Vademecum per il pellegrinaggio al Sinai terzo capitolo


L’ORIZZONTE STORICO
I dati storico-archeologici dei fatti
e la formazione letteraria dei testi



Sintesi, sullo sfondo della storia dell'antico Egitto

Nell'Esodo si parla anzitutto di FATTI, legati in qualche modo alla storia dell'antico Egitto.
Sono avvenimenti, quelli riferiti nel Libro biblico, difficili da identificare nei particolari, perché più “celebrati” nel loro significato, che “narrati” come cronaca. Tuttavia oggi abbiamo un buon quadro di riferimento, soprattutto con la storia dell’Egitto, materia studiatissima, e con precisi punti di aggancio con l’archeologia.
Facciamone una sintesi per collocarvi meglio la vicenda di Mosè e dell'Esodo.

L’Antico Egitto si misura in “dinastie” e “regni”. Le prime due dinastie risalgono al tremila. L’antico impero, con le dinastie III-VI, va dal 2800 al 2300. Il medio impero (dinastie XI-XVII) va dal 2100 al 1580. Il nuovo impero (1580-1090) comprende le dinastie XVIII-XX.
Il periodo che ci interessa è quello della seconda metà del secondo millennio (1500-1200 a.C.).
Nei secoli XVII-XVI a. C. l’Egitto fu dominato da faraoni di stirpe semita, stranieri dell’est, chiamati Hyksos, re pastori; la loro capitale era Avaris. Fu un periodo dove nomadi e funzionari semiti poterono prosperare. In questo quadro si colloca la “storia di Giuseppe” (Gen 37-50), dei suoi fratelli e del padre Giacobbe scesi in Egitto.

Con la XVIII dinastia c’è un rigurgito nazionalista: gli Hyksos vengono scacciati (1580) dai nuovi principi di Tebe, e la loro città, Avaris, sul Delta, distrutta. Con Tutmosis III (1483-1450) si apre un periodo di grande espansione militare e commerciale, soprattutto rivolta a est, fino a toccare Hittiti, Mitanni e le civiltà dell’Eufrate. La Palestina, corridoio di transito, era sotto il controllo egizio, ma anche luogo di scontri (Megiddo 1483). Vi abitavano i Cananei, agricoltori, con piccole città fortificate, sempre pronte a farsi guerre reciproche, sotto la tutela del faraone.
L’Egitto, arricchendosi sempre più, sente di mostrare la sua ricchezza e la sua cultura in grandi monumenti. Il faraone diviene sempre più divinizzato, sostenuto dalla potente casta sacerdotale custode dei templi nazionali di Tebe.

Tra questi faraoni della XVIII dinastia ve n’è uno interessante: Amenofi IV, che cambiò il proprio nome in Akhenaton (1372-1354), e tentò contro Tebe una riforma religiosa di tipo monoteistico. Tale innovazione fu subito stroncata dal giovanissimo Tutankhamon (1354-1343) sotto la pressione reazionaria del clero tebano.

Nel 1320 con Ramses e il figlio Seti si apre la più famosa dinastia, la XIX, detta dei Ramessidi. Tocca il suo massimo splendore con Ramses II (1301-1235): un regno lunghissimo, vivacissimo, fatto di vittorie, di costruzioni, di opere di ristrutturazione sociale e ordinamenti giuridici. Costruisce nel Delta nuove città, Pitom e Ramses, come città magazzino, chiuse da mura in mattoni larghe 15 metri e alte 20 metri. Sono gli schiavi di guerra a lavorare, o anche popolazioni straniere sempre più emarginate e a volte schiavizzate.
Si inserisce qui il periodo dell’Esodo. Nella corte di Ramses II c’era spazio per funzionari colti, di stirpe asiatica (come era Mosè), quali interpreti, agenti di commercio con l’estero, ecc... Ramses II costruì templi nuovi e trasformò costruzioni precedenti in opere prestigiose (templi di Luxor e Abù-Simbel).
Il suo lungo regno finì con insurrezioni e invasioni da parte libica e da parte dei regni asiatici. Qui si erano insediati i Popoli del Mare, provenienti dalla Grecia, che in pochi anni avevano annientato il regno degli Ittiti, conquistato Ugarit e tutta la costa palestinese fino a Gaza (i Filistei). E' in questo periodo turbolento che gli Ebrei possono fuggire dall'Egitto: è il tempo dell'Esodo.
Il figlio, non più giovane, di Ramses II, Merneptah (1235-1223), fece di tutto per conservare l’impero rinnovando campagne militari e repressioni. Una iscrizione del suo periodo al tempio di Karnak, ora al Museo del Cairo, dice: “Israele è desolato e il suo seme non esiste più”. E' il primo riferimento ad “Israele” come popolo (e come terra). Qui l'esodo è già avvenuto.
Probabilmente furono più di una le occasioni in cui gli Ebrei uscirono dall’Egitto, ma fu la tradizione legata a Mosè a unificare tutte queste fughe (da qui le imprecisioni e i doppioni nel testo biblico). Se l’uscita di Mosè col popolo va collocata sotto il regno di Merneptah, la fortuna di Mosè in Egitto è avvenuta sotto il predecessore Ramses II.
Dio ha liberato il suo popolo nel massimo splendore dell’Egitto e ha preparato il suo uomo, Mosè, nella corte culturalmente più sviluppata di tutta l’antichità (Cf. Henri Cazelles, Alla ricerca di Mosè, LoB 3,2, Queriniana).

Su questo quadro storico ecco quanto si può supporre stia dietro ai racconti biblici che - lo ripetiamo - sono più letture e interpretazioni spirituali che cronache.


L'oppressione d'Egitto
Esodo

E' impossibile datare l’entrata degli Ebrei in Egitto. L’ingresso degli asiatici, come la loro uscita, è un fenomeno costante. Bisogna, invece, pensare a penetrazioni differenziate nel tempo. Certuni vi entrarono liberi per commerciare con l’Egitto. Altri vi s’infiltrarono in tempo di carestia per sfuggire alla siccità. Altri vi entrarono da conquistatori come gli Hyksos, oppure, al contrario, come prigionieri delle guerre di Thutmosis III, Amenofis II, Seti I e Ramses II. Quest’ultimo dovette condurre una campagna in Siria-Palestina e andare ad affrontare gli Hittiti a Kades; combattimenti dagli esiti incerti che vennero conclusi con la pace di Kades, celebrata a Karnac come una grandissima vittoria.

Il lavoro forzato fu altrettanto costante in Egitto. Un sepolcro dell’epoca di Thutmosis III mostra dei lavoratori nubiani e siriani che fabbricano mattoni per i depositi del Faraone. Sotto Ramses II, duecento anni più tardi, gli Habiru (forse i nostri "ebrei") sono impiegati nei lavori di Menfi.
L’oppressione d’Egitto è raccontata dal redattore biblico al quale, ovviamente, interessa soltanto il punto di vista del suo popolo. Per gli Egiziani l’impiego di lavoratori occasionali o di schiavi era cosa normale e necessaria. Ai tempi della guerra contro gli asiatici, era facile pensare che questi semiti si alleassero con gli Ittiti o si ribellassero al faraone; da qui la necessità di un controllo forte da parte dell'autorità egiziana su queste popolazioni.
D’altronde, tutto contrappone questi seminomadi ai sedentari egiziani: il loro statuto, le loro condizioni di vita, la loro cultura, la loro lingua e la loro religione. Si legge in Genesi 46,34 questa affermazione: "I pastori sono un abominio per gli Egiziani". Nessun dubbio che il contraccambio sia vero.

Tenendo conto delle nostre conoscenze storiche non si può più raccontare l’uscita dall’Egitto come un fatto unico. Anche il documento biblico sembra parlare di due uscite. Un’uscita-espulsione che potrebbe essere datata dall’espulsione degli Hyksos, ossia nel 1550; e un’uscita-fuga in occasione di un grave avvenimento in Egitto, la decima piaga. Questa fuga che parte da Pi-Ramses (la capitale ricostruita da Ramses II sull'antica Avaris, spostandola da Tebe per meglio difenderla dalle incursioni semite e libiche) e da Pitom, sembra doversi collocare sotto Ramses II (o sotto il suo successore). Erano i tempi difficili in cui veniva firmata la pace con gli Hittiti e l’Egitto era minacciato ad ovest dai Libici.


Mosè
Esodo, Numeri, Deuteronomio, Levitico

Dietro l’attuale narrazione è estremamente difficile precisare ciò che fu il personaggio storico di Mosè. Col tempo, la tradizione ha fatto di lui il liberatore, il capo carismatico, il profeta, il legislatore, il fondatore della religione giudaica e l’autore del Pentateuco. Abramo è il padre della razza, Mosè è il padre della nazione.

Il racconto della nascita di Mosè ci è narrato alla maniera di quella di Sargon di Accad, XXIV secolo a.C.; la sua adozione è conforme all’ordine legale sumero-accadico. Non ci resta perciò che il nome, il quale, malgrado la spiegazione giudaica - "tratto dalle acque" -, riallaccia Mosè ai nomi egiziani Thutmosi o Ramses. Mosè, come tanti altri asiatici, fu certamente educato alla corte del faraone per diventarvi scrivano, e vi ebbe senza dubbio una rapida ascesa. Mosè è dunque in partenza beneficiario di due culture, quella del suo clan e quella d’Egitto.

Mosè, avendo preso le parti dei suoi fratelli, dovette fuggire fuori dell’Egitto alla maniera di Sinuhe (personaggio di un romanzo egiziano) e trovò rifugio in Madian presso Ietro, di cui ci vien detto che è sacerdote. Mosè sposò Zippora, la figlia di quest’ultimo. Anche Ietro è discendente di Abramo tramite Chetura (Gen 25,1-2). Ietro ha informato Mosè sulle vecchie tradizioni patriarcali? E' stato lui a rivelargli il nome di Jahvè come nome del Dio dei padri? E' soltanto una supposizione, ma è certo che Ietro, sacerdote madianita, ebbe una grande influenza su Mosè, raccomandandogli di circondarsi di un consiglio di anziani (Es 18), mentre sua figlia Zippora ricordava a Mosè l’esigenza della circoncisione. Questo ricordo del ruolo dei Madianiti non può risalire che a una tradizione molto antica, dato che i Madianiti diventeranno ben presto dei temibili avversari di Israele (Nm 31,1-2).

In un’altra tradizione (Gdc 1,16) il suocero di Mosè è kenita. Sembra che i Keniti, discendenti di Caino, si siano legati alla tribù di Giuda molto presto. Il nome di Giuda potrebbe significare "lodare Jahvè"; ora è proprio in Giuda che si è fissata la tradizione jahvista per la quale Dio è adorato sotto il nome di Jahvè dopo Enoc (Gen 5,24). I Keniti e i Madianiti sono molto vicini; per gli Egiziani sembra che appartengano a un popolo vicino agli Habiru, i Shasu. Ora i documenti egiziani conoscono degli Shasu di JHV, e non si può che essere impressionati dal riavvicinamento dei nomi. E' a contatto dei Madianiti o dei Keniti, o di entrambi, che Mosè ha saputo dare al Dio dei padri il nome di Jahvè?
Per le altre due tradizioni, elohista e sacerdotale, è invece a Mosè che furono rivelati il nome di Jahvè e il suo significato, mentre fino allora era adorato sotto il solo nome di El o Elohim. Queste opposizioni si possono spiegare con la fusione di due gruppi, un gruppo del sud attorno a Giuda, Madian, Kenita che adora Dio sotto il nome di Jahvè, e un gruppo del nord che, fino alla sua fusione con Giuda, non adorava Dio che sotto il nome di El. Questa soluzione è tanto più plausibile in quanto il nome di Jav sembra già attestato, oltre che presso i Shasu, anche a Ugarit.

Mosè, rientrato in Egitto, si opporrà al faraone; in ciò è il precursore dei profeti che oseranno affrontare i re di Israele: Elia, Eliseo, Osea. Mosè è al centro del racconto delle piaghe, composizione letteraria epica che mescola parecchie tradizioni in un crescendo drammatico. Vi si riconosce la mano dello Jahvista che vede gli Egiziani e lo stesso faraone riconoscere la sovranità del Dio di Mosè.
In questo racconto tutto è disposto per magnificare Dio e dare un contenuto storico a tre antiche feste. La Pasqua, rituale di partenza dei pastori per la migrazione annuale, col sangue sui pali della tenda per scacciare lo spirito cattivo delle bestie e degli uomini, col pasto consumato in fretta, diventa la festa che commemora l’opera di Dio che fa uscire il suo popolo dall’Egitto.
La festa degli Azzimi, rito di sedentari coltivatori che offrono i primi covoni a Dio evitando di mescolarvi il lievito per non contaminare il nuovo raccolto, diventa commemorazione della frettolosa partenza, della fuga in quella notte di spavento. Quanto all’offerta dei primogeniti, rito antico vicino al sacrificio di Isacco, essa commemora la misericordia di Dio che, nella notte della morte dei primogeniti d’Egitto, risparmia i bambini del suo popolo.

L'uscita dall'Egitto

E' impossibile tracciare il cammino seguito dagli Ebrei per uscire dall’Egitto. Infatti la Bibbia ha più o meno fuso le tre tradizioni jahvista, elohista e sacerdotale che parlano indubbiamente di itinerari differenti. In più la maggioranza dei nomi citati non possono essere localizzati con certezza.
Per limitarci ad un esempio, il monte della rivelazione si chiama Oreb per l’Elohista, Sinai per lo Jahvista. Secondo Esodo 17,6 o Numeri 20,1.13, il monte si troverebbe presso Kades a nord del Sinai. Secondo i vecchi itinerari di pellegrinaggio, il monte sarebbe a sud, ma allora si ha la scelta fra tre vette: il Gebel Musa, il Gebel Catherina, il Gebel Serbal. Ma può sembrare più soddisfacente una terza spiegazione: sembra che il popolo si avvicini ad un vulcano in attività (Nm 14,14). Si dovrebbe allora, come Paolo, parlare del monte Sinai in Arabia (Gal 4,25). Numerosi testi biblici non fanno forse venire Dio dal sud, dal paese di Madian (Gdc 5,4; Dt 33,2; Ab 3,3)? Questa tradizione è ancora viva presso gli Arabi, che mostrano il vulcano Hala el Bedr dove è situata la grotta dei servi di Mosè. Il prof. Anati lo identifica con Har Karkom, presso Kadesh, ma finora quanto ha trovato risale solo al 2500 a.C., mille anni prima quindi dei fatti qui narrati.

In questo groviglio di possibilità possiamo conservare due punti fissi: gli Ebrei sono partiti dal delta del Nilo, dalla regione vicina alla capitale di Ramses II, Pi Ramses, e sono arrivati a Kades dove è onorato il ricordo di Maria (Es 15). Tra questi due punti sono teoricamente possibili quattro strade.

La strada del nord (Es 13,17), che corrisponderebbe bene a un esodo-espulsione e che il testo chiama, con un bell’anacronismo, la strada dei Filistei. Il lago raggiunto dagli Ebrei sarebbe il Lago Sirbonide. Questa strada, ben protetta da fortezze egiziane, non può convenire a un esodo-fuga. E' su questo percorso che i beduini hanno sempre raccattato le quaglie estenuate dopo la loro migrazione.
La seconda strada attraversa i Laghi Amari e va direttamente a Kades dove verrà sepolta Maria, e dove sarebbe situato l’episodio delle acque di Meriba e del popolo che se la prende con Mosè (Nm 20). E' su questa strada che si spiega meglio l’opposizione con gli Amaleciti (Es 17).

La terza strada è la variante che attraversa i Laghi Amari, ma si dirige dritta verso il golfo di Aqaba e l’Arabia. Questa strada, come la precedente, si accorda con la possibilità di raccogliere la manna sotto i tamerici. Questi tre itinerari non possono far pensare l’Oreb che in prossimità di Kades.

La quarta via è quella usata dai pellegrini cristiani a partire dal IV secolo. Passa a sud dei Laghi Amari e si dirige verso la parte meridionale della penisola del Sinai. Secondo Agatarchide (II sec. a.C.) è lì che si trova Mara (Es 15,22-25).

Per il Pentateuco, che ha mescolato le sue fonti, la geografia ha poca importanza. Lo scopo è di celebrare l’atto con cui Dio salva il suo popolo facendogli attraversare il Mare dei Giunchi. Più che un testo epico è un canto di adorazione ben sottolineato dal salmo di Maria (Es 15).

Si riprenderà la stessa celebrazione liturgica per l’entrata in Canaan, si canterà Dio che apre le acque del Giordano davanti all’arca (Gs 3,4). Si celebra lo stesso culto per l’uscita dall’Egitto e l’entrata in Canaan. Vi furono realmente uno o due avvenimenti? L’importante sta nella lode e nel riconoscere Dio come colui che libera il suo popolo.

Il Sinai e la legislazione

La tradizione, a riguardo del Sinai, è molto complessa e si estende da Esodo 19 a Numeri 10. Tutte le tradizioni giuridiche sono aggiunte le une alle altre come se in quell’unico giorno e in quell’unico luogo fossero state date tutte le leggi d’Israele, per tutti i tempi: il Decalogo come la legislazione del Levitico, le leggi applicabili ai soli nomadi come le leggi che si potranno applicare ai sedentari (Es 20,22-33,19). Si mescolano leggi antichissime che risalgono ai patriarchi (secondo le tradizioni jahvista ed elohista) e le leggi del codice sacerdotale che verranno edite soltanto durante l’esilio di Babilonia (Lv).

Così com’è, l’episodio del Sinai ci viene presentato come un’alleanza tra Dio e il suo popolo. Perciò si è pensato di poter paragonare questo racconto con le alleanze tra sovrani hittiti e i loro vassalli (testi del XIII secolo).
Oggi, malgrado alcune rassomiglianze, gli esegeti notano anzitutto lo stile deuteronomista del VI secolo; distinguono le leggi casistiche come abbastanza comuni tra i Babilonesi o i Siriani. I dieci comandamenti sembrano formare un gruppo a parte nel loro assoluto. Appaiono come un nucleo spogliato di tutto ciò che presso gli altri popoli è magia, superstizione, tabù.

Così come ci sono pervenuti, i Comandamenti conservano certamente il contenuto proprio dato a Mosè anche se la forma ha subito delle elaborazioni successive. Per limitarci ad un solo esempio: Esodo 20 allaccia l’obbligo del sabato al riposo di Dio al settimo giorno, mentre Deuteronomio 5 unisce lo stesso comandamento alla liberazione d’Egitto.
Questo dono della legge, accresciuto nel corso dei secoli di tutte le tradizioni necessarie alla vita del popolo, fonderà l’unità di tutti coloro che si riconosceranno nell’adorazione del Dio unico, colui che li ha liberati dall’Egitto ed ha loro chiesto, tramite Mosè, di accogliere le sue leggi come altrettante condizioni per la loro felicità. Tutta la legge è più benedizione che proibizione. Il primo comandamento per Israele richiama Dio che si dona: "Io sono l’Eterno, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dall’Egitto". Israele lo medita, lo commenta, per radicarsi nella sua legge. Diventerà così un popolo solo.

Composizione letteraria
e modo di lettura dei fatti
che fa la Bibbia

Il libro dell’Esodo che noi possediamo oggi, come del resto ogni libro della Bibbia, è il risultato di un lungo cammino di composizione che va dal sec. XIII al sec. IV a.C. (per il libro della Sapienza anche al II sec. a.C.).
Questi scritto raccoglie le più antiche tradizioni, lette e rilette, continuamente comprese e attualizzate in secoli di celebrazioni e memoria. Il tutto poi unificato in un quadro organico, nel senso che tutte queste interpretazioni e attualizzazioni sono IMPASTATE una sopra l’altra come VELINE di colore diverso così da realizzare come una ICONA ricchissima. Questa è appunto l’emblema dell’agire di Dio nella storia.
Le diverse “veline”:
La prima: quel poco di storico che è stato tramandato, proveniente da diversi clan, con esperienze diverse, con doppioni.., diversi esodi e loro letture. L'esempio più antico sembra il brano centrale di Es 15, il canto di vittoria, la pagina epica dopo il passaggio del mar Rosso.

La seconda: la lettura unificatrice scritta al tempo di Davide-Salomone (lo “Yahvista”) mette in luce la fedeltà di Dio alle promesse fatte ad Abramo. Da allora Dio ha guidato il suo popolo fino al successo (cioè allo splendido regno di Salomone). A completamento di questa tradizione, nel sec. VIII, si unì la tradizione “Eloista”, quella del nord, proveniente dalla tribù di Efraim, dove la figura di Mosè era prevalente. E’ frutto di questa prima tradizione unificata (YE) la cucitura in unità di fatti ed episodi provenienti da gruppi diversi attorno alla personalità di Mosè.

La terza, di epoca più tardiva, è la lettura Deuteronomista (Giosia) sec. VII. Raccoglie tutta l’ispirazione profetica: indurimento del cuore (Ezechiele), nostalgia del tempo del fidanzamento (Geremia ed Osea). Dio mette alla prova il suo popolo per spremerne fedeltà (Dt 8,2-6).

Infine la lettura Sacerdotale, la quarta, quella prevalente nel testo attuale. Siamo durante l’esilio, tempo di sconforto e sfiducia: cosa ha fatto Jahvè per il suo popolo? Si riscrive tutto il Pentateuco con una nuova autocomprensione: Dio ha liberato il suo popolo per farne un popolo sacerdotale, particolarmente legato a Lui attraverso anche tutte le norme cultuali, attribuendo a Mosè tutta la legislazione postesilica.

La redazione definitiva è del IV-II sec. Raccoglie da altri canali (Profeti e libri Sapienziali, Salmi) differenti interpretazioni e sensibilità di lettura.
In particolare: il secondo Isaia (540) aveva rievocato il primo esodo come speranza e garanzia perché si realizzasse il secondo esodo, il ritorno da Babilonia (Is 40-55).
Poi i Libri Sapienziali (Sap 11-19) rileggono tutto l’Esodo come l’agire sapiente di Dio per la salvezza del suo popolo. Una lettura quindi più universalistica e spirituale.

La figura di MOSE’ inoltre accoglie in sé tutte le immagini successive della sua personalità di “uomo di Dio”, da condottiero a mistico, a legislatore, a sacerdote..., fino ad essere il più grande dei profeti (Dt 34,10). Eppure, storicamente parlando, Mosè non è il fondatore del monoteismo ebraico che si affermò solo durante l'esilio; né il padre del popolo, perché questi nasce solo con Davide; né il legislatore, perché tutte le leggi sono di epoca sedentaria.
La storia dell'Esodo è stata tutta una proiezione all’indietro, enfatizzando un nucleo storico modesto ma enormemente significativo per tutta la storia di questo popolo.

Sicuramente sbagliata è la lettura “fondamentalista”, cioè il prendere per cronaca quanto invece è stratificazione millenaria di comprensioni e letture di tempi e ambienti diversi. Il messaggio biblico, che noi cogliamo, è certamente il risultato finale di questa comprensione molteplice, legata ad un dato storico.
Questa lettura si avvicina molto alla nostra storia quotidiana, nella quale e attraverso la quale Dio fa e trae storia di salvezza per ognuno. Lo scopo ultimo della Bibbia è appunto far risaltare la filigrana dell’agire di Dio nella normalità e modestia della storia di un popolo, per educarci a cogliere nelle nostre vicende quotidiane il dito di Dio che salva.

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