Vademecum per il pellegrinaggio al Sinai primo capitolo


L’ORIZZONTE BIBLICO
Lettura dei testi biblici
seminati lungo l'itinerario di Mosè



L’aereo che lascia Milano vola verso Oriente, sorvolando quel Mediterraneo che è punto d’incontro tra Asia, Africa ed Europa.

In Egitto

La sosta al CAIRO è per tuffarci un momento in una civiltà che sta all’origine e fa come da contrappunto a tutta la nostra storia. L’esodo infatti parte da qui, e l’Egitto è “la casa di schiavitù”, l’emblema quindi del male da cui liberarsi.
IL CAIRO è oggi una città di almeno 20 milioni di abitanti. Alla periferia sud stanno le Piramidi che ci riportano di colpo al 2500 a.C., immagine di una delle civiltà più antiche e raffinate, caratterizzata da una forte capacità tecnica e organizzativa, da spirito solidaristico e da una profonda sapienza posta alla ricerca dell’uomo nella sua componente religiosa.
Due sono gli elementi che balzano all’occhio nella sua millenaria storia, evocata dalla interessantissima visita al Museo Egizio, e da quanto ci è rimasto in templi alla divinità, tombe ed edifici funerari (soprattutto a Luxor): il primo è il forte anelito alla sopravvivenza, all’immortalità, in definitiva ad una salvezza. I geroglifici e le immagini tombali più belle parlano di vita dell’aldilà, di pesaggio dell’anima e del cuore, di serpente che viene reso innocuo per lasciar passare l’uomo alla sua dimora eterna. Si potrebbe dire che l’Egitto ha voluto lasciare al mondo come eredità la fotografia di un sogno, di una grande aspirazione, di un grido dell’anima tesa alla salvezza che solo la divinità poteva assicurare. Manca però una idea precisa di risurrezione del corpo; si parla di reincarnazione, mentre nebuloso è il soggiorno dei morti.

Il secondo elemento è la forte tensione religiosa, un bisogno di chiarezza sulla divinità; forse è il più alto sforzo di ricerca del volto di Dio. Al di là dei mille volti dati alla divinità - che esprimono il molteplice rapporto di Dio con gli uomini, o per lo meno ciò che gli uomini si aspettano ed esigono dal dio - c’è una costante intuizione che dietro vi debba essere un’unica energia o fonte di vita da cui tutto dipende, identificata col Sole (Ra, o Ammon), ma emblema-ticamente chiamato “Amon, l’oscuro”, perché mai dipinto con tratti personali e definiti. Più spiritualizzato - o forse più intellettualizzato - è il tentativo monoteistico di Akenathon, Amenofis IV, che va oltre il sole e vede dietro il disco solare una realtà personale primordiale e vivificante, cantata nell’inno all’Athon (pag. 140) che è lo stesso Salmo 104 al Dio creatore.
Questa civiltà e questa cultura costituiscono quindi la più alta premessa, la più forte DOMANDA a cui la Rivelazione biblica darà risposta: all’uomo che cerca Dio, Dio viene incontro nella storia, posando piede in questo angolo di mondo da dove inizia la storia della salvezza.
Al tempo stesso la Bibbia diviene una contestazione a questo mondo insufficiente all’uomo, anzi, proprio per questi limiti, mondo e società che schiacciano l’uomo (forte statalismo) e soprattutto lo deviano dal vero Dio: ancora il libro della Sapienza nel secondo secolo è in forte polemica contro l’idolatria dell’Egitto. “Quando Israele usci dall’Egitto, .. da un popolo barbaro...” (Sal 113), inizia la nostra storia: da questa umanità ricca ma insufficiente, Dio costruirà una nuova umanità, il suo popolo, l’uomo sognato dal progetto di Dio.

Nella terra di Gessen

L’Egitto è il paese del fiume. Dove arriva l’acqua del Nilo c’è vita. Poi deserto. Dal Cairo al mare Mediterraneo si aprono due braccia di speranza: è il Delta, intramezzato da canali, tappeto verde di colture e di vita. Qui rimasero per 400 anni anche gli Ebrei per trovarvi da vivere, venuti al tempo di Giacobbe, quando il figlio Giuseppe era vicerè d’Egitto (cf. Gen 35-50). Probabilmente era Tanis (o forse meglio, più a sud, AVARIS degli Hyksos, ricostruita da Ramses II) il luogo del loro soggiorno, nella zona nord-orientale, nell’attuale Wadi Tumilat, la terra di GOSHEN. Era luogo normale di rifugio delle popolazioni nomadi in tempo di carestia; lo attesta un papiro dell’epoca di Seti II (1205 a.C.): “Si è posto fine al passaggio delle tribù beduine di Edom attraverso la frontiera di Merneptah (in ebraico SUKKOT, la fortezza), verso le paludi di PITOM..., per conservare in vita le tribù e i loro armenti nel territorio del re..”.
A proposito di PITOM (“Casa del dio Aton”), così uno scolaro descrive la città in un papiro: “Sono arrivato a PI-RAMSES e trovo che è stupenda. Una città magnifica che non ha uguali. L’ha fondata lo stesso dio Rà secondo il piano di Tebe. Soggiornare in essa è una vita meravigliosa. I suoi campi offrono una quantità enorme di cose buone. Giornalmente riceve alimenti freschi e carne. I suoi laghi sono pieni di pesci, le sue lagune sono popolate di uccelli, i suoi prati sono coperti di erba verde e i suoi frutti hanno il sapore del miele nei campi coltivati. I suoi depositi di provviste sono pieni di orzo e di grano; si innalzano fino al cielo. Vi sono cipolle e aglio per i cibi, così come melograni, mele, olive e fichi nei frutteti. Vino dolce di Kerkeme, d’un gusto migliore del miele. Il braccio del delta Shi-hor fornisce sale e nitro. Le sue navi vanno e vengono. Qui si hanno giornalmente viveri freschi e bestiame. E’ una delizia potervi abitare e nessuno esclama: “Dio volesse!”. La gente piccola vive come i grandi. Suvvia! Festeggiamo qui la festa divina e l’inizio della stagione!..”.

Lavori forzati e genocidio

Ma gli Ebrei qui erano ridotti in schiavitù. Siamo all'epoca di Ramses II, nella prima metà del sec. XIII a.C.

Es 1,8-14.22:
Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. E disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese».
Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses. Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d’Israele. Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d’Israele trattandoli duramente. Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.
Poi il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: «Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia».

Mosè salvato dalle acque

Dio prepara da lontano la liberazione del suo popolo. Mosè è l'eletto, salvato miracolosamente ed educato alla corte di Faraone, "istruito in tutta la sapienza degli Egiziani" (At 7,22).

Es 2,1-10:
Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi. La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo. La sorella del bambino si pose ad osservare da lontano che cosa gli sarebbe accaduto.
Ora la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Essa vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. L’aprì e vide il bambino: ecco, era un fanciullino che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: «E‘ un bambino degli Ebrei». La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: «Devo andarti a chiamare una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?». «Và», le disse la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. La figlia del faraone le disse: «Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario». La donna prese il bambino e lo allattò. Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli divenne un figlio per lei ed ella lo chiamò Mosè, dicendo: «Io l’ho salvato dalle acque!».

Generosità e scacco

Quando Mosè fu adulto, "gli venne l'idea di far visita ai suoi fratelli, i figli di Israele" (At 7,23); rimase sconcertato per la loro condizione di schiavitù, e con la generosità dell'animo ardente, subito si sentì di divenirne il liberatore. "Egli pensava che i suoi connazionali avrebbero capito che Dio dava loro salvezza per mezzo suo, ma essi non compresero" (At 7,25). E dovette fuggire nel deserto.

Es 2,11-15:
In quei giorni, Mosè, cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli e notò i lavori pesanti da cui erano oppressi. Vide un Egiziano che colpiva un Ebreo, uno dei suoi fratelli. Voltatosi attorno e visto che non c’era nessuno, colpì a morte l’Egiziano e lo seppellì nella sabbia. Il giorno dopo, uscì di nuovo e, vedendo due Ebrei che stavano rissando, disse a quello che aveva torto: «Perché percuoti il tuo fratello?». Quegli rispose: «Chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Pensi forse di uccidermi, come hai ucciso l’Egiziano?». Allora Mosè ebbe paura e pensò: «Certamente la cosa si è risaputa». Poi il faraone sentì parlare di questo fatto e cercò di mettere a morte Mosè. Allora Mosè si allontanò dal faraone e si stabilì nel paese di Madian.

Dio chiama Mosè a liberare il suo popolo

Mosè, nel silenzio del deserto, decanta la sua esperienza di fallimento: Dio prepara il suo uomo non a sentirsi lui salvatore, ma a divenire docile e umile strumento Suo.

Intanto "gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero" (Es 2,23-25).
Ed ecco il grande momento della chiamata al roveto ardente.

Es 3,1-10:
Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?».
Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.
Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora và! Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!».

La sua forza ora è il NOME di Dio

«Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?» (Es 3,11). Ora Mosè non ha più presunzioni, anzi si sente impaurito: solo la forza e il mandato divino lo sostengono. Parte con coraggio. Dio si chiama Jahvè, Colui che è, Colui che farà vedere chi è, col divenire subito salvatore potente del suo popolo.

Es 3,12-15:
Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte».
Mosè disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi». Dio aggiunse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».

Lo scontro con la potenza del faraone

Mosè, ritornato in Egitto, si scontra con la potenza del faraone, che non vuole sentire ragioni per lasciare liberi gli Ebrei: «Dice il Signore, il Dio d’Israele: Lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto!». Il faraone rispose: «Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la sua voce per lasciar partire Israele? Non conosco il Signore e neppure lascerò partire Israele!». «Perché distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai vostri lavori! Ecco, ora sono numerosi più del popolo del paese, voi li vorreste far cessare dai lavori forzati!» (Es 5,1-5).

Dio allora entra in azione: "Io so che il re d’Egitto non vi permetterà di partire, se non con l’intervento di una mano forte. Stenderò dunque la mano e colpirò l’Egitto con tutti i prodigi che opererò in mezzo ad esso; dopo egli vi lascerà andare" (Es 3,19-20).

Sono le PIAGHE D'EGITTO, che nel testo dell'Esodo costituiscono un poemetto didattico-teologico (cc 7-9) che esalta in un crescendo drammatico la potenza di Dio contro la potenza e la magia dell'Egitto. Sono: l'acqua cambiata in sangue, le rane, le zanzare, i mosconi, la morte del bestiame, le ulceri, la grandine, le cavallette, le tenebre, la morte dei primogeniti. Probabilmente sono calamità naturali in Egitto che l'autore ricorda e raccoglie tutte insieme per drammatizzare l'agire potente di Jahvè. Il protagonista unico è Dio: i maghi stessi, sentendosi sconfitti, "dissero al faraone: E' il dito di Dio!" (8,15).

Come contrappunto all'agire divino sta il cuore indurito di faraone, divenuto l'emblema di ogni incredulità e resistenza a Dio.

La grande notte pasquale

Al vertice di questa crescente epopea sta la grande notte pasquale che "fu notte di veglia per il Signore per farli uscire dal paese d'Egitto" (Es 12,42).
La rievocazione giunta a noi non è la cronaca, ma "il testo liturgico" della celebrazione annuale della pasqua che Israele da quella notte compirà per i secoli; è un misto di rievocazione storica, di rubriche rituali, di trasposizione dell'evento in simboli per la catechesi e l'esortazione morale. La cena con l'agnello è il ricordo del sangue asperso sugli stipiti; gli azzimi ricordano la fuga precipitosa; la consacrazione dei primogeniti è per ricordare la liberazione dall'angelo sterminatore dei primogeniti degli Ebrei.

Es 12,21-41:
Mosè convocò tutti gli anziani d’Israele e disse loro: «Andate a procurarvi un capo di bestiame minuto per ogni vostra famiglia e immolate la pasqua. Prenderete un fascio di issòpo, lo intingerete nel sangue che sarà nel catino e spruzzerete l’architrave e gli stipiti con il sangue del catino. Nessuno di voi uscirà dalla porta della sua casa fino al mattino. Il Signore passerà per colpire l’Egitto, vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti: allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire. Voi osserverete questo comando come un rito fissato per te e per i tuoi figli per sempre. Quando poi sarete entrati nel paese che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito. Allora i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo atto di culto? Voi direte loro: E‘ il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case».
Il popolo si inginocchiò e si prostrò. Poi gli Israeliti se ne andarono ed eseguirono ciò che il Signore aveva ordinato a Mosè e ad Aronne; in tal modo essi fecero.
A mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese d’Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero nel carcere sotterraneo, e tutti i primogeniti del bestiame. Si alzò il faraone nella notte e con lui i suoi ministri e tutti gli Egiziani; un grande grido scoppiò in Egitto, perché non c’era casa dove non ci fosse un morto!
Il faraone convocò Mosè e Aronne nella notte e disse: «Alzatevi e abbandonate il mio popolo, voi e gli Israeliti! Andate a servire il Signore come avete detto. Prendete anche il vostro bestiame e le vostre greggi, come avete detto, e partite! Benedite anche me!». Gli Egiziani fecero pressione sul popolo, affrettandosi a mandarli via dal paese, perché dicevano: «Stiamo per morire tutti!». Il popolo portò con sé la pasta prima che fosse lievitata, recando sulle spalle le madie avvolte nei mantelli.
Gli Israeliti eseguirono l’ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani oggetti d’argento e d’oro e vesti. Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali annuirono alle loro richieste. Così essi spogliarono gli Egiziani.
Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e insieme greggi e armenti in gran numero. Fecero cuocere la pasta che avevano portata dall’Egitto in forma di focacce azzime, perché non era lievitata: erano infatti stati scacciati dall’Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio.
Il tempo durante il quale gli Israeliti abitarono in Egitto fu di quattrocentotrent’anni. Al termine dei quattrocentotrent’anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d’Egitto.


Il passaggio del mare

Siamo nel cuore più originario della fede di Israele, e tutta la Bibbia vi fa costante riferimento: il passaggio del mare. Seguiamo il testo così drammatico nella sua enfasi teologica che accentua le tinte e i contrasti tra la forza di Jahvè e la forza di faraone.

Es 14,5-9:
Quando fu riferito al re d’Egitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: «Che abbiamo fatto, lasciando partire Israele, così che più non ci serva!».
Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati. Prese poi seicento carri scelti e tutti i carri di Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi. Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re di Egitto, il quale inseguì gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata. Gli Egiziani li inseguirono e li raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il mare.

Dietro hanno l'esercito egiziano, davanti hanno il mare: Israele sembra non avere più scampo; ha paura.

Es 14,10-14:
Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani muovevano il campo dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. Poi dissero a Mosè: «Forse perché non c’erano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dall’Egitto? Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto?». Mosè rispose: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli».

Ed ecco il grande gesto di Dio, di cui Mosè è lo strumento coraggioso; tutto il merito è di Dio.

Es 14,21-31:
Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare asciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono con tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri, entrando dietro di loro in mezzo al mare.
Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: «Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!».
Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri». Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l’esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l’Egitto e il popolo temette il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè.

Il Canale di Suez

Intanto che con appassionata partecipazione seguivamo l'esodo di Israele, siamo giunti anche noi al Canale di Suez: centotrenta chilometri dal Cairo, tutto deserto, una landa desolata, punteggiata da accampamenti militari.
Il Canale è una curiosità per la storia e la politica; e.. per il fotografo è... lento scorrere di navi tra colline sabbiose.
Un modernissimo tunnel, inaugurato nel 1980, sottopassa il Canale. Appena usciti a est, nella penisola del Sinai, si svolta a destra per salire al Canale e lì sulla riva si canta con tutta la gioia del cuore il Cantico di Mosè. Con ogni probabilità è proprio qui, presso i Laghi Amari - dal tunnel si intravedono nella foschia della prima afa mattutina -, che avvenne il guado prodigioso del "mare dei giunchi". Esodo 14,2 parla di una località chiamata Pi-Achirot, che significa "l'imboccatura dei canali".

Il Cantico di Mosè

Esodo 15, parte centrale della celebrazione pasquale al tempio di Gerusalemme, raccoglie una delle più antiche composizioni bibliche. I toni dell'inno esaltano l'agire di Dio e mirano a mettere in luce soprattutto la sua azione ormai permanente e quasi paradigmatica sul suo popolo di sempre. Dio continua a liberare il suo popolo dai pericoli mortali che lo minacciano, simboleggiati dalle acque. Dio lo libera per portarlo fino all'incontro cultuale con Lui al monte Sion. L'inno è, in sostanza, una autentica profezia, cioè una lettura teologica profonda di tutta la prima parte dell'Esodo per valorizzare la dimensione permanente dell'evento della pasqua. Il popolo qui non ha che da contemplare e lodare l'iniziativa gratuita di Dio.

Es 15,1-21:
Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto al Signore e dissero:

Voglio cantare in onore del Signore: +
perché ha mirabilmente trionfato, *
ha gettato in mare cavallo e cavaliere.
Mia forza e mio canto è il Signore, *
egli mi ha salvato.
E‘ il mio Dio e lo voglio lodare, *
è il Dio di mio padre e lo voglio esaltare!
Dio è prode in guerra, *
si chiama Signore.
I carri del faraone e il suo esercito *
li ha gettati nel mare.
Al soffio della tua ira si accumularono le acque, +
si alzarono le onde come un argine, *
si rappresero gli abissi in fondo al mare.
Il nemico aveva detto: *
"Inseguirò, raggiungerò, spartirò il bottino,
se ne sazierà la mia brama; *
sfodererò la spada, li conquisterà la mia mano!".
Soffiasti con il tuo alito: li coprì il mare, *
sprofondarono come piombo in acque profonde.
Chi è come te fra gli dei, *
chi è come te, maestoso in santità, Signore?
Chi è come te tremendo nelle imprese, *
operatore di prodigi?
Stendesti la destra: *
li inghiottì la terra.
Guidasti con il tuo favore
questo popolo che hai riscattato, *
lo conducesti con forza alla tua santa dimora.
Lo fai entrare *
e lo pianti sul monte della tua promessa,
luogo che per tua sede, Signore, hai preparato,* santuario che le tue mani, Signore, hanno fondato.
Il Signore regna *
in eterno e per sempre!

Quando infatti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri furono entrati nel mare, il Signore fece tornare sopra di essi le acque del mare, mentre gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare.
Allora Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano: dietro a lei uscirono le donne con i timpani, formando cori di danze. Maria fece loro cantare il ritornello: «Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato: ha gettato in mare cavallo e cavaliere!».

Nel mare è perito l'orgoglio di chi si oppone a Dio: è Lui che ribalta le sorti, innalza l'umile e abbatte il superbo. Come poi canterà un'altra Maria col Magnificat.

La penisola del Sinai

Oltre il canale si è ad un bivio: davanti parte la strada che, per il passo di Mitla, attraversa a metà tutta la penisola fino all’altra punta del Mar Rosso (Nuweiba); noi, come Israele, giriamo a destra per scendere lungo la sponda occidentale del Sinai. Questo bivio, al tempo di Mosè, era appena più sopra, e la Bibbia lo chiama ETAM.

La penisola sinaitica è un cuneo di circa 60 mila kmq, proiettato nel Mar Rosso tra il golfo di Suez ad ovest e quello di Aqaba a est. Al nord vi è un grande deserto calcareo piatto, dove lo Wadi El Arish (il biblico "torrente d'Egitto") fa da raccoglitore fino al mare Mediterraneo. Più sotto vi è l’altipiano di et-Tih, che raggiunge anche i mille metri, zona impervia. Da qui scendono verso occidente degli wadi che formano sorgenti e oasi (Ayoun Musa e Feiran..).. Il massiccio vero e proprio del Sinai sta al sud, con la cima più alta che è il Gebel Khatherina di m. 2602. Si passa quindi dal paesaggio di dune al nord, alle visioni “dolomitiche” del sud. Qui la roccia per lo più rossastra, di granito e porfido, è striata da diversi altri colori: ocra, bianco, nero, per la presenza di ferro, manganese, gesso e calcite.
Il Sinai può essere definito una “indecisione geologica”: quando l’Africa tentò di staccarsi dall’Asia si aprì una grande depressione - quella che parte dal lago di Tiberiade, scende al Mar Morto, l'Araba, Golfo di Aqaba, fino al Lago Vittoria in Africa. E' rimasto così come il corridoio di transito tra i due continenti, con una vocazione naturale al raccordo fisico di diverse civiltà. Al nord passa la Via Maris (o dei Filistei); a metà la grande "Via del pellegrinaggio” (cioè verso la Mecca); a sud la difficile via tra i monti, itinerario del primo Israele, e poi di migliaia di pellegrini cristiani già a partire dal 250. La zona, impervia, è sempre stata abitata da beduini. La flora: acacia e tamerice, e nelle oasi, palme. Zona di serpenti e vipere velenose.

Mara

La strada ora costeggia il mar Rosso, d’un azzurro inteso e a est, qui nel Sinai, da una piatta pianura appena ondulata da piccoli rilievi sabbiosi. E’ il deserto di Shur. Uno di questi rilievi - sulla destra, di fronte al mare, tra un gruppetto di palme da cui sbucano beduini e bambini in quantità - al ventesimo chilometro, è la piccola oasi di AYOUN MUSA. Vi sono due piccole sorgenti (purtroppo molto abbandonate), dalle quali a intermittenza si vede l’acqua pullulare a bollicine. Il nome di Mosè è tutto quello che è rimasto del suo antico passaggio, forse il suo primo accampamento. E’ qui che una tradizione identifica il posto della MARA biblica.
Il deserto è metafora della vita, dove i problemi e le difficoltà del popolo di Dio sono come emblematicamente cristallizzati in episodi-icone, nei quali si rispecchia ogni esperienza religiosa. La strada della libertà è "amara". Ma il Signore che conduce il suo popolo "è colui che guarisce". E' la sua Parola e l'obbedienza ad essa che salva il popolo. L'acqua salmastra è stata resa dolce da un legno, forse qualche arbusto disinfettante; i Padri della Chiesa hanno visto in quel legno salvifico il legno della croce.

Es 15,22-26:
Mosè fece levare l’accampamento di Israele dal Mare Rosso ed essi avanzarono verso il deserto di Sur. Camminarono tre giorni nel deserto e non trovarono acqua. Arrivarono a Mara, ma non potevano bere le acque di Mara, perché erano amare. Per questo erano state chiamate Mara.
Allora il popolo mormorò contro Mosè: «Che berremo?». Egli invocò il Signore, il quale gli indicò un legno. Lo gettò nell’acqua e l’acqua divenne dolce. In quel luogo il Signore impose al popolo una legge e un diritto; in quel luogo lo mise alla prova. Disse: «Se tu ascolterai la voce del Signore tuo Dio e farai ciò che è retto ai suoi occhi, se tu presterai orecchio ai suoi ordini e osserverai tutte le sue leggi, io non t’infliggerò nessuna delle infermità che ho inflitte agli Egiziani, perché io sono il Signore, colui che ti guarisce!».

La strada prosegue sulla costa: una volta completamente abbandonata, ora si punteggia di molti insediamenti balneari. Ad uno di questi ci si può fermare per il pranzo, e magari per assaggiare prima con un breve bagno l'acqua limpida del Mar Rosso. E' un paesaggio incantevole, silenzioso, sabbia già calda... Nel mare azzurro la linea delle navi che si infilano a Suez per entrare nel Canale.
Più sotto, al km 75, è Ain Hawara (forse è questo Mara? - almeno dal nome), altra sorgente una volta usata dai minatori egiziani che venivano alla ricerca del turchese e del rame. Appena più avanti si intravede sul mare uno sperone di roccia, chiamato Ghebel Hammam Faraoun (Montagna del bagno del faraone) da cui sgorgano sorgenti d’acqua calda dal forte odore di marcio (solforose). Forse è anche il ricordo di questo “marcio” che sta all’origine di "mara”.

Elim

"Poi arrivarono a Elim, dove sono dodici sorgenti di acqua e settanta palme. Qui si accamparono presso l’acqua" (15,27). Elim è allo sbocco di WADI GHARANDAL. La strada si è fatta tortuosa allorchè le pendici dell’altipiano Et-Tih scendono fino al mare. Ciuffi di palme spuntano qua e là e fanno pensare a sorgenti o forse meglio a pozzi, che i beduini tengono nascosti.
Quando la strada esce sul mare siamo ad Abù Zenina e Abu Rudeis, oggi insediamenti petroliferi con villaggi e un piccolo aeroporto. Si intravedono piccole pompe per il petrolio, qualche sfogo a fiamma e sul mare chiatte per l'estrazione.
Una strada sale all’interno per raggiungere le grandi miniere di manganese e turchese già periodicamente sfruttate dai faraoni. Qui, nascosto tra le alte montagne, c’era il grande tempio di SERABIT el-KHADIM ("le colonne dello schiavo"), dedicato alla “Signora del Turchese” (la dea Hathor, in forma di mucca). Vi sono resti di gallerie, stele del tempio, iscrizioni protosemite, quasi un inizio dell'alfabeto moderno, e un grande muraglione . . per non far fuggire gli schiavi impiegati ai lavori forzati. I semiti ebrei che fuggirono dall'Egitto presero questa strada forse perché qualcuno di loro la conosceva!
Alla fine dei villaggi si estende una striscia desertica lungo il mare. Poi la strada gira all’interno, incomincia a salire verso le montagne. Si entra nel deserto di SIN.

La manna e le quaglie

"Levarono l’accampamento da Elim e tutta la comunità degli Israeliti arrivò al deserto di Sin, che si trova tra Elim e il Sinai, il quindici del secondo mese, dopo la loro uscita dal paese d'Egitto” (16,1). In queste vallate che salgono tra colori di roccia favolose, cosparse ancor oggi da piccoli villaggi di beduini, si pone l’inizio del dono della manna.

"Gli Israeliti mangiarono la manna per quarant'anni, fino al loro arrivo in una terra abitata, mangiarono cioè la manna finché furono arrivati ai confini del paese di Canaan" (16,35). Gli studiosi ritengono che la manna sia una secrezione del tamarisco, di color biancastro, che ancor oggi i beduini usano come alimento di grande valore nutritivo; e la chiamano: "cibo del cielo". E' l'immagine-simbolo più classica del Dio che nutre il pellegrinare del suo popolo verso la terra promessa, quel pane vivo che con Gesù diventerà l'autentico cibo di immortalità per condurci al destino della patria celeste.

Es 16,2-8.13-15.31:
Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine».
Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che raccoglieranno ogni altro giorno».
Mosè e Aronne dissero a tutti gli Israeliti: «Questa sera saprete che il Signore vi ha fatti uscire dal paese d’Egitto; domani mattina vedrete la Gloria del Signore; poiché egli ha inteso le vostre mormorazioni contro di lui. Noi infatti che cosa siamo, perché mormoriate contro di noi? Non contro di noi vanno le vostre mormorazioni, ma contro il Signore».
Ora alla sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino vi era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Poi lo strato di rugiada svanì ed ecco sulla superficie del deserto vi era una cosa minuta e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «Man hu: che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «E‘ il pane che il Signore vi ha dato in cibo».
La casa d’Israele la chiamò manna. Era simile al seme del coriandolo e bianca; aveva il sapore di una focaccia con miele.

L’episodio di Elia (1Re 19,3-8) che attraversa il deserto verso il monte di Dio per quaranta giorni, sostenuto dal cibo dato dall’angelo, è evidente allusione ad un esodo personale che ogni uomo è chiamato a compiere per giungere all’incontro con Dio. Così Gesù che moltiplica i pani nel deserto è chiaro segno di compimento d’una premura divina per il suo popolo ormai incamminato verso destini ben più alti: “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno" (Gv 6,49-51).

Refidim

L’acqua nel deserto è vitale. Israele si stabilì dopo l’esperienza del Sinai per quarant’anni presso le sorgenti di Kadesh, dove l’acqua è abbondante. Qui morì Maria, sorella di Mosè. Il libro dei Numeri (20,1-13) attribuisce a Mosè l’origine di una di queste sorgenti. Pure altre sorgenti sono attribuite a Mosè: tra le rocce infuocate di Petra, dove morì Aronne; sotto il monte Nebo, dove morì Mosè, “nelle steppe di Moab”, prima che Israele attraversasse il Giordano.

Il libro dell’Esodo però colloca l’episodio di Massa e Meriba (l'acqua scaturita dalla roccia) ormai presso il massiccio dell’Oreb, dove ancora oggi vi è la lussureggiante oasi di FEIRAN. E' l’oasi più abbondante che si trova sul nostro percorso: palme rigogliose coprono ora poveri villaggi, circondati dall’alto da pareti scoscese di rossogranito. Vista dall’alto l’oasi sembra un mare che copre tutto il fondovalle dal colore verde intenso.

Es 17,1-7:
Tutta la comunità degli Israeliti levò l’accampamento dal deserto di Sin, secondo l’ordine che il Signore dava di tappa in tappa, e si accampò a Refidim. Ma non c’era acqua da bere per il popolo. Il popolo protestò contro Mosè: «Dateci acqua da bere!». Mosè disse loro: «Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?». In quel luogo dunque il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?».
Allora Mosè invocò l’aiuto del Signore, dicendo: «Che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani di Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e và! Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè così fece sotto gli occhi degli anziani d’Israele. Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».

Quando il cammino della libertà incontra la prova, sorge il dubbio, unito alla protesta e alla ribellione: "Il Signore è in mezzo a noi sì o no?". E' il tema dell'indurimento del cuore, della sfiducia nel Signore come propria guida sicura: "Non indurite il cuore, come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere" (Sal 95,8-9).

Oltre alla manna e all'acqua, Dio non ha abbandonato il suo popolo, per lui ha preparato anche un banchetto di carne nel deserto.
"Continuarono a peccare contro di lui, a ribellarsi all’Altissimo nel deserto. Nel loro cuore tentarono Dio, chiedendo cibo per le loro brame; mormorarono contro Dio dicendo: «Potrà forse Dio preparare una mensa nel deserto?». Ecco, egli percosse la rupe e ne scaturì acqua, e strariparono torrenti. «Potrà forse dare anche pane o preparare carne al suo popolo?».
Comandò alle nubi dall’alto e aprì le porte del cielo; fece piovere su di essi la manna per cibo e diede loro pane del cielo: l’uomo mangiò il pane degli angeli, diede loro cibo in abbondanza. Su di essi fece piovere la carne come polvere e gli uccelli come sabbia del mare; caddero in mezzo ai loro accampamenti, tutto intorno alle loro tende. Mangiarono e furono ben sazi, li soddisfece nel loro desiderio" (Sal 78,17-20.23-25.27-29).

Gli Amaleciti

Domina questa regione una montagna caratteristica, il Gebel Serbal (2052 mt): sembra il Resegone, come dita alzate verso il cielo in preghiera. La tradizione pone qui anche un assalto degli Amaleciti.

Es 17,8-13:
Allora Amalek venne a combattere contro Israele a Refidim. Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalek, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek. Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo.

E' un'altra immagine-simbolo, molto stilizzata, della potenza dispiegata da Dio per difendere il suo popolo. Nuovamente è in azione il bastone di Mosè; l'aveva già brandito con successo davanti al faraone e al mare dei giunchi; e anche le sue mani alzate in preghiera: "Invocava il Signore ed Egli rispondeva" (Sal 99,6).

L'oasi di Feiran merita una sosta. Vi è oggi, tra le povere case dei beduini semisedentari, un piccolo monastero di Suore Greche Ortodosse, ultima presenza cristiana rimasta d'un passato glorioso. Tutt'intorno ci sono ruderi di celle, di monasteri e di una basilica. Nel VI secolo era la sede di un Vescovado. Sulla cima del Jebel Tahune, ad ovest, ruderi di chiese bizantine ricordano la preghiera di Mosè. L'imperatore Giustiniano vi aveva trapiantato famiglie cristiane in aiuto al monastero di Santa Caterina. L'arrivo dell'Islam distrusse tutto.
Proprio presso queste Suore si può celebrare la Messa, la prima del deserto che rievoca la premura di Dio per il suo popolo. Le Suore sono gentili, ma recepiscono ancora a fatica un discorso ecumenico; hanno una graziosa cappella, ma vogliono che si celebri sotto un bersò di frasche, del resto ben curato.

Verso il Sinai

La strada ora si inerpica tra gole e montagne rocciose, sempre dai toni rossi, striati di nero manganese. Il vento vi ha lavorato dentro traendo pareti di merletto traforato. L’acqua è assicurata da pozzi ben protetti. L’ora del tramonto trasforma queste rocce in rosso fiamma, allungando verso est lunghe ombre evocatrici.
Quando le cime brillano ancora dell’ultima luce e, agli insediamenti dei beduini, subentrano case e villaggi di sedentari, si è giunti ormai al Sinai, nella piana di er-RAHA. Davanti appare imponente il RAS ES-SAFSAF, la caratteristica montagna a tre punte che la tradizione ha identificato come “il monte fumante”, ai piedi del quale tutto il popolo stava in paurosa contemplazione del “Dio tuonante”.
Appena a sinistra si apre la piccola valle in cui è collocato il Monastero di Santa Caterina. Nella piana ora sta un “villaggio” turistico con degli alberghi per passarvi la notte. La notte scende lentamente nel pieno silenzio misterioso di questa montagna che ti domina. Non puoi non sentirtene preso: una forza interiore ti spinge ad appartarti quasi a sentire l'eco di un avvenimento eccezionale qui accaduto tremila anni fa: l’evento della santa Alleanza tra Dio e il suo popolo. Le luci che, nel buio ormai fatto, si intravedano dal monastero ci richiamano il roveto ardente, dove Dio chiamò Mosè alla sua missione.

La santa montagna

Il fascino di questo viaggio sta proprio nell’inoltrarci entro questi luoghi sacri per poterne scandagliare tutti gli anfratti e per risentire ad ogni angolo la voce di Dio e il passo di Mosè, che scende e sale, in un dialogo drammatico col suo Dio.

Ore 2,30: levata nel cuore della notte. Ci si inoltra entro la valle del monastero. Suona alle tre la campanella del sacro convento a chiamare al coro i monaci. Le mura che ora costeggiamo ci sembrano fortezza inespugnabile. Il sentiero sale a zig-zag lungo la falda della Montagna di Mosè (2244 mt.). La notte è un incanto: con la luna, tutte le rocce sono lame d’argento; senza luna, è una impressionante cascata di stelle!

Tre ore di cammino silenzioso, non faticoso, ma paziente. Come Mosè ci si immerge nell’immenso, dove Dio parla ancora al cuore. L’ultimo tratto è costituito da 700 gradini (un canalone) per giungere alla cima. Nel raccoglimento si attende l’alba. Appena l’aurora arrossa l’orizzonte, d’improvviso balza la palla di fuoco che corre lungo l’arco del cielo. “Per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte” (Lc 1,78-79).

Sulla vetta, con una piccola chiesa e una casupola per moschea, vi è una grotta preziosa, luogo tradizionale della grande esperienza mistica di Mosè. “Fammi vedere il tuo volto!” (Es 33,18).

Es 33,12-23; 34,5-9:
Mosè disse al Signore: «Vedi, tu mi ordini: Fà salire questo popolo, ma non mi hai indicato chi manderai con me; eppure hai detto: Ti ho conosciuto per nome, anzi hai trovato grazia ai miei occhi. Ora, se davvero ho trovato grazia ai tuoi occhi, indicami la tua via, così che io ti conosca, e trovi grazia ai tuoi occhi; considera che questa gente è il tuo popolo».
Rispose: «Io camminerò con voi e ti darò riposo». Riprese: «Se tu non camminerai con noi, non farci salire di qui. Come si saprà dunque che ho trovato grazia ai tuoi occhi, io e il tuo popolo, se non nel fatto che tu cammini con noi? Così saremo distinti, io e il tuo popolo, da tutti i popoli che sono sulla terra».
Disse il Signore a Mosè: «Anche quanto hai detto io farò, perché hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome».
Gli disse: «Mostrami la tua Gloria!».
Rispose: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo». Aggiunse il Signore: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere».
Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione».
Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fà di noi la tua eredità».

Appena il sole ha dato colore ad ogni cosa, ci si trova immersi in uno spettacolo unico: il cielo azzurro cupo d'una profondità cristallina; sotto, le mille rocce rosse di porfido e granito, esaltate dal primo sole; attorno .. monti, e altri monti ancora, che l'azzurrino del mattino scandisce in sequenze sempre più sfumate. In questa immota ma vibrante cornice di solitudine maestosa si svolse la grande teofania del Dio che offrì l'Alleanza al suo popolo per tramite di Mosè. Dal testo biblico traspare la grande impressione suscitata nel popolo e in Mosè da questo terribile incontro dell'uomo con la Divinità.

La grande teofania

"Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me" (Es 19,4). Sembra di immaginarlo questo Dio, qui tra le rocce di porfido rosso, seduto in trono (".. perché mia è tutta la terra!", Es 19,5) ad attendere il suo popolo: come un'aquila l'ha attirato fin lassù, e ora è pronto per un confronto diretto, per un dialogo forte e grande.
Ha in mente una cosa importante, una proposta precisa: "Se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la PROPRIETA' tra tutti i popoli; voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa" (Es 19,5-6).
La descrizione che qui segue è l'enfatizzazione solennissima della Presenza (shekinàh) di Jahvè nel suo tempio: nella Liturgia delle feste suonavano le trombe, saliva la nube dell'incenso, il fuoco degli olocausti, a tutti erano richiesti riti di purificazione. Il Sinai come il monte Sion, "la santa dimora dell'Altissimo; Dio sta in essa: non potrà vacillare" (Sal 46,5-6).

Es 19,1-19:
Al terzo mese dall’uscita degli Israeliti dal paese di Egitto, levato l’accampamento da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte.
Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Queste parole dirai agli Israeliti».
Mosè andò, convocò gli anziani del popolo e riferì loro tutte queste parole, come gli aveva ordinato il Signore. Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!». Mosè tornò dal Signore e riferì le parole del popolo.
Il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube, perché il popolo senta quando io parlerò con te e credano sempre anche a te». - «Và dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti per il terzo giorno, perché nel terzo giorno il Signore scenderà sul monte Sinai alla vista di tutto il popolo. Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. Quando suonerà il corno, allora soltanto essi potranno salire sul monte».
Mosè scese dal monte verso il popolo; egli fece purificare il popolo ed essi lavarono le loro vesti. Poi disse al popolo: «Siate pronti in questi tre giorni: non unitevi a donna».
Appunto al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore.
Allora Mosè fece uscire il popolo dall’accampamento incontro a Dio. Essi stettero in piedi alle falde del monte.
Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono.

Le dieci parole

E siamo al "Decalogo", i "Dieci Comandamenti", scritti su due tavole perché ogni patto si fa in duplice copia.

Es 20,1-17:
Dio allora pronunciò tutte queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me.
Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi.
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.
Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dá il Signore, tuo Dio.
Non uccidere.
Non commettere adulterio.
Non rubare.
Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».

"Mosè ritornò e scese dalla montagna con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall'altra. Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole" (Es 32,15-16)
.

I Comandamenti sono l'istruzione che Dio Padre dà al suo figlio perché cresca nella vita: rappresentano come gli argini minimi, oltre i quali l'uomo rovina se stesso e gli altri. Potremmo chiamarli una serie di opzioni morali di fondo che esprimono il cuore essenziale della Alleanza con Dio. Liberato dall'esterno (dalla schiavitù dell'Egitto), ora il popolo di Dio deve trovare libertà interiore: dalla schiavitù degli idoli, dalla sopraffazione e violenza, dalla cupidigia.
Il principio unificatore sta all'inizio: "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto"; il Decalogo rappresenta l'esigenza divina da custodire se si vuol mantenere la libertà donata. "Il Signore ci ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi, temendo il Signore nostro Dio così da essere sempre felici ed essere conservati in vita, come appunto siamo oggi" (Dt 6,24).

Il sangue dell'Alleanza

Proclamato il contenuto del patto tra Dio e il suo popolo - "Voi sarete per me la proprietà" e "le Dieci Parole" -ora si passa alla ratifica ufficiale, con tre elementi precisi. Anzitutto il "sì" dell'assemblea (24,3.7); quindi il sacrificio col sangue asperso; e alla fine il banchetto sacro di comunione.

Es 24,3-11:
Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi li eseguiremo!».
Mosè scrisse tutte le parole del Signore, poi si alzò di buon mattino e costruì un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore.
Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare.
Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo!».
Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».
Poi Mosè salì con Aronne, Nadab, Abiu e i settanta anziani di Israele. Essi videro il Dio d’Israele: sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffiro, simile in purezza al cielo stesso. Contro i privilegiati degli Israeliti non stese la mano: essi videro Dio e tuttavia mangiarono e bevvero.
Il sangue asperso è simbolo di parentela: il sangue è asperso sull'altare e sul popolo a significare unione tra Dio e popolo. Il sangue è la vita; si tratta quindi di una unione vitale, una comunione parentale. Non 'biologica', ma fondata sulla Parola ascoltata e accolta: "Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole" (8). L'obbedienza alla Parola è condizione per appartenere alla famiglia di Dio: cf. Lc 8,19-21.
Il banchetto sacro è segno di comunione con Dio e garanzia della sua protezione. Mosè e gli anziani mangiano e bevono sul monte alla presenza di Dio. L’alleanza qui è presentata come una relazione tra il padrone di casa e gli amici che egli invita e ammette a mangiare alla sua presenza. "Questi privilegiati degli Israeliti .. videro Dio e tuttavia mangiarono e bevvero" (11): dice la sorpresa di aver scoperto un Dio amico, familiare ..!

Dove salirono gli anziani, con Aronne, e fecero banchetto, è la cosiddetta “piana di Aronne”. E' appena giù dal grande canalone, segnata da antichi cipressi, da una "sorgente di Mosè" coperta da un pozzo, e da una cappella che ricorda Elia. Qui è il posto ideale, un po' discosto dal sentiero, per fermarsi a celebrare la Messa. E’ un luogo suggestivo: tra pareti di roccia si rinnova oggi quel banchetto dell’Alleanza che proprio qui Dio incominciò a far celebrare al suo popolo. Si può usare il formulario della terza messa: Alla ricerca del volto di Dio (vedi pag. 117).

Questo stesso luogo è chiamato anche “piana di Elia”. E’ qui che Elia, siamo nel IX secolo al tempo del re Achab e della regina Gezabele, giunse sfinito alla ricerca del volto di Dio. Era dovuto fuggire per la persecuzione. Lungo la strada del deserto si era fermato scoraggiato ...

1Re 19,3-15:
Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo. Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: «Alzati e mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.
Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: «Che fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero.
Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco...».

I quaranta giorni di Mosè sul monte

"Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti senza mangiare pane e senza bere acqua" (Es 34,28).
Ritorniamo a Mosè, che dopo aver sancito il rito dell'Alleanza, si ritirò sul monte solo, con Dio, nell'intimità di una esperienza che sfocerà nel grido: Fammi vedere il tuo volto! (cf. pp. 33-34). Come avverrà per i quarant'anni di Israele nel deserto e, più tardi, per i quaranta giorni del nuovo Israele che è Gesù, questo ritiro di Mosè è per porsi davanti a Dio e scoprire più profondamente la sua chiamata, la sua missione, e scegliere nella prova, il rischio dell'abbandono totale nelle mani di Dio. Proprio qui dirà: Solo se tu verrai con me, io proseguirò il mio cammino di guida di questo popolo!
Non era facile guidare un popolo "dalla testa dura"; spesso nel deserto Mosè ne sentirà il peso, lamentandosi con Jahvè: «Perché hai trattato così male il tuo servo? Perché non ho trovato grazia ai tuoi occhi, tanto che tu mi hai messo addosso il carico di tutto questo popolo? L’ho forse concepito io tutto questo popolo? O l’ho forse messo al mondo io perché tu mi dica: Pòrtatelo in grembo, come la balia porta il bambino lattante, fino al paese che tu hai promesso con giuramento ai suoi padri? Io non posso da solo portare il peso di tutto questo popolo; è un peso troppo grave per me. Se mi devi trattare così, fammi morire piuttosto, fammi morire, se ho trovato grazia ai tuoi occhi; io non veda più la mia sventura!» (Nm 11,11-15). Sembra la eco delle parole di Gesù al Getsemani: Padre, allontana da me questo calice..!

Il vitello d'oro

E mentre Mosè pregava..

Es 32,1-6:
Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, si affollò intorno ad Aronne e gli disse: «Facci un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto». Aronne rispose loro: «Togliete i pendenti d’oro che hanno agli orecchi le vostre mogli e le vostre figlie e portateli a me». Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: «Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!». Ciò vedendo, Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: «Domani sarà festa in onore del Signore». Il giorno dopo si alzarono presto, offrirono olocausti e presentarono sacrifici di comunione. Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per darsi al divertimento.
Va detto subito che la tentazione di volgersi agli idoli, più facili, più accessibili, più manipolabili rispetto al Dio trascendente, personale e .. sempre libero e sorprendente, è realtà ricorrente in Israele (.. e non solo!). Anche dopo Salomone, il re Geroboamo I "preparò due vitelli d'oro e disse al popolo: «Siete andati troppo a Gerusalemme! Ecco, Israele, il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto». Ne collocò uno a Betel e l'altro lo pose in Dan" (1Re 12,28-29). E' la tentazione comune ad ogni religiosità che non fa riferimento al Dio personale e alla sua Parola: o si isterilisce in pratiche esteriori, in tradizioni e abitudini, feticizzando riti; o scade in devozioni, superstizioni e magia.

Mosè reagisce con una violenza che sorprende: ha colto che quello è il 'cancro' della vera fede.

Es 32,15-20.25-26:
Mosè ritornò e scese dalla montagna con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra. Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole.
Giosuè sentì il rumore del popolo che urlava e disse a Mosè: «C’è rumore di battaglia nell’accampamento». Ma rispose Mosè: «Non è il grido di chi canta: Vittoria! Non è il grido di chi canta: Disfatta! Il grido di chi canta a due cori io sento».
Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora si accese l’ira di Mosè: egli scagliò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi della montagna. Poi afferrò il vitello che quelli avevano fatto, lo bruciò nel fuoco, lo frantumò fino a ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell’acqua e la fece trangugiare agli Israeliti.
Mosè vide che il popolo non aveva più freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni freno, così da farne il ludibrio dei loro avversari. Mosè si pose alla porta dell’accampamento e disse: «Chi sta con il Signore, venga da me!».

Quanto è opportuno che l'uomo di Dio sia forte e deciso quando c'è di mezzo l'autentica fede e il rapporto vero con Dio! Ma non è 'popolare'..! "Mosè era molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra" (Nm 12,3): chissà cosa deve essergli costato quel gesto di forza!

Mosè intercessore per il suo popolo

Mosè sente il peso del suo servizio, ma sta sempre dalla parte del suo popolo; è la grande figura dell'intercessore.

Es 32,30-32.9-14:
Il giorno dopo Mosè disse al popolo: «Voi avete commesso un grande peccato; ora salirò verso il Signore: forse otterrò il perdono della vostra colpa». Mosè ritornò dal Signore e disse: «Questo popolo ha commesso un grande peccato: si sono fatti un dio d’oro. Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato... E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!».
Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione».
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande forza e con mano potente? Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre». Il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo.

Ecco la grande scelta che qualifica Mosè: "Perdona, se no CANCELLAMI DAL TUO LIBRO". Mosè era stato quaranta giorni e quaranta notti in intimità con Dio; era ormai al vertice della sua esperienza mistica (cf. Nm 12,8: "Bocca a bocca parlo con lui.. - dice il Signore - ed egli guarda l'immagine del Signore" ). Ma è pronto a perdere tutto - cancellami dalla tua amicizia! - se Jahvè non perdonerà al suo popolo.

"Poi il Signore disse a Mosè: «Taglia due tavole di pietra come le prime. Io scriverò su queste tavole le parole che erano sulle tavole di prima, che hai spezzate». Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano" (Es 34,1.4).

Il volto radioso

L'incontro con Dio trasfigura Mosè. San Paolo lo dirà riguardo ad ogni cristiano: chiamato anche lui a viso scoperto a rispecchiare la gloria di Dio, a venir trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, come si addice al Signore che è Spirito (cf. 2Cor 3,13-18).

Es 34,29-35:
Quando Mosè scese dal monte Sinai - le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte - non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui. Ma Aronne e tutti gli Israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui. Mosè allora li chiamò e Aronne, con tutti i capi della comunità, andò da lui. Mosè parlò a loro. Si avvicinarono dopo di loro tutti gli Israeliti ed egli ingiunse loro ciò che il Signore gli aveva ordinato sul monte Sinai. Quando Mosè ebbe finito di parlare a loro, si pose un velo sul viso. Quando entrava davanti al Signore per parlare con lui, Mosè si toglieva il velo, fin quando fosse uscito. Una volta uscito, riferiva agli Israeliti ciò che gli era stato ordinato. Gli Israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. Poi egli si rimetteva il velo sul viso, fin quando fosse di nuovo entrato a parlare con lui.

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