Vademecum per il pellegrinaggio al Sinai secondo capitolo


IL MONASTERO
DI SANTA CATERINA



Dietro la grande avventura di Mosè, ci siamo persi anche noi sulla santa montagna. Eravamo rimasti alla messa celebrata nella piana di Elia, a quota duemila metri. Da qui si prende un'altro sentiero per scendere: è una lunga "scalinata" di 3700 gradini che scende tra le rocce fin sopra il monastero di Santa Caterina.

Non bisogna spaventarsi, né rinunciarvi perché troppo bello e suggestivo è il paesaggio che si gode; ci vuole solo molta prudenza e.. tanta pazienza. Si passa la porta di santo Stefano, dove questo pio monaco non lasciava salire nessuno verso la Santa Montagna prima che lui non l'avesse potuto confessare...! Scendendo cresce sempre più la vista del monastero, come una fortezza posta al centro della vallata.

Pur arrivando stanchi e sfiniti per la fatica, è necessario non scoraggiarsi: per le ore 9,30 (se tutto va bene e i monaci non celebrano qualche loro festività speciale...!) il monastero apre per la visita dei turisti. Si entra per la porta stretta, si visita il luogo tradizionale del "roveto ardente" dietro l'abside della basilica, quindi si visita la chiesa: nell'atrio vi sono molte bellissime icone. L'interno della basilica è meraviglioso, dai colori vivi, tendenti all'azzurro celestiale ...!

Ma vediamo un po' di storia. Durante la persecuzione di Decio (250 circa) molti cristiani si ritirarono in questo deserto per vivere una vita anacoreta, attorno ad una cappella dedicata alla Vergine "Theotokos" che ricordava il "roveto ardente" (opera sembra di sant'Elena nel 330) con a fianco una torre di difesa. E' la pellegrina Eteria (385) a testimoniare la presenza di un "pozzo di Mosè" e una chiesa sulla montagna a ricordo di Elia. Persecuzioni e martiri non mancarono, già dall'epoca di Diocleziano (305), e poi da parte dei beduini nel 370 e nel 400. Sono ricordati nella Chiesa Ortodossa come i "santi 40 martiri del Sinai". Anche sant'Efrem, nel 373, parla di una chiesetta al Sinai e di un vasto movimento di anacoreti e monasteri, movimento che ha la sua massima espansione tra il IV e il VII secolo
E' Giustiniano, nel 527, che fa costruire il monastero-fortezza. Costruzione rimasta tale e quale fino ad oggi. L'antica chiesetta del roveto divenne il "tabernacolo" d'una nuova sontuosa basilica dedicata alla Trasfigurazione, il cui mosaico risplende ancora nel catino dell'abside.
L'adornano splendide icone d'epoche diverse, dodici colonne dipinte di verde con santi e reliquie; a fianco della iconostasi v'è la tomba bianca di santa Caterina d'Alessandria martire del IV sec. L'interno del monastero è un confuso insieme di verande, ballatoi, porticati, scale, costruzioni grandi e piccole, celle di monaci, stanze per ospiti, biblioteca, campanile e anche una moschea con minareto.

Vi abitano circa 20 monaci, il superiore ha il titolo di arcivescovo, legati alla tradizione ortodossa soprattutto greca, con una forte caratterizzazione di spiritualità propria. Si pensi ai grandi santi sinaitici e ai loro scritti: san Giovanni Climaco (sec. VII) con la sua Scala del Paradiso, e san Gregorio Sinaita i cui testi sono raccolti nella Filocalia.
La lunga ininterrotta storia del monastero è segnata da problemi non facili di convivenza anche col mondo arabo-musulmano circostante: la carità dei monaci fu baluardo di difesa sempre e per chiunque. Fu luogo per secoli di ritrovo "ecumenico" (siriani, georgiani, latini, arabi...); si staccò definitivamente da Roma (e rimase ortodosso) nel 1439. La vita dei monaci inizia alle tre di notte: otto ore di preghiera, otto di lavoro, otto di riposo; con molte "quaresime" durante l'anno. Sono ospitali, ma ai latini non è ancora possibile celebrare.

La raccolta di icone qui è ricchissima (più di 2000) e risale a prima del VII secolo, salvate anche dal furore iconoclasta. Capolavoro naturalmente è il mosaico dell'abside con la Trasfigurazione (570). Una famosa biblioteca conserva antichissimi testi. Qui nel 1839 Tischendorf trovò un Codice biblico del IV sec., ora finito al British Museum. Caratteristico il cimitero, nella cui cappella sono ammucchiate (divise per cranio, gambe, ...) le ossa dei monaci di questi secoli. Vi riposa anche quell'eremita santo Stefano (morto nel 580) che fu confessore sulla santa montagna per quarant'anni.

In questo santuario antico viene rievocato il mistero della Trasfigurazione. Lo squarciarsi del cielo sul Tabor davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni è un anello di quel manifestarsi di Dio all'uomo che proprio qui al Sinai ha visto il suo inizio. Per questo Mosè ed Elia furono presenti in quella Trasfigurazione di Gesù: per richiamare questi eventi del Sinai e per sottolineare la continuità di bisogno e di nostalgia dell'esperienza di Dio che c'è in ogni anima credente.
Come per Mosè ed Elia quell'esperienza del divino avvenne in un momento di sconforto e di prova, così per gli Apostoli la Trasfigurazione avvenne dopo il primo annuncio della passione: la prima delusione di fronte ad un Messia-Servo di Jahvè.
Nel difficile tragitto di deserto della nostra vita ... quanto abbiamo bisogno anche noi di questi squarci di cielo per trovare il coraggio di giungere senza venir meno a quella terra promessa che il Signore ci ha preparato!

Mt 17,1-8:
Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete». Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.

Si riparte

Dio guiderà il suo popolo abitando la tenda a Lui riservata nell'accampamento, nella quale ormai Mosè entrerà per un incontro "faccia a faccia col Signore come un uomo parla con un altro".

Es 33,1-3.7-11:
Il Signore parlò a Mosè: «Su, esci di qui tu e il popolo che hai fatto uscire dal paese d’Egitto, verso la terra che ho promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, dicendo: Alla tua discendenza la darò. Manderò davanti a te un angelo e scaccerò il Cananeo, l’Amorreo, l’Hittita, il Perizzita, l’Eveo e il Gebuseo. Và pure verso la terra dove scorre latte e miele...».
Mosè a ogni tappa prendeva la tenda e la piantava fuori dell’accampamento, ad una certa distanza dall’accampamento, e l’aveva chiamata tenda del convegno; appunto a questa tenda del convegno, posta fuori dell’accampamento, si recava chiunque volesse consultare il Signore.
Quando Mosè usciva per recarsi alla tenda, tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all’ingresso della sua tenda: guardavano passare Mosè, finché fosse entrato nella tenda. Quando Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di nube e restava all’ingresso della tenda. Allora il Signore parlava con Mosè. Tutto il popolo vedeva la colonna di nube, che stava all’ingresso della tenda e tutti si alzavano e si prostravano ciascuno all’ingresso della propria tenda. Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro. Poi questi tornava nell’accampamento, mentre il suo inserviente, il giovane Giosuè figlio di Nun, non si allontanava dall’interno della tenda.

Nella tenda vi era l'Arca dell'Alleanza in cui erano conservate le Tavole della Legge.
Ad ogni tappa Aronne pronunciava la benedizione: “Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6,24-26).
Ripartiamo anche noi dal Sinai verso est, scendendo dapprima stretti canaloni e poi vallate più ampie. Sono wadi di transito obbligato e zone battute da piste carovaniere. Si trovano luoghi di sosta con iscrizioni attorno a qualche pozzo, coagulo di vita beduina. Il nastro d'asfalto recente attraversa paesaggi incantati di bianca sabbia, di roccia traforata, di picchi fantasiosi che muovono il deserto in un fantasmagorico scenario di strani castelli e labirinti...! Ogni tanto qualche posto di blocco militare (Caschi Blu dell'ONU) segnala che siamo in zona conquistata nel 1967 da Israele e poi passata all'Egitto.

Da qui l'itinerario dell'antico Israele si perde nel deserto. E' il libro dei NUMERI che si incarica di raccogliere e unificare alcune tradizioni confuse e che si sovrappongono. I punti sicuri sono questi: un passaggio, forse duplice, da Ezion Gheber, l'attuale zona di Eilat. La lunga permanenza a KADESH BARNEA, forse quasi tutti i "40 anni", dove vi sono ricche sorgenti, luogo di transito di tutte le carovane che vengono dal nord (Canaan) e da est (l'Araba) dirette in Egitto e viceversa. In questo deserto di PARAN vi è il monte SEIR, che nella Bibbia è ricordato come luogo di particolare esperienza di Jahvè. Nella zona vi è quell' "Har Karkom" luogo antico di culto nel terzo millennio, che una ipotesi di Anati vuol identificare col vero Sinai.

Per questa lunga permanenza le varie tradizioni (o forse 'esodi') dei diversi gruppi d'Israeliti qui si sono unificate, catalizzate dalla personalità di Mosè, e raccolte da Giosuè che li fece patrimonio della tribù di Efraim. Poi dal nord, dalla tribù di Efraim, Davide e Salomone (la scuola "Jahvista") le hanno prese unendole con le tradizioni delle tribù del sud: Giuda e i Keniti, le quali forse non si erano mai mosse da Canaan.

In questo quadro sono rimasti vaganti alcuni episodi, difficili da collocare geograficamente, e, forse anche, non attribuibili al medesimo gruppo di Mosè. Noi seguiamo il racconto biblico che, organizzandoli in un unico schema cronologico, ha un suo intento didattico, scevro da ogni interesse storico diretto.
E' in particolare il libro dei NUMERI che fa questa "storia", dal Sinai al Giordano. L'ultimo redattore, "il Sacerdotale", di epoca postesilica, ne ha parlato come di una grande processione solenne di liberazione, guidata da Dio presente nel segno visibile dell'Arca. L'accento è posto sulla magnanimità di Jahvè che nonostante le resistenze, i pentimenti, le mormorazioni e le ribellioni di Israele, ormai guida il suo popolo verso la terra promessa, vincendo nemici, benedicendo i suoi e .. scoraggiando ogni tentativo di bloccare il cammino trionfale di Israele.

Nm 10,11-13.33-36:
Il secondo anno, il secondo mese, il venti del mese, la nube si alzò sopra la Dimora della testimonianza. Gli Israeliti partirono dal deserto del Sinai secondo il loro ordine di marcia; la nube si fermò nel deserto di Paran. Così si misero in cammino la prima volta, secondo l’ordine del Signore, dato per mezzo di Mosè.
Così partirono dal monte del Signore e fecero tre giornate di cammino; l’arca dell’alleanza del Signore li precedeva durante le tre giornate di cammino, per cercare loro un luogo di sosta. La nube del Signore era sopra di loro durante il giorno da quando erano partiti.
Quando l’arca partiva, Mosè diceva: «Sorgi, Signore, e siano dispersi i tuoi nemici e fuggano da te coloro che ti odiano». Quando si posava, diceva: «Torna, Signore, alle miriadi di migliaia di Israele».
Gli episodi, qui come nell'Esodo, divengono simbolo, occasione cioè di prova per il popolo, di sollecitazione da parte di Dio ad avere più confidenza, ma anche momento di mormorazione, di castigo, di perdono da parte di Dio; e... anche di selezione..! Spesso sono gli stessi episodi, ripresi con una più marcata attenzione pedagogica.

Nm 11,1-3:
Ora il popolo cominciò a lamentarsi malamente agli orecchi del Signore. Li udì il Signore e il suo sdegno si accese e il fuoco del Signore divampò in mezzo a loro e divorò l’estremità dell’accampamento. Il popolo gridò a Mosè; Mosè pregò il Signore e il fuoco si spense. Quel luogo fu chiamato Tabera, perché il fuoco del Signore era divampato in mezzo a loro.

Le quaglie

Caratteristico è questo brano che accomuna tutti gli ingredienti: una urgenza di fame, la mormorazione, lo sgomento e la stanchezza di Mosè, l'intervento di Dio marcatamente spazientito con questo suo popolo tanto poco fiducioso ...!

Nm 11,4-6.10-11. 13-14.16-20.31-32:
La gente raccogliticcia, che era tra il popolo, fu presa da bramosia; anche gli Israeliti ripresero a lamentarsi e a dire: «Chi ci potrà dare carne da mangiare? Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cocomeri, dei meloni, dei porri, delle cipolle e dell’aglio. Ora la nostra vita inaridisce; non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna».
Mosè udì il popolo che si lamentava in tutte le famiglie, ognuno all’ingresso della propria tenda; lo sdegno del Signore divampò e la cosa dispiacque anche a Mosè. Mosè disse al Signore: «Perché hai trattato così male il tuo servo? Perché non ho trovato grazia ai tuoi occhi, tanto che tu mi hai messo addosso il carico di tutto questo popolo? Da dove prenderei la carne da dare a tutto questo popolo? Perché si lamenta dietro a me, dicendo: Dacci da mangiare carne! Io non posso da solo portare il peso di tutto questo popolo; è un peso troppo grave per me. Se mi devi trattare così, fammi morire piuttosto, fammi morire, se ho trovato grazia ai tuoi occhi; io non veda più la mia sventura!».
Il Signore disse a Mosè: «Radunami settanta uomini tra gli anziani d’Israele, conosciuti da te come anziani del popolo e come loro scribi; conducili alla tenda del convegno; vi si presentino con te. Io scenderò e parlerò in quel luogo con te; prenderò lo spirito che è su di te per metterlo su di loro, perché portino con te il carico del popolo e tu non lo porti più da solo.
Dirai al popolo: Santificatevi per domani e mangerete carne, perché avete pianto agli orecchi del Signore, dicendo: Chi ci farà mangiare carne? Stavamo così bene in Egitto! Ebbene il Signore vi darà carne e voi ne mangerete. Ne mangerete non per un giorno, non per due giorni, non per cinque giorni, non per dieci giorni, non per venti giorni, ma per un mese intero, finché vi esca dalle narici e vi venga a noia, perché avete respinto il Signore che è in mezzo a voi e avete pianto davanti a lui, dicendo: Perché siamo usciti dall’Egitto?».
Intanto si era alzato un vento, per ordine del Signore, e portò quaglie dalla parte del mare e le fece cadere presso l’accampamento sulla distesa di circa una giornata di cammino da un lato e una giornata di cammino dall’altro, intorno all’accampamento e a un’altezza di circa due cubiti sulla superficie del suolo. Il popolo si alzò e tutto quel giorno e tutta la notte e tutto il giorno dopo raccolse le quaglie. Chi ne raccolse meno ne ebbe dieci homer; le distesero intorno all’accampamento.

"Fossero tutti profeti...!"

Nm 11,24-29:
Poi Mosè radunò settanta uomini tra gli anziani del popolo e li pose intorno alla tenda del convegno. Allora il Signore scese nella nube e gli parlò: prese lo spirito che era su di lui e lo infuse sui settanta anziani: quando lo spirito si fu posato su di essi, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito. Intanto, due uomini, uno chiamato Eldad e l’altro Medad, erano rimasti nell’accampamento e lo spirito si posò su di essi; erano fra gli iscritti ma non erano usciti per andare alla tenda; si misero a profetizzare nell’accampamento. Un giovane corse a riferire la cosa a Mosè e disse: «Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento». Allora Giosuè, figlio di Nun, che dalla sua giovinezza era al servizio di Mosè, disse: «Mosè, signor mio, impediscili!». Ma Mosè gli rispose: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!».

Contestazione e selezione

Se il deserto è luogo della premura di Dio per il suo popolo, è anche di tempo di mormorazione, ribellione, castigo e selezione. Un giorno a Tabera, divampò un incendio, “perché il popolo cominciò a lamentarsi malamente agli occhi del Signore” (Nm 11,1). Per la ribellione di Core e dei Keniti, addirittura “la terra spalancò la bocca e li inghiottì insieme con le loro famiglie” (Nm 16,32). Altra volta tutto il popolo si ribella; - “Li distruggerò in un solo istante”; Mosè intercede, compie riti di purificazione, tuttavia una epidemia fa strage nell'accampamento, e “il numero delle vittime del flagello fu di quattordicimilasettecento, senza contare i sostenitori di Core morti prima” (Nm 17,14). Ancora: “Israele si stabilì a Sittim e il popolo cominciò a trescare con le figlie di Moab. Esse invitarono il popolo ai sacrifici offerti ai loro dèi; il popolo mangiò e si prostrò davanti ai loro dèi" (Nm 25,1-2). Anche qui ci furono dure reazioni ed eccidi.

Quel che il Signore esige è la FIDUCIA. Alle invocazioni, alle “mormorazioni”, il Signore risponde sempre con l’aiuto, ma si irrita quando Israele dubita della sua provvidenza. Singolare è l’annotazione di un Dio “seccato”. Seguiamo con attenzione l'episodio tipico del tentativo di salire da Kadesh direttamente alla Terra promessa.

Nm 13,1-2.23-28; 14,1-4.11-23:
Il Signore disse a Mosè: «Manda uomini a esplorare il paese di Canaan che sto per dare agli Israeliti. Mandate un uomo per ogni tribù dei loro padri; siano tutti dei loro capi».
Giunsero fino alla valle di Escol, dove tagliarono un tralcio con un grappolo d’uva, che portarono in due con una stanga, e presero anche melagrane e fichi. Quel luogo fu chiamato valle di Escol a causa del grappolo d’uva che gli Israeliti vi tagliarono.
Alla fine di quaranta giorni tornarono dall’esplorazione del paese e andarono a trovare Mosè e Aronne e tutta la comunità degli Israeliti nel deserto di Paran, a Kades; riferirono ogni cosa a loro e a tutta la comunità e mostrarono loro i frutti del paese. Raccontarono: «Noi siamo arrivati nel paese dove tu ci avevi mandato ed è davvero un paese dove scorre latte e miele; ecco i suoi frutti. Ma il popolo che abita il paese è potente, le città sono fortificate e immense e vi abbiamo anche visto i figli di Anak.
Allora tutta la comunità alzò la voce e diede in alte grida; il popolo pianse tutta quella notte. Tutti gli Israeliti mormoravano contro Mosè e contro Aronne e tutta la comunità disse loro: «Oh! fossimo morti nel paese d’Egitto o fossimo morti in questo deserto! E perché il Signore ci conduce in quel paese per cadere di spada? Le nostre mogli e i nostri bambini saranno preda. Non sarebbe meglio per noi tornare in Egitto?». Si dissero l’un l’altro: «Diamoci un capo e torniamo in Egitto».
Il Signore disse a Mosè: «Fino a quando mi disprezzerà questo popolo? E fino a quando non avranno fede in me, dopo tutti i miracoli che ho fatti in mezzo a loro? Io lo colpirò con la peste e lo distruggerò, ma farò di te una nazione più grande e più potente di esso».
Mosè disse al Signore: «Ma gli Egiziani hanno saputo che tu hai fatto uscire questo popolo con la tua potenza e lo hanno detto agli abitanti di questo paese. Essi hanno udito che tu, Signore, sei in mezzo a questo popolo, e ti mostri loro faccia a faccia, che la tua nube si ferma sopra di loro e che cammini davanti a loro di giorno in una colonna di nube e di notte in una colonna di fuoco. Ora se fai perire questo popolo come un solo uomo, le nazioni che hanno udito la tua fama, diranno: Siccome il Signore non è stato in grado di far entrare questo popolo nel paese che aveva giurato di dargli, li ha ammazzati nel deserto. Ora si mostri grande la potenza del mio Signore, perché tu hai detto: Il Signore è lento all’ira e grande in bontà, perdona la colpa e la ribellione, ma non lascia senza punizione; castiga la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione. Perdona l’iniquità di questo popolo, secondo la grandezza della tua bontà, così come hai perdonato a questo popolo dall’Egitto fin qui».
Il Signore disse: «Io perdono come tu hai chiesto; ma, per la mia vita, com’è vero che tutta la terra sarà piena della gloria del Signore, tutti quegli uomini che hanno visto la mia gloria e i prodigi compiuti da me in Egitto e nel deserto e tuttavia mi hanno messo alla prova già dieci volte e non hanno obbedito alla mia voce, certo non vedranno il paese che ho giurato di dare ai loro padri. Nessuno di quelli che mi hanno disprezzato lo vedrà».

Alla fine, Dio prende una decisione - incomprensibile per noi -: l'esclusione dalla terra promessa non solo di quella generazione ma anche di Mosè ed Aronne.
Forse un giorno Mosè stesso, stanco, avrà dubitato di Dio; oppure si inorgoglì di poter fare da sé: “Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: Poiché non avete avuto fiducia in me per dar gloria al mio santo nome agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete questa comunità nel paese che io le dò" (Nm 20,12). Mestiere difficile e pericoloso è quello di fare il profeta di un Dio così esigente ...!

E’ il Salmo 77 (78) che ci fa leggere l’esperienza del deserto vista dal cuore deluso di Dio:

Dimenticarono le sue opere,
le meraviglie che aveva loro mostrato.
Aveva fatto prodigi davanti ai loro padri,
nel paese d’Egitto, nei campi di Tanis.
Divise il mare e li fece passare
e fermò le acque come un argine.
Li guidò con una nube di giorno
e tutta la notte con un bagliore di fuoco.
Spaccò le rocce nel deserto
e diede loro da bere come dal grande abisso.
Fece sgorgare ruscelli dalla rupe
e scorrere l’acqua a torrenti.
Eppure continuarono a peccare contro di lui,
a ribellarsi all’Altissimo nel deserto.
Nel loro cuore tentarono Dio,
chiedendo cibo per le loro brame;
mormorarono contro Dio
dicendo: «Potrà forse Dio
preparare una mensa nel deserto?».
Ecco, egli percosse la rupe e ne scaturì acqua,
e strariparono torrenti.
«Potrà forse dare anche pane
o preparare carne al suo popolo?».
All’udirli il Signore ne fu adirato;
un fuoco divampò contro Giacobbe
e l’ira esplose contro Israele,
perché non ebbero fede in Dio
né speranza nella sua salvezza.
Comandò alle nubi dall’alto
e aprì le porte del cielo;
fece piovere su di essi la manna per cibo
e diede loro pane del cielo:
l’uomo mangiò il pane degli angeli,
diede loro cibo in abbondanza.
Scatenò nel cielo il vento d’oriente,
fece spirare l’australe con potenza;
su di essi fece piovere la carne come polvere
e gli uccelli come sabbia del mare;
caddero in mezzo ai loro accampamenti,
tutto intorno alle loro tende.
Mangiarono e furono ben sazi,
li soddisfece nel loro desiderio.
Con tutto questo continuarono a peccare
e non credettero ai suoi prodigi.
Allora dissipò come un soffio i loro giorni
e i loro anni con strage repentina.
Quando li faceva perire, lo cercavano,
ritornavano e ancora si volgevano a Dio;
ricordavano che Dio è loro rupe,
e Dio, l’Altissimo, il loro salvatore;
lo lusingavano con la bocca
e gli mentivano con la lingua;
il loro cuore non era sincero con lui
e non erano fedeli alla sua alleanza.
Ed egli, pietoso, perdonava la colpa,
li perdonava invece di distruggerli.
Molte volte placò la sua ira
e trattenne il suo furore,
ricordando che essi sono carne,
un soffio che va e non ritorna.
Quante volte si ribellarono a lui nel deserto,
lo contristarono in quelle solitudini!

Le acque del Litigio (Meriba)

A Kadesh vi è abbondanza d'acqua, è l'oasi più grande di tutto il Negheb. Il libro dei Numeri riprende l'episodio dell'acqua di Massa e Meriba (Es 17), quasi a voler attribuire a Mosè il merito di tanta abbondanza d'acqua; tuttavia insinua che Mosè lo fece come atto di orgoglio di fronte al popolo e a Dio. Per questo il Signore lo punì, non facendolo entrare nella terra promessa.

Nm 20,1-13:
Ora tutta la comunità degli Israeliti arrivò al deserto di Sin il primo mese e il popolo si fermò a Kades. Qui morì e fu sepolta Maria.
Mancava l’acqua per la comunità: ci fu un assembramento contro Mosè e contro Aronne. Il popolo ebbe una lite con Mosè, dicendo: «Magari fossimo morti quando morirono i nostri fratelli davanti al Signore! Perché avete condotto la comunità del Signore in questo deserto per far morire noi e il nostro bestiame? E perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni e non c’è acqua da bere».
Allora Mosè e Aronne si allontanarono dalla comunità per recarsi all’ingresso della tenda del convegno; si prostrarono con la faccia a terra e la gloria del Signore apparve loro. Il Signore disse a Mosè: «Prendi il bastone e tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e alla loro presenza parlate a quella roccia, ed essa farà uscire l’acqua; tu farai sgorgare per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame».
Mosè dunque prese il bastone che era davanti al Signore, come il Signore gli aveva ordinato. Mosè e Aronne convocarono la comunità davanti alla roccia e Mosè disse loro: «Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?». Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e tutto il bestiame.
Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Poiché non avete avuto fiducia in me per dar gloria al mio santo nome agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete questa comunità nel paese che io le dò».
Queste sono le acque di Meriba, dove gli Israeliti contesero con il Signore e dove Egli si dimostrò santo in mezzo a loro.

Gli Edomiti

E' l'ultimo episodio di Kadesh.
Israele si muove verso est per attraversare l'Araba, dominato dagli Edomiti.

Nm 20,14-18.22-23:
Mosè mandò da Kades messaggeri al re di Edom per dirgli: «Dice Israele tuo fratello: Tu sai tutte le tribolazioni che ci sono avvenute: come i nostri padri scesero in Egitto e noi in Egitto dimorammo per lungo tempo e gli Egiziani maltrattarono noi e i nostri padri. Noi gridammo al Signore ed egli udì la nostra voce e mandò un angelo e ci fece uscire dall’Egitto; eccoci ora in Kades, che è città ai tuoi estremi confini. Permettici di passare per il tuo paese; non passeremo né per campi, né per vigne e non berremo l’acqua dei pozzi; seguiremo la via Regia, senza deviare né a destra né a sinistra, finché avremo oltrepassati i tuoi confini». Ma Edom gli rispose: «Tu non passerai sul mio territorio; altrimenti uscirò contro di te con la spada».
Tutta la comunità degli Israeliti levò l’accampamento da Kades e arrivò al monte Cor, sui confini del paese di Edom.

Sembra che siano tornati indietro fino al golfo di Aqaba per risalire verso est. Da Aqaba la strada sale in mezzo a montagne come entro un grande canalone, sempre più desertiche. Un angolo turisticamente splendido - lasciando la strada principale e penetrando nel deserto a est - è WADI RHUM, luogo del favoloso Lawrence d'Arabia e delle riprese del suo film.
Da qui si sale verso PETRA, anche questa è regione infuocata di rocce desertiche. Proprio all'imbocco di Petra v'è una sorgente intitolata a Mosè, che dà il nome a tutta la vallata. Alle spalle di Petra vi è un'alta montagna intitolata ad Aronne, con in cima una tomba bianca risplendente al sole, quasi richiamo d'immortalità. Sono i segni lasciati, secondo la tradizione, dal passaggio della carovana di Mosè.

Il serpente di bronzo

In queste regioni così impervie, di pieno deserto "grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata e senz'acqua" (Dt 8,15), va collocato l'episodio del serpente di bronzo.

Nm 21,4-9:
Poi gli Israeliti partirono dal monte Cor, dirigendosi verso il Mare Rosso per aggirare il paese di Edom. Ma il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d’Israeliti morì. Allora il popolo venne a Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita.

“Non mettiamo alla prova il Signore, come fecero alcuni di essi, e caddero vittime di serpenti. Non mormorate, come mormorarono alcuni di essi, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro
” (1Cor 10,9-11).
Sono le occasioni in cui Dio richiama fortemente a prendere coscienza della nostra fragilità, e il suo castigo è sempre una correzione: "Quando li assalì il terribile furore delle bestie e perirono per i morsi di tortuosi serpenti, la tua collera non durò sino alla fine. Per correzione furono spaventati per breve tempo, avendo già avuto un pegno di salvezza a ricordare loro i decreti della tua legge. Infatti chi si volgeva a guardarlo era salvato non da quel che vedeva, ma solo da te, salvatore di tutti. Anche con ciò convincesti i nostri nemici che tu sei colui che libera da ogni male. Gli egiziani infatti furono uccisi dai morsi di cavallette e di mosche, né si trovò un rimedio per la loro vita, meritando di essere puniti con tali mezzi. Invece contro i tuoi figli neppure i denti di serpenti velenosi prevalsero, perché intervenne la tua misericordia a guarirli. Perché ricordassero le tue parole, feriti dai morsi, erano subito guariti, per timore che, caduti in un profondo oblio, fossero esclusi dai tuoi benefici. Non li guarì né un’erba né un emolliente, ma la tua parola, o Signore, la quale tutto risana" (Sap 16,5-12).
Era pure capitato che quel serpente di bronzo si fosse trasformato in segno di magia e superstizione. Perciò al tempo della riforma di Ezechia fu eliminato: “Egli eliminò le alture e frantumò le stele, abbattè il palo sacro e fece a pezzi il serpente di bronzo, eretto da Mosè; difatti fino a quel tempo gli Israeliti gli bruciavano incenso e lo chiamavano Necustan” (2Re 18,4).

L'“inimicizia tra il serpente e la donna, tra l’una e l’altra stirpe, dove una schiaccerà la testa all’altro e questi le insidierà il calcagno” (Gen 3,15), era stata pronosticata fin dagli inizi. Avverrà appunto in Cristo, l’autentica stirpe, il momento della vittoria sul serpente da parte dell’umanità: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14), così che “quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 13,32). E’ la croce di Cristo l’antidoto sicuro contro ogni morso di serpente, “il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra” (Ap 12,9).

In Giordania

Dal sud - dalla regione di Petra - Israele risale la Giordania. "Di là partirono e si accamparono nella valle di ZERED. Poi di lì si mossero e si accamparono sull'altra riva dell'ARNON" (Nm 21,12-13). E' questo oggi uno degli itinerari più belli: lo Zered come l'Arnon sono fiumi dalle vallate amplissime (20 km), che si sprofondano dall'altipiano (900 m. sul mare) fino al Mar Morto (-400 m.s.m.). Da Kerak fino a Madaba si estende una fertile regione molto coltivata e verde: qui passava la Via dei Re, via internazionale di commercio che veniva da Damasco, rinnovata da Traiano.

A nord dell'Arnon - una autentica vallata 'biblica' -vi erano le popolazioni di MOAB. Israele li affrontò in battaglia, vincendoli. Il racconto è spiccio, ma la conquista di un passaggio deve essere stata lunga.

Nm 21,21-26.31-35:
Israele mandò ambasciatori a Sicon, re degli Amorrei, per dirgli: «Lasciami passare per il tuo paese; noi non devieremo per i campi, né per le vigne, non berremo l’acqua dei pozzi; seguiremo la via Regia finché abbiamo oltrepassato i tuoi confini». Ma Sicon non permise a Israele di passare per i suoi confini; anzi radunò tutta la sua gente e uscì contro Israele nel deserto; giunse a Iaas e diede battaglia a Israele. Israele lo sconfisse, passandolo a fil di spada, e conquistò il suo paese dall’Arnon fino allo Iabbok, estendendosi fino alla regione degli Ammoniti, perché la frontiera degli Ammoniti era forte.
Israele prese tutte quelle città e abitò in tutte le città degli Amorrei, cioè in Chesbon e in tutte le città del suo territorio; Chesbon infatti era la città di Sicon, re degli Amorrei, il quale aveva mosso guerra al precedente re di Moab e gli aveva tolto tutto il suo paese fino all’Arnon.
Israele si stabilì dunque nel paese degli Amorrei. Poi Mosè mandò a esplorare Iazer e gli Israeliti presero le città del suo territorio e ne cacciarono gli Amorrei che vi si trovavano.
Poi mutarono direzione e salirono lungo la strada verso Basan. Og, re di Basan, uscì contro di loro con tutta la sua gente per dar loro battaglia a Edrei. Ma il Signore disse a Mosè: «Non lo temere, perché io te lo dò in potere, lui, tutta la sua gente e il suo paese; trattalo come hai trattato Sicon, re degli Amorrei, che abitava a Chesbon». Gli Israeliti batterono lui, con i suoi figli e con tutto il suo popolo, così che non gli rimase più superstite alcuno, e si impadronirono del suo paese.

Alcuni gruppi di Israeliti si spinsero fino al nord, ad Amman, e oltre, fino alle verdissime montagne di Basan. Qui cominciarono a sedentarizzarsi e non attraversarono il Giordano.
Il gruppo di Mosè invece si diresse a ovest per scendere nella valle del Giordano, all'altezza di Gerico "nelle steppe di Moab" (Nm 22,1). Qui è collocato l'episodio di Balaam.

Nm 22,5-6.20-31; 24,1-9.17:
Balak, figlio di Zippor, era in quel tempo re di Moab. Egli mandò messaggeri a Balaam, figlio di Beor, a Petor che sta sul fiume, nel paese dei figli di Amau, per chiamarlo e dirgli: «Ecco un popolo è uscito dall’Egitto; ricopre la terra e si è stabilito di fronte a me; ora dunque, vieni e maledicimi questo popolo; poiché è troppo potente per me; forse così riusciremo a sconfiggerlo e potrò scacciarlo dal paese; so infatti che chi tu benedici è benedetto e chi tu maledici è maledetto».
Dio venne la notte a Balaam e gli disse: «Se quegli uomini sono venuti a chiamarti, alzati e và con loro; ma farai ciò che io ti dirò». Balaam quindi si alzò la mattina, sellò l’asina e se ne andò con i capi di Moab.

Ma l’ira di Dio si accese perché egli era andato; l’angelo del Signore si pose sulla strada per ostacolarlo. Egli cavalcava l’asina e aveva con sé due servitori. L’asina, vedendo l’angelo del Signore che stava sulla strada con la spada sguainata in mano, deviò dalla strada e cominciò ad andare per i campi. Balaam percosse l’asina per rimetterla sulla strada. Allora l’angelo del Signore si fermò in un sentiero infossato tra le vigne, che aveva un muro di qua e un muro di là. L’asina vide l’angelo del Signore, si serrò al muro e strinse il piede di Balaam contro il muro e Balaam la percosse di nuovo. L’angelo del Signore passò di nuovo più avanti e si fermò in un luogo stretto, tanto stretto che non vi era modo di ritirarsi né a destra, né a sinistra. L’asina vide l’angelo del Signore e si accovacciò sotto Balaam; l’ira di Balaam si accese ed egli percosse l’asina con il bastone. Allora il Signore aprì la bocca all’asina ed essa disse a Balaam: «Che ti ho fatto perché tu mi percuota già per la terza volta?». Balaam rispose all’asina: «Perché ti sei beffata di me! Se avessi una spada in mano, ti ammazzerei subito». L’asina disse a Balaam: «Non sono io la tua asina sulla quale hai sempre cavalcato fino ad oggi? Sono forse abituata ad agire così?». Ed egli rispose: «No». Allora il Signore aprì gli occhi a Balaam ed egli vide l’angelo del Signore, che stava sulla strada con la spada sguainata. Balaam si inginocchiò e si prostrò con la faccia a terra.

Balaam vide che al Signore piaceva di benedire Israele e non volle rivolgersi come le altre volte alla magìa, ma voltò la faccia verso il deserto. Balaam alzò gli occhi e vide Israele accampato, tribù per tribù. Allora lo spirito di Dio fu sopra di lui. Egli pronunziò il suo poema e disse: «Oracolo di Balaam, figlio di Beor, e oracolo dell’uomo dall’occhio penetrante; oracolo di chi ode le parole di Dio e conosce la scienza dell’Altissimo, di chi vede la visione dell’Onnipotente, e cade ed è tolto il velo dai suoi occhi. Come sono belle le tue tende, Giacobbe, le tue dimore, Israele! Sono come torrenti che si diramano, come giardini lungo un fiume, come àloe, che il Signore ha piantati, come cedri lungo le acque. Fluirà l’acqua dalle sue secchie e il suo seme come acqua copiosa. Il suo re sarà più grande di Agag e il suo regno sarà celebrato. Dio, che lo ha fatto uscire dall’Egitto, è per lui come le corna del bùfalo. Egli divora le genti che lo avversano, addenta le loro ossa e spezza le saette scagliate contro di lui. Si è rannicchiato, si è accovacciato come un leone e come una leonessa, chi oserà farlo alzare? Chi ti benedice sia benedetto e chi ti maledice sia maledetto!
Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spezza le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set».

La consegna a Giosuè

Mosè è alla fine: sente di dover consegnare a forze più giovanili la guida di questo popolo; ora si è davanti alla Terra Promessa, che lui non potrà che vedere da lontano.

Nm 27,12-18.23:
Il Signore disse a Mosè: «Sali su questo monte degli Abarim e contempla il paese che io dò agli Israeliti. Quando l’avrai visto, anche tu sarai riunito ai tuoi antenati, come fu riunito Aronne tuo fratello, perché trasgrediste l’ordine che vi avevo dato nel deserto di Sin, quando la comunità si ribellò e voi non dimostraste la mia santità agli occhi loro, a proposito di quelle acque». Sono le acque di Mèriba di Kades, nel deserto di Sin.
Mosè disse al Signore: «Il Signore, il Dio della vita in ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore». Il Signore disse a Mosè: «Prenditi Giosuè, figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito; porrai la mano su di lui». Mosè fece come il Signore gli aveva ordinato; prese Giosuè, pose su di lui le mani e gli diede i suoi ordini come il Signore aveva comandato per mezzo di Mosè.

Il monte NEBO e la morte di Mosè

Il libro del DEUTERONOMIO contiene lunghi discorsi messi in bocca a Mosè prima di morire: rievocano i gesti compiuti da Dio per il suo popolo (meglio, la sua "famiglia, 'am"), il grande dono dell'Alleanza e tutto l'impegno dovuto da Israele come risposta d'amore libero e generoso al proprio Signore. Sono pagine molto calde di tono esortativo; servono per una lettura teologica e pastorale di tutta l'esperienza del deserto e della Legge. Pagine che vanno lette lungo il tragitto di questa Giordania, per sintetizzare tutto l'itinerario spirituale fin qui compiuto.
Poi Mosè morì...

Dt 34,1-12:
Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e di Manàsse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Zoar. Il Signore gli disse: «Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!».
Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l’ordine del Signore. Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba. Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno. Gli Israeliti lo piansero nelle steppe di Moab per trenta giorni; dopo, furono compiuti i giorni di pianto per il lutto di Mosè. Giosuè, figlio di Nun, era pieno dello spirito di saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui; gli Israeliti gli obbedirono e fecero quello che il Signore aveva comandato a Mosè.
Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè - lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia - per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese di Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutto il suo paese, e per la mano potente e il terrore grande con cui Mosè aveva operato davanti agli occhi di tutto Israele.

La visita al Monte NEBO è tra le più ricche e suggestive. E' una balconata su tutta la valle del Giordano, in cima al Pisga, all'altezza di 802 mt. s.l.m., con uno strapiombo di 1200 mt. Da qui la Bibbia fa dare uno sguardo a Mosè prima della sua morte e descrive da nord a sud tutto lo stupendo panorama della Terra Promessa che sta di fronte, al centro - quando è limpido - si vede il Monte degli Ulivi e Gerusalemme. Il Mar Morto appare infossato a sinistra; più sopra si intravede la striscia del Giordano e più in là l'oasi di Gerico. I Francescani vi hanno fatto degli scavi, mettendo in luce il "memoriale di Mosè" e un grande complesso monastico. La chiesa del Nebo raccoglie una lunga storia di devozione e amore. Su un'antica cappella del IV secolo, sorta proprio su un sepolcreto già venerato, nel VI sec. è nata l'attuale grande basilica a tre navate, con mosaici, battisteri, mentre nel VII secolo vi era una cappella dedicata alla Madonna. Vale un visita dettagliata ai vari mosaici - compreso lo splendido "tappeto" con scene di caccia che sta sulla sinistra; interessanti anche le due vasche battesimali a forma di croce. Domina lo spiazzo antistante la chiesa una croce inanellata da un serpente: allude all'episodio di Mosè.

Naturalmente l'attenzione maggiore va data alla celebrazione della Messa dove viene rievocata la figura di Mosè, controfigura e tipo del definitivo liberatore Gesù.
Il posto è qualificato per una delle Messe più raccolte: seduti sulla gradinata del coro si ha davanti tutta la solennità austera di questa antica basilica. Si rievoca la figura di Mosè, alla luce del discorso di Stefano riportato nel libro degli Atti degli Apostoli.

At 7,17-45:
"Mentre si avvicinava il tempo della promessa fatta da Dio ad Abramo, il popolo crebbe e si moltiplicò in Egitto, finché salì al trono d’Egitto un altro re, che non conosceva Giuseppe. Questi, adoperando l’astuzia contro la nostra gente, perseguitò i nostri padri fino a costringerli a esporre i loro figli, perché non sopravvivessero. In quel tempo nacque Mosè e piacque a Dio; egli fu allevato per tre mesi nella casa paterna, poi, essendo stato esposto, lo raccolse la figlia del faraone e lo allevò come figlio. Così Mosè venne istruito in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente nelle parole e nelle opere.
Quando stava per compiere i quarant’anni, gli venne l’idea di far visita ai suoi fratelli, i figli di Israele, e vedendone uno trattato ingiustamente, ne prese le difese e vendicò l’oppresso, uccidendo l’Egiziano. Egli pensava che i suoi connazionali avrebbero capito che Dio dava loro salvezza per mezzo suo, ma essi non compresero. Il giorno dopo si presentò in mezzo a loro mentre stavano litigando e si adoperò per metterli d’accordo, dicendo: Siete fratelli; perché vi insultate l’un l’altro? Ma quello che maltrattava il vicino lo respinse, dicendo: Chi ti ha nominato capo e giudice sopra di noi? Vuoi forse uccidermi, come hai ucciso ieri l’Egiziano? Fuggì via Mosè a queste parole, e andò ad abitare nella terra di Madian, dove ebbe due figli.

Passati quarant’anni, gli apparve nel deserto del monte Sinai un angelo, in mezzo alla fiamma di un roveto ardente. Mosè rimase stupito di questa visione; e mentre si avvicinava per veder meglio, si udì la voce del Signore: Io sono il Dio dei tuoi padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Esterrefatto, Mosè non osava guardare. Allora il Signore gli disse: Togliti dai piedi i calzari, perché il luogo in cui stai è terra santa. Ho visto l’afflizione del mio popolo in Egitto, ho udito il loro gemito e sono sceso a liberarli; ed ora vieni, che ti mando in Egitto. Questo Mosè che avevano rinnegato dicendo: Chi ti ha nominato capo e giudice?, proprio lui Dio aveva mandato per esser capo e liberatore, parlando per mezzo dell’angelo che gli era apparso nel roveto. Egli li fece uscire, compiendo miracoli e prodigi nella terra d’Egitto, nel Mare Rosso, e nel deserto per quarant’anni.
Egli è quel Mosè che disse ai figli d’Israele: Dio vi farà sorgere un profeta tra i vostri fratelli, al pari di me. Egli è colui che, mentre erano radunati nel deserto, fu mediatore tra l’angelo che gli parlava sul monte Sinai e i nostri padri; egli ricevette parole di vita da trasmettere a noi. Ma i nostri padri non vollero dargli ascolto, lo respinsero e si volsero in cuor loro verso l’Egitto, dicendo ad Aronne: Fà per noi una divinità che ci vada innanzi, perché a questo Mosè che ci condusse fuori dall’Egitto non sappiamo che cosa sia accaduto. E in quei giorni fabbricarono un vitello e offrirono sacrifici all’idolo e si rallegrarono per l’opera delle loro mani. Ma Dio si ritrasse da loro e li abbandonò al culto dell’esercito del cielo, come è scritto nel libro dei Profeti: Mi avete forse offerto vittime e sacrifici per quarant’anni nel deserto, o casa d’Israele? Avete preso con voi la tenda di Mòloch, e la stella del dio Refàn, simulacri che vi siete fabbricati per adorarli! Perciò vi deporterò al di là di Babilonia.
I nostri padri avevano nel deserto la tenda della testimonianza, come aveva ordinato colui che disse a Mosè di costruirla secondo il modello che aveva visto. E dopo averla ricevuta, i nostri padri con Giosuè se la portarono con sé nella conquista dei popoli che Dio scacciò davanti a loro, fino ai tempi di Davide".

Più sotto, a 10 km., sta MADABA, città moabita, luogo di scontri al tempo di Davide (cfr. 1Cr 19,7), resasi libera al tempo del re Mesha. Una stele, oggi al Louvre, ricorda l'avvenimento come vittoria su Israele (842 a.C.). Madaba col cristianesimo divenne sede vescovile; il suo vescovo nel 451 partecipa al Concilio di Calcedonia.
Fu centro fiorentissimo e scuola del mosaico. Oggi nella chiesa ortodossa di San Giorgio, costruita sopra una basilica bizantina del VI sec., vi è conservato come pavimento la famosa "Mappa di Madaba", un mosaico che riproduce tutta la Terra Santa del VI secolo.

Il passaggio del Giordano

Le ultime fasi dell'Esodo sono registrate nel libro di GIOSUE'. L'iniziativa di Dio rimane prevalente e l'autore biblico la sottolinea in particolare nel passaggio del Giordano visto come un rinnovato passaggio del Mar Rosso. Anche qui le acque si dividono per lasciar passare sull'asciutto Israele.

Gs 3,14-17:
Quando il popolo si mosse dalle sue tende per attraversare il Giordano, i sacerdoti che portavano l’arca dell’alleanza camminavano davanti al popolo. Appena i portatori dell’arca furono arrivati al Giordano e i piedi dei sacerdoti che portavano l’arca si immersero al limite delle acque - il Giordano infatti durante tutti i giorni della mietitura è gonfio fin sopra tutte le sponde - si fermarono le acque che fluivano dall’alto e stettero come un solo argine a grande distanza, in Adama, la città che è presso Zartan, mentre quelle che scorrevano verso il mare dell’Araba, il Mar Morto, se ne staccarono completamente e il popolo passò di fronte a Gerico. I sacerdoti che portavano l’arca dell’alleanza del Signore si fermarono immobili all’asciutto in mezzo al Giordano, mentre tutto Israele passava all’asciutto, finché tutta la gente non ebbe finito di attraversare il Giordano.

Poi giunti finalmente nella Terra Promessa, il primo impegno fu di rinnovare la Pasqua. Erano partiti nella notte della liberazione con una celebrazione veloce. Questa prima Pasqua diviene carica della memoria-ringraziamento di promesse divine mantenute e realizzate.
Cessa la manna. Ora Israele può nutrirsi dei prodotti del paese dove scorre latte e miele.

Gs 5,10-12:
Si accamparono dunque in Gàlgala gli Israeliti e celebrarono la pasqua al quattordici del mese, alla sera, nella steppa di Gerico. Il giorno dopo la pasqua mangiarono i prodotti della regione, azzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. La manna cessò il giorno dopo, come essi ebbero mangiato i prodotti della terra e non ci fu più manna per gli Israeliti; in quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.

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