrivo in una
terra abitata, mangiarono cioè la manna finché furono arrivati ai confini del
paese di Canaan" (16,35). Gli studiosi ritengono che la manna sia una secrezione
del tamarisco, di color biancastro, che ancor oggi i beduini usano come alimento
di grande valore nutritivo; e la chiamano: "cibo del cielo". E'
l'immagine-simbolo più classica del Dio che nutre il pellegrinare del suo popolo
verso la terra promessa, quel pane vivo che con Gesù diventerà l'autentico cibo
di immortalità per condurci al destino della patria celeste.
Es 16,2-8.13-15.31:
Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e
contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore
nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne,
mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far
morire di fame tutta questa moltitudine».
Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per
voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché
io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no. Ma il
sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il
doppio di ciò che raccoglieranno ogni altro giorno».
Mosè e Aronne dissero a tutti gli Israeliti: «Questa sera saprete che il Signore
vi ha fatti uscire dal paese d’Egitto; domani mattina vedrete la Gloria del
Signore; poiché egli ha inteso le vostre mormorazioni contro di lui. Noi infatti
che cosa siamo, perché mormoriate contro di noi? Non contro di noi vanno le
vostre mormorazioni, ma contro il Signore».
Ora alla sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino vi era
uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Poi lo strato di rugiada svanì
ed ecco sulla superficie del deserto vi era una cosa minuta e granulosa, minuta
come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro:
«Man hu: che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «E‘
il pane che il Signore vi ha dato in cibo».
La casa d’Israele la chiamò manna. Era simile al seme del coriandolo e bianca;
aveva il sapore di una focaccia con miele.
L’episodio di Elia (1Re 19,3-8) che attraversa il deserto verso il
monte di Dio per quaranta giorni, sostenuto dal cibo dato dall’angelo, è
evidente allusione ad un esodo personale che ogni uomo è chiamato a compiere per
giungere all’incontro con Dio. Così Gesù che moltiplica i pani nel deserto è
chiaro segno di compimento d’una premura divina per il suo popolo ormai
incamminato verso destini ben più alti: “I vostri padri hanno mangiato la manna
nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne
mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di
questo pane vivrà in eterno" (Gv 6,49-51).
Refidim
L’acqua nel deserto è vitale. Israele si stabilì dopo l’esperienza del Sinai per
quarant’anni presso le sorgenti di Kadesh, dove l’acqua è abbondante. Qui morì
Maria, sorella di Mosè. Il libro dei Numeri (20,1-13) attribuisce a Mosè
l’origine di una di queste sorgenti. Pure altre sorgenti sono attribuite a Mosè:
tra le rocce infuocate di Petra, dove morì Aronne; sotto il monte Nebo, dove
morì Mosè, “nelle steppe di Moab”, prima che Israele attraversasse il Giordano.
Il libro dell’Esodo però colloca l’episodio di Massa e Meriba (l'acqua scaturita
dalla roccia) ormai presso il massiccio dell’Oreb, dove ancora oggi vi è la
lussureggiante oasi di FEIRAN. E' l’oasi più abbondante che si trova sul nostro
percorso: palme rigogliose coprono ora poveri villaggi, circondati dall’alto da
pareti scoscese di rossogranito. Vista dall’alto l’oasi sembra un mare che copre
tutto il fondovalle dal colore verde intenso.
Es 17,1-7:
Tutta la comunità degli Israeliti levò l’accampamento dal deserto di Sin,
secondo l’ordine che il Signore dava di tappa in tappa, e si accampò a Refidim.
Ma non c’era acqua da bere per il popolo. Il popolo protestò contro Mosè:
«Dateci acqua da bere!». Mosè disse loro: «Perché protestate con me? Perché
mettete alla prova il Signore?». In quel luogo dunque il popolo soffriva la sete
per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai
fatti uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro
bestiame?».
Allora Mosè invocò l’aiuto del Signore, dicendo: «Che farò io per questo popolo?
Ancora un poco e mi lapideranno!». Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al
popolo e prendi con te alcuni anziani di Israele. Prendi in mano il bastone con
cui hai percosso il Nilo, e và! Ecco, io starò davanti a te sulla roccia,
sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè
così fece sotto gli occhi degli anziani d’Israele. Si chiamò quel luogo Massa e
Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il
Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
Quando il cammino della libertà incontra la prova, sorge il dubbio, unito alla
protesta e alla ribellione: "Il Signore è in mezzo a noi sì o no?". E' il tema
dell'indurimento del cuore, della sfiducia nel Signore come propria guida
sicura: "Non indurite il cuore, come a Meriba, come nel giorno di Massa nel
deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto
le mie opere" (Sal 95,8-9).
Oltre alla manna e all'acqua, Dio non ha abbandonato il suo popolo, per lui ha
preparato anche un banchetto di carne nel deserto.
"Continuarono a peccare contro di lui, a ribellarsi all’Altissimo nel
deserto. Nel loro cuore tentarono Dio, chiedendo cibo per le loro brame;
mormorarono contro Dio dicendo: «Potrà forse Dio preparare una mensa nel
deserto?». Ecco, egli percosse la rupe e ne scaturì acqua, e strariparono
torrenti. «Potrà forse dare anche pane o preparare carne al suo popolo?».
Comandò alle nubi dall’alto e aprì le porte del cielo; fece piovere su di essi
la manna per cibo e diede loro pane del cielo: l’uomo mangiò il pane degli
angeli, diede loro cibo in abbondanza. Su di essi fece piovere la carne come
polvere e gli uccelli come sabbia del mare; caddero in mezzo ai loro
accampamenti, tutto intorno alle loro tende. Mangiarono e furono ben sazi, li
soddisfece nel loro desiderio" (Sal 78,17-20.23-25.27-29).
Gli Amaleciti
Domina questa regione una montagna caratteristica, il Gebel Serbal
(2052 mt): sembra il Resegone, come dita alzate verso il cielo in preghiera. La
tradizione pone qui anche un assalto degli Amaleciti.
Es 17,8-13:
Allora Amalek venne a combattere contro Israele a Refidim. Mosè disse a
Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani
io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio». Giosuè
eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalek, mentre Mosè,
Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele
era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek. Poiché
Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono
sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro
dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al
tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo.

E' un'altra immagine-simbolo, molto stilizzata, della potenza dispiegata da Dio
per difendere il suo popolo. Nuovamente è in azione il bastone di Mosè; l'aveva
già brandito con successo davanti al faraone e al mare dei giunchi; e anche le
sue mani alzate in preghiera: "Invocava il Signore ed Egli rispondeva" (Sal
99,6).
L'oasi di Feiran merita una sosta. Vi è oggi, tra le povere case dei
beduini semisedentari, un piccolo monastero di Suore Greche Ortodosse, ultima
presenza cristiana rimasta d'un passato glorioso. Tutt'intorno ci sono ruderi di
celle, di monasteri e di una basilica. Nel VI secolo era la sede di un
Vescovado. Sulla cima del Jebel Tahune, ad ovest, ruderi di chiese bizantine
ricordano la preghiera di Mosè. L'imperatore Giustiniano vi aveva trapiantato
famiglie cristiane in aiuto al monastero di Santa Caterina. L'arrivo dell'Islam
distrusse tutto.
Proprio presso queste Suore si può celebrare la Messa, la prima del deserto che
rievoca la premura di Dio per il suo popolo. Le Suore sono gentili, ma
recepiscono ancora a fatica un discorso ecumenico; hanno una graziosa cappella,
ma vogliono che si celebri sotto un bersò di frasche, del resto ben curato.
Verso il Sinai
La strada ora si inerpica tra gole e montagne rocciose, sempre dai
toni rossi, striati di nero manganese. Il vento vi ha lavorato dentro traendo
pareti di merletto traforato. L’acqua è assicurata da pozzi ben protetti. L’ora
del tramonto trasforma queste rocce in rosso fiamma, allungando verso est lunghe
ombre evocatrici.
Quando le cime brillano ancora dell’ultima luce e, agli insediamenti dei
beduini, subentrano case e villaggi di sedentari, si è giunti ormai al Sinai,
nella piana di er-RAHA. Davanti appare imponente il RAS ES-SAFSAF, la
caratteristica montagna a tre punte che la tradizione ha identificato come “il
monte fumante”, ai piedi del quale tutto il popolo stava in paurosa
contemplazione del “Dio tuonante”.
Appena a sinistra si apre la piccola valle in cui è collocato il Monastero di
Santa Caterina. Nella piana ora sta un “villaggio” turistico con degli alberghi
per passarvi la notte. La notte scende lentamente nel pieno silenzio misterioso
di questa montagna che ti domina. Non puoi non sentirtene preso: una forza
interiore ti spinge ad appartarti quasi a sentire l'eco di un avvenimento
eccezionale qui accaduto tremila anni fa: l’evento della santa Alleanza tra Dio
e il suo popolo. Le luci che, nel buio ormai fatto, si intravedano dal monastero
ci richiamano il roveto ardente, dove Dio chiamò Mosè alla sua missione.
La santa montagna
Il fascino di questo viaggio sta proprio nell’inoltrarci entro
questi luoghi sacri per poterne scandagliare tutti gli anfratti e per risentire
ad ogni angolo la voce di Dio e il passo di Mosè, che scende e sale, in un
dialogo drammatico col suo Dio.
Ore 2,30: levata nel cuore della notte. Ci si inoltra entro la valle del
monastero. Suona alle tre la campanella del sacro convento a chiamare al coro i
monaci. Le mura che ora costeggiamo ci sembrano fortezza inespugnabile. Il
sentiero sale a zig-zag lungo la falda della Montagna di Mosè (2244 mt.). La
notte è un incanto: con la luna, tutte le rocce sono lame d’argento; senza luna,
è una impressionante cascata di stelle!
Tre ore di cammino silenzioso, non faticoso, ma paziente. Come Mosè ci si
immerge nell’immenso, dove Dio parla ancora al cuore. L’ultimo tratto è
costituito da 700 gradini (un canalone) per giungere alla cima. Nel
raccoglimento si attende l’alba. Appena l’aurora arrossa l’orizzonte,
d’improvviso balza la palla di fuoco che corre lungo l’arco del cielo. “Per cui
verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno
nelle tenebre e nell’ombra della morte” (Lc 1,78-79).
Sulla vetta, con una piccola chiesa e una casupola per moschea, vi è
una grotta preziosa, luogo tradizionale della grande esperienza mistica di Mosè.
“Fammi vedere il tuo volto!” (Es 33,18).
Es 33,12-23; 34,5-9:
Mosè disse al Signore: «Vedi, tu mi ordini: Fà salire questo popolo, ma non
mi hai indicato chi manderai con me; eppure hai detto: Ti ho conosciuto per
nome, anzi hai trovato grazia ai miei occhi. Ora, se davvero ho trovato grazia
ai tuoi occhi, indicami la tua via, così che io ti conosca, e trovi grazia ai
tuoi occhi; considera che questa gente è il tuo popolo».
Rispose: «Io camminerò con voi e ti darò riposo». Riprese: «Se tu non camminerai
con noi, non farci salire di qui. Come si saprà dunque che ho trovato grazia ai
tuoi occhi, io e il tuo popolo, se non nel fatto che tu cammini con noi? Così
saremo distinti, io e il tuo popolo, da tutti i popoli che sono sulla terra».
Disse il Signore a Mosè: «Anche quanto hai detto io farò, perché hai trovato
grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome».
Gli disse: «Mostrami la tua Gloria!».
Rispose: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio
nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò
misericordia di chi vorrò aver misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai
vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo». Aggiunse il
Signore: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la
mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché
sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non
lo si può vedere».
Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome
del Signore. Il Signore passò davanti a lui proclamando: «Il Signore, il
Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di
fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa,
la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la
colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta
generazione».
Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia
ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un
popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fà di
noi la tua eredità».
Appena il sole ha dato colore ad ogni cosa, ci si trova immersi in
uno spettacolo unico: il cielo azzurro cupo d'una profondità cristallina; sotto,
le mille rocce rosse di porfido e granito, esaltate dal primo sole; attorno ..
monti, e altri monti ancora, che l'azzurrino del mattino scandisce in sequenze
sempre più sfumate. In questa immota ma vibrante cornice di solitudine maestosa
si svolse la grande teofania del Dio che offrì l'Alleanza al suo popolo per
tramite di Mosè. Dal testo biblico traspare la grande impressione suscitata nel
popolo e in Mosè da questo terribile incontro dell'uomo con la Divinità.
La grande teofania
"Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi
su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me" (Es 19,4). Sembra di
immaginarlo questo Dio, qui tra le rocce di porfido rosso, seduto in trono ("..
perché mia è tutta la terra!", Es 19,5) ad attendere il suo popolo: come
un'aquila l'ha attirato fin lassù, e ora è pronto per un confronto diretto, per
un dialogo forte e grande.
Ha in mente una cosa importante, una proposta precisa: "Se vorrete ascoltare la
mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la PROPRIETA' tra
tutti i popoli; voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa" (Es
19,5-6).
La descrizione che qui segue è l'enfatizzazione solennissima della Presenza
(shekinàh) di Jahvè nel suo tempio: nella Liturgia delle feste suonavano le
trombe, saliva la nube dell'incenso, il fuoco degli olocausti, a tutti erano
richiesti riti di purificazione. Il Sinai come il monte Sion, "la santa dimora
dell'Altissimo; Dio sta in essa: non potrà vacillare" (Sal 46,5-6).
Es 19,1-19:
Al terzo mese dall’uscita degli Israeliti dal paese di Egitto, levato
l’accampamento da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono;
Israele si accampò davanti al monte.
Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai
alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò
che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho
fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la
mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è
tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa.
Queste parole dirai agli Israeliti».
Mosè andò, convocò gli anziani del popolo e riferì loro tutte queste
parole, come gli aveva ordinato il Signore. Tutto il popolo rispose insieme e
disse: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!». Mosè tornò dal Signore e
riferì le parole del popolo.
Il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube,
perché il popolo senta quando io parlerò con te e credano sempre anche a te». -
«Và dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano
pronti per il terzo giorno, perché nel terzo giorno il Signore scenderà sul
monte Sinai alla vista di tutto il popolo. Fisserai per il popolo un limite
tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde.
Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. Quando suonerà il corno, allora
soltanto essi potranno salire sul monte».
Mosè scese dal monte verso il popolo; egli fece purificare il popolo ed essi
lavarono le loro vesti. Poi disse al popolo: «Siate pronti in questi tre giorni:
non unitevi a donna».
Appunto al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube
densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era
nell’accampamento fu scosso da tremore.
Allora Mosè fece uscire il popolo dall’accampamento incontro a Dio. Essi
stettero in piedi alle falde del monte.
Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel
fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava
molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio
gli rispondeva con voce di tuono.
Le dieci parole
E siamo al "Decalogo", i "Dieci Comandamenti", scritti su due tavole perché ogni
patto si fa in duplice copia.
Es 20,1-17:
Dio allora pronunciò tutte queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che
ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai
altri dei di fronte a me.
Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che
è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti
prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo
Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e
alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore
fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi.
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non
lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.
Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai
ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio:
tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo
schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora
presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il
mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore
ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che
ti dá il Signore, tuo Dio.
Non uccidere.
Non commettere adulterio.
Non rubare.
Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo
prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino,
né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».
"Mosè ritornò e scese dalla montagna con in mano le due tavole della
Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall'altra. Le tavole
erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole"
(Es 32,15-16).
I Comandamenti sono l'istruzione che Dio Padre dà al suo figlio perché cresca
nella vita: rappresentano come gli argini minimi, oltre i quali l'uomo rovina se
stesso e gli altri. Potremmo chiamarli una serie di opzioni morali di fondo che
esprimono il cuore essenziale della Alleanza con Dio. Liberato dall'esterno
(dalla schiavitù dell'Egitto), ora il popolo di Dio deve trovare libertà
interiore: dalla schiavitù degli idoli, dalla sopraffazione e violenza, dalla
cupidigia.
Il principio unificatore sta all'inizio: "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho
fatto uscire dal paese d’Egitto"; il Decalogo rappresenta l'esigenza divina da
custodire se si vuol mantenere la libertà donata. "Il Signore ci ordinò di
mettere in pratica tutte queste leggi, temendo il Signore nostro Dio così da
essere sempre felici ed essere conservati in vita, come appunto siamo oggi" (Dt
6,24).
Il sangue dell'Alleanza
Proclamato il contenuto del patto tra Dio e il suo popolo - "Voi sarete per me
la proprietà" e "le Dieci Parole" -ora si passa alla ratifica ufficiale, con tre
elementi precisi. Anzitutto il "sì" dell'assemblea (24,3.7); quindi il
sacrificio col sangue asperso; e alla fine il banchetto sacro di comunione.
Es 24,3-11:
Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte
le norme. Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Tutti i comandi che ha dati
il Signore, noi li eseguiremo!».
Mosè scrisse tutte le parole del Signore, poi si alzò di buon mattino e costruì
un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele.
Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare
giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore.
Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà
sull’altare.
Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo.
Dissero: «Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo!».
Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue
dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste
parole!».
Poi Mosè salì con Aronne, Nadab, Abiu e i settanta anziani di Israele. Essi
videro il Dio d’Israele: sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre
di zaffiro, simile in purezza al cielo stesso. Contro i privilegiati degli
Israeliti non stese la mano: essi videro Dio e tuttavia mangiarono e bevvero.
Il sangue asperso è simbolo di parentela: il sangue è asperso sull'altare e
sul popolo a significare unione tra Dio e popolo. Il sangue è la vita; si tratta
quindi di una unione vitale, una comunione parentale. Non 'biologica', ma
fondata sulla Parola ascoltata e accolta: "Ecco il sangue dell’alleanza, che il
Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole" (8). L'obbedienza
alla Parola è condizione per appartenere alla famiglia di Dio: cf. Lc 8,19-21.
Il banchetto sacro è segno di comunione con Dio e garanzia della sua protezione.
Mosè e gli anziani mangiano e bevono sul monte alla presenza di Dio. L’alleanza
qui è presentata come una relazione tra il padrone di casa e gli amici che egli
invita e ammette a mangiare alla sua presenza. "Questi privilegiati degli
Israeliti .. videro Dio e tuttavia mangiarono e bevvero" (11): dice la sorpresa
di aver scoperto un Dio amico, familiare ..!
Dove salirono gli anziani, con Aronne, e fecero banchetto, è la cosiddetta
“piana di Aronne”. E' appena giù dal grande canalone, segnata da antichi
cipressi, da una "sorgente di Mosè" coperta da un pozzo, e da una cappella che
ricorda Elia. Qui è il posto ideale, un po' discosto dal sentiero, per fermarsi
a celebrare la Messa. E’ un luogo suggestivo: tra pareti di roccia si rinnova
oggi quel banchetto dell’Alleanza che proprio qui Dio incominciò a far celebrare
al suo popolo. Si può usare il formulario della terza messa: Alla ricerca del
volto di Dio (vedi pag. 117).
Questo stesso luogo è chiamato anche “piana di Elia”. E’ qui che
Elia, siamo nel IX secolo al tempo del re Achab e della regina Gezabele, giunse
sfinito alla ricerca del volto di Dio. Era dovuto fuggire per la persecuzione.
Lungo la strada del deserto si era fermato scoraggiato ...
1Re 19,3-15:
Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di
Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo. Egli si inoltrò nel deserto una giornata
di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: «Ora
basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri».
Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora, ecco un angelo lo toccò e
gli disse: «Alzati e mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una
focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi
tornò a coricarsi. Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse:
«Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve.
Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti
fino al monte di Dio, l’Oreb.
Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il
Signore gli disse: «Che fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per
il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua
alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti.
Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». Gli fu detto: «Esci e
fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un
vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al
Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma
il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il
Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero.
Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso
della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Su, ritorna sui tuoi
passi verso il deserto di Damasco...».
I quaranta giorni di Mosè sul monte
"Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti senza mangiare
pane e senza bere acqua" (Es 34,28).
Ritorniamo a Mosè, che dopo aver sancito il rito dell'Alleanza, si ritirò
sul monte solo, con Dio, nell'intimità di una esperienza che sfocerà nel grido:
Fammi vedere il tuo volto! (cf. pp. 33-34). Come avverrà per i quarant'anni di
Israele nel deserto e, più tardi, per i quaranta giorni del nuovo Israele che è
Gesù, questo ritiro di Mosè è per porsi davanti a Dio e scoprire più
profondamente la sua chiamata, la sua missione, e scegliere nella prova, il
rischio dell'abbandono totale nelle mani di Dio. Proprio qui dirà: Solo se tu
verrai con me, io proseguirò il mio cammino di guida di questo popolo!
Non era facile guidare un popolo "dalla testa dura"; spesso nel deserto Mosè ne
sentirà il peso, lamentandosi con Jahvè: «Perché hai trattato così male il tuo
servo? Perché non ho trovato grazia ai tuoi occhi, tanto che tu mi hai messo
addosso il carico di tutto questo popolo? L’ho forse concepito io tutto questo
popolo? O l’ho forse messo al mondo io perché tu mi dica: Pòrtatelo in grembo,
come la balia porta il bambino lattante, fino al paese che tu hai promesso con
giuramento ai suoi padri? Io non posso da solo portare il peso di tutto questo
popolo; è un peso troppo grave per me. Se mi devi trattare così, fammi morire
piuttosto, fammi morire, se ho trovato grazia ai tuoi occhi; io non veda più la
mia sventura!» (Nm 11,11-15). Sembra la eco delle parole di Gesù al Getsemani:
Padre, allontana da me questo calice..!
Il vitello d'oro
E mentre Mosè pregava..
Es 32,1-6:
Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, si
affollò intorno ad Aronne e gli disse: «Facci un dio che cammini alla nostra
testa, perché a quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non
sappiamo che cosa sia accaduto». Aronne rispose loro: «Togliete i pendenti d’oro
che hanno agli orecchi le vostre mogli e le vostre figlie e portateli a me».
Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad
Aronne. Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne
ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: «Ecco il tuo Dio, o Israele,
colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!». Ciò vedendo, Aronne costruì
un altare davanti al vitello e proclamò: «Domani sarà festa in onore del
Signore». Il giorno dopo si alzarono presto, offrirono olocausti e presentarono
sacrifici di comunione. Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò
per darsi al divertimento.
Va detto subito che la tentazione di volgersi agli idoli, più facili, più
accessibili, più manipolabili rispetto al Dio trascendente, personale e ..
sempre libero e sorprendente, è realtà ricorrente in Israele (.. e non solo!).
Anche dopo Salomone, il re Geroboamo I "preparò due vitelli d'oro e disse al
popolo: «Siete andati troppo a Gerusalemme! Ecco, Israele, il tuo dio che ti ha
fatto uscire dal paese d'Egitto». Ne collocò uno a Betel e l'altro lo pose in
Dan" (1Re 12,28-29). E' la tentazione comune ad ogni religiosità che non fa
riferimento al Dio personale e alla sua Parola: o si isterilisce in pratiche
esteriori, in tradizioni e abitudini, feticizzando riti; o scade in devozioni,
superstizioni e magia.
Mosè reagisce con una violenza che sorprende: ha colto che quello è il 'cancro'
della vera fede.
Es 32,15-20.25-26:
Mosè ritornò e scese dalla montagna con in mano le due tavole della
Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra. Le tavole
erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole.
Giosuè sentì il rumore del popolo che urlava e disse a Mosè: «C’è rumore di
battaglia nell’accampamento». Ma rispose Mosè: «Non è il grido di chi canta:
Vittoria! Non è il grido di chi canta: Disfatta! Il grido di chi canta a due
cori io sento».
Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora si
accese l’ira di Mosè: egli scagliò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi
della montagna. Poi afferrò il vitello che quelli avevano fatto, lo bruciò nel
fuoco, lo frantumò fino a ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell’acqua e
la fece trangugiare agli Israeliti.
Mosè vide che il popolo non aveva più freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni
freno, così da farne il ludibrio dei loro avversari. Mosè si pose alla porta
dell’accampamento e disse: «Chi sta con il Signore, venga da me!».
Quanto è opportuno che l'uomo di Dio sia forte e deciso quando c'è di mezzo
l'autentica fede e il rapporto vero con Dio! Ma non è 'popolare'..! "Mosè era
molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra" (Nm 12,3): chissà cosa deve
essergli costato quel gesto di forza!
Mosè intercessore per il suo popolo
Mosè sente il peso del suo servizio, ma sta sempre dalla parte del suo popolo; è
la grande figura dell'intercessore.
Es 32,30-32.9-14:
Il giorno dopo Mosè disse al popolo: «Voi avete commesso un grande peccato;
ora salirò verso il Signore: forse otterrò il perdono della vostra colpa». Mosè
ritornò dal Signore e disse: «Questo popolo ha commesso un grande peccato: si
sono fatti un dio d’oro. Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato... E se no,
cancellami dal tuo libro che hai scritto!».
Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo e ho visto che è un
popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e
li distrugga. Di te invece farò una grande nazione».
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, divamperà
la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto con
grande forza e con mano potente? Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia
li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla
terra? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del
male al tuo popolo. Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai
quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità
numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo
darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre». Il Signore abbandonò
il proposito di nuocere al suo popolo.
Ecco la grande scelta che qualifica Mosè: "Perdona, se no CANCELLAMI DAL TUO
LIBRO". Mosè era stato quaranta giorni e quaranta notti in intimità con Dio; era
ormai al vertice della sua esperienza mistica (cf. Nm 12,8: "Bocca a bocca parlo
con lui.. - dice il Signore - ed egli guarda l'immagine del Signore" ). Ma è
pronto a perdere tutto - cancellami dalla tua amicizia! - se Jahvè non perdonerà
al suo popolo.
"Poi il Signore disse a Mosè: «Taglia due tavole di pietra come le prime. Io
scriverò su queste tavole le parole che erano sulle tavole di prima, che hai
spezzate». Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò di buon
mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due
tavole di pietra in mano" (Es 34,1.4).
Il volto radioso
L'incontro con Dio trasfigura Mosè. San Paolo lo dirà riguardo ad ogni
cristiano: chiamato anche lui a viso scoperto a rispecchiare la gloria di Dio, a
venir trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, come si addice
al Signore che è Spirito (cf. 2Cor 3,13-18).
Es 34,29-35:
Quando Mosè scese dal monte Sinai - le due tavole della Testimonianza si
trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte - non sapeva che la
pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui. Ma
Aronne e tutti gli Israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante,
ebbero timore di avvicinarsi a lui. Mosè allora li chiamò e Aronne, con tutti i
capi della comunità, andò da lui. Mosè parlò a loro. Si avvicinarono dopo di
loro tutti gli Israeliti ed egli ingiunse loro ciò che il Signore gli aveva
ordinato sul monte Sinai. Quando Mosè ebbe finito di parlare a loro, si pose un
velo sul viso. Quando entrava davanti al Signore per parlare con lui, Mosè si
toglieva il velo, fin quando fosse uscito. Una volta uscito, riferiva agli
Israeliti ciò che gli era stato ordinato. Gli Israeliti, guardando in faccia
Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. Poi egli si rimetteva il
velo sul viso, fin quando fosse di nuovo entrato a parlare con lui.
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