Vademecum per il pellegrinaggio al Sinai quarto capitolo


L’ORIZZONTE TEOLOGICO
Il messaggio religioso del testo biblico
e la sua rilettura cristiana

Vediamo di cogliere il MESSAGGIO che la Bibbia - in concreto nel suo redattore finale d'epoca postesilica - ci vuole trasmettere raccontandoci e commentando i fatti dell'Esodo.
Naturalmente l'Antico Testamento è solo figura e premessa del Nuovo. Il nuovo Israele, che è la persona di Gesù, attua pienamente quello che là era solo tipo e anticipo. Per cui la comprensione piena del testo nella sua globalità spirituale richiede un continuo richiamo alla sua attuazione in Cristo e nella Chiesa. Questa lettura piena della Bibbia ci è insegnata dai Padri della Chiesa ed è confermata principalmente dal metodo di lettura che fa la Liturgia.
E' quanto faremo anche noi ora, trattando di alcuni temi biblici: l'iniziativa di Dio, la liberazione, l'Alleanza, l'esperienza del deserto e infine l'esodo di Gesù e quello della Chiesa.


1- L’INIZIATIVA DI DIO

L’iniziativa gratuita di Dio è il valore assoluto esaltato in ogni vicenda di salvezza. Nel libro dell’Esodo questo principio riassuntivo è come iscritto nella stessa vicenda personale di Mosè. Ogni suo agire è compiuto in nome di Dio.

Nel libro degli Atti degli Apostoli santo Stefano, tracciando un profilo di Mosè, ne divide la vicenda in tre grandi periodi di 40 anni, quasi a scandire in questo classico ritmo tre atteggiamenti interiori dello spirito, tre momenti di una storia personale presentata quale paradigmatica per la fede.

"In quel tempo nacque Mosè e piacque a Dio; egli fu allevato per tre mesi nella casa paterna, poi, essendo stato esposto, lo raccolse la figlia del faraone e lo allevò come figlio. Così Mosè venne istruito in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente nelle parole e nelle opere" (At 7,20-22). Sono i primi quarant’anni della sua formazione a corte, mescolato tra gli scribi semiti che certamente brulicavano nei palazzi, come futuri specialisti di lingue e rapporti diplomatici e commerciali con i paesi asiatici.

"Quando stava per compiere i quarant’anni, gli venne l’idea di far visita ai suoi fratelli, i figli di Israele" (At 7,23). E’ l’incontro drammatico con la situazione dei suoi fratelli ebrei, il suo sussulto e la sua decisione di rinunciare ai privilegi di corte per buttarsi all’impresa di liberatore del suo popolo contro la palese ingiustizia che subiva.
Ma è il fallimento: il suo popolo non lo capisce, e deve fuggire in Madian perché il faraone lo cerca per ucciderlo. Sono i quarant’anni di vita passati nel deserto, dove Mosè si sposa, ha dei figli, vive la vita nomade dei pastori, ritirato a vita privata, dimentico e deluso della sua giovanile impresa.

Lo scacco lo ha reso forse più riflessivo, più maturo: nella solitudine del deserto Dio prepara spiritualmente il suo uomo, purificandolo da ogni sua velleità di salvatore.., perché divenga strumento tutto e solo fidente nel suo Dio.
Cominciò a far decantare la sua situazione interiore. Avrà forse pensato: "Ho fatto degli sbagli, sono stato troppo pretenzioso, ho lasciato il faraone per diventare anch'io un capo; in fondo volevo ottenere la mia gloria, e il mio popolo sarebbe stato il mio monumento...!" Lasciando emergere tutta la sua delusione, diviene capace di sincerità e verità con se stesso. Mosè non aveva mai pensato che l'opera sua fosse opera di Jahvè. La concepiva soltanto come opera sua, fino a che gli si è spezzata tra le mani. Da qui gli sorge la domanda: "Signore, che significa tutto questo? Perché mi hai fatto giungere fino a questo punto? Se vuoi, fammelo sapere!" Eccolo preparato all'incontro con Dio, e alla sua missione.

"Passati quarant’anni, gli apparve nel deserto del monte Sinai un angelo, in mezzo alla fiamma di un roveto ardente" (At 7,30). Da qui parte la sua vocazione a divenire liberatore in nome di Dio, la sua missione davanti al faraone, l'essere guida nel passaggio del mar Rosso, l'intermediario dell’Alleanza al Sinai, i suoi quarant’anni nel deserto, fino alle porte della terra promessa.

Alla fine scopre il senso della sua vita: "Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno. Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè - lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia - per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese di Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutto il suo paese, e per la mano potente e il terrore grande con cui Mosè aveva operato davanti agli occhi di tutto Israele" (Dt 34,7.10-12).
Un elogio entusiasta di un uomo che era diventato veramente salvatore solo quando aveva rinunciato ad esserlo per sua scelta per abbandonarsi come strumento nelle mani di Dio. O meglio, solo quando Dio l’aveva preparato ad essere suo strumento docile. Dio è gelosissimo della sua iniziativa di salvezza. L’uomo ha solo il compito di accoglierla con gratitudine, e collaborarvi con fiducia.

Di Mosè così è scritto: "Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. Questo perché stimava l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto; guardava infatti alla ricompensa" (Eb 11,24-26).


2 - LA LIBERAZIONE

Nella vicenda personale di Mosè vi è iscritto il principio riassuntivo di tutta l’opera di Dio: la gratuità assoluta della sua iniziativa. Nella vicenda invece del popolo lungo le tappe dell’Esodo - liberazione, alleanza, deserto, terra promessa - viene descritto il paradigma dell’agire di Dio col suo popolo. Questi sono gli elementi costitutivi della salvezza. E anzitutto la liberazione.

L’evento storico di una tribù divenne il cuore fondante di un popolo; cuore in cui attingere la fede attraverso l’annuale celebrazione della pasqua; fede paradigmatica cantata dal “Cantico del mare” (Es 15).

Quando ogni anno il pio israelita saliva al tempio di Gerusalemme per offrire le primizie del raccolto, così pregava: “Il Signore ci fece uscire dall’Egitto.. e ci condusse in questo luogo (tempio) e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele. Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato” (Dt 26,8-9). E’ così gettato un grande arco, dall’uscita dell’Egitto fino a Davide e a Salomone: solo ora, con la celebrazione di ringraziamento, giunge al suo termine l’evento della liberazione dall’Egitto. L'iniziativa è tutta di Dio; il popolo deve rimanere tranquillo nel paese e godere dei suoi frutti.
Questa liberazione è un passaggio dalla schiavitù a un “servizio”: quello della fedeltà a Jahvè. Il senso è posto sulla finalità della liberazione: ordinata al culto e alla vita secondo l’Alleanza (quindi non meramente politica!). Talvolta qui il termine liberazione è sinonimo di redenzione. Dio vuole un popolo che sia sua famiglia, società fraterna di uguali che vivano secondo la “torah”. Jahvè sogna una speciale comunità totalmente legata a Sé ("mia proprietà").

"Il dito" di Dio

L’iniziativa di Dio è esaltata nel racconto epico delle dieci piaghe, dove evidente è “il dito di Dio” (8,15); e più ancora nella notte pasquale, “notte di veglia per il Signore per farli uscire dal paese d'Egitto” (12,42). Dio è il protagonista. E' lui che “si ricorda” dei figli di Israele (2,23-24) che sono in schiavitù; è lui che invia Mosè e gli rivela il proprio Nome; è stendendo il bastone di Jahvè che Mosè può compiere il prodigio del mare.
Così sintetizza il protagonismo di Jahvè il libro del Deuteronomio: “Quale grande nazione ha la divinità così vicina a sè, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?” (Dt 4,7). Effettivamente sarà questo il messaggio centrale di tutto il libro: Jahvè è il solo Dio per Israele. Al Sinai sarà proclamato: “Non avrai altro Dio fuori di me!”. Israele ormai ne era ben convinto dopo che nei gesti della liberazione aveva visto il proprio Dio all’opera contro tutti. Tutta la natura sarà piegata per servire Israele, come anche il cuore duro del faraone e degli Egiziani. Scaturirà da qui l’impegno a divenire una comunità consacrata a Dio.

La pasqua

La cui prima espressione è la ritualizzazione di quell'evento nella celebrazione della pasqua. Da festa di nomadi che ricordava la primavera, la pasqua e gli Azzimi vengono caricati del significato storico della liberazione. “Ma tutto questo avvenne come tipo od esempio per noi” (1Cor 10,6). L’agire di Dio è perenne, e si attualizza attraverso “segni” o “memoriali”: la grande festa di pasqua è per Israele occasione per sentire “di essere anche noi, assieme ai nostri padri, liberati dall’Egitto” (rito della cena ebraica).
Analizziamo più da vicino il senso di questa prima pasqua.
Il fatto: nella notte di morte, l’angelo sterminatore ‘passa oltre’ le porte degli Ebrei. Dio li libera dalla morte e dalla schiavitù.
L’evento: è gesto potente di Dio contro ogni potenza umana ingiusta; è atto di signoria su ogni idolatria; è gratuità di salvezza e di vita nei confronti del suo popolo; è giudizio di condanna per chi lo rifiuta.
Il memoriale: Israele vi legge la radice della sua storia e il senso perenne dell’agire di Dio. Allora ne vuol fare memoria per sempre, ma una memoria che riconosce l'attualità ed l'efficacia dell’azione di Dio, dove ognuno si sente coinvolto personalmente e oggetto della salvezza di Dio (zikkaron, in ebraico). Israele traduce questo memoriale nel segno del banchetto pasquale, perché ogni famiglia celebri, nel clima di lode e ringraziamento, quel Dio che sempre, ora e qui, salva il suo popolo.
Ecco un brano della “Aggadà di Pesah”, la pasqua ebraica: “Di generazione in generazione, è un dovere per l’uomo considerarsi come se lui stesso fosse uscito da Misraim. Poiché è detto: E tu racconterai a tuo figlio, in quel giorno, dicendo: In vista di tutto questo, Adonai agì per me, quando io uscii da Misraim. Non solo i nostri padri egli salvò, il Santo, benedetto egli sia; ma anche noi stessi, in loro, egli salvò. Poiché è detto: E ci fece uscire da laggiù, per condurci e darci il paese che ai nostri padri egli aveva giurato. Ecco perché abbiamo il dovere di ringraziare e lodare, di encomiare e celebrare, di elevare ed esaltare, di magnificare, glorificare e benedire colui che fece per i nostri padri tutti questi segni: che ci portò dalla schiavitù verso la libertà, dall’angoscia verso la gioia, dall’oppressione verso l’affrancamento. E cantiamo davanti al suo volto un canto nuovo: Alleluia”.

Chi “porta a compimento” l’agire di Dio e la sua opera di liberazione è Cristo. Gesù, rinnovando la Pasqua, fa compiere a tutti, attraverso il passaggio nelle acque del Battesimo, l’esodo definitivo, quello che fa giungere fino alla Terra Promessa della Gerusalemme celeste.

Gesù in questo contesto ha celebrato la sua Pasqua, e ha comandato di farne memoria.
Il fatto, di cui si deve far memoria, è la sua morte e risurrezione ( .. il suo esodo verso la vita piena).
L’evento, che quel fatto significa, è l’esodo definitivo di tutta l’umanità - in Cristo come primizia e capo - dalla schiavitù della condizione terrestre a quella celeste col passaggio dalla morte alla risurrezione, e prima ancora dal peccato alla grazia. Tale atto è possibile perennemente per la potenza dello Spirito di Cristo risuscitato e vivo.
Il memoriale: quest’evento è stato rivestito di un segno, il nuovo banchetto pasquale (l’Ultima Cena), dove è presente l’Agnello immolato nell'atto di redimere (corpo spezzato, sangue sparso, e - come riferisce Giovanni - identificazione di Gesù con l'agnello che in quel venerdì santo, vigilia di pasqua, gli ebrei offrivano al tempio). Viene ‘mangiato’ per sottolineare l’attualità e l'efficacia di quell’atto salvifico di Cristo.
E’ il segno del Cenacolo (l’Eucaristia) che veste il fatto e l’evento del Calvario. Solo partecipando a questo banchetto ognuno può vivere il suo Getsemani, l’atto cioè di obbedienza che salva. “Io sono il pane della vita: chi mangia di questo pane vivrà in eterno. Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui chi mangia di me vivrà per me” (Gv 6,48-57).

Pasqua, Esodo, Eucaristia: si tratta di liberazione (dalla schiavitù del peccato, dalla morte) e di vita. Realtà ed immagini si mescolano: è il mistero di Dio che invade la storia per toccare ogni uomo col suo gesto salvifico.

Il mare

Infine l'evento del mare. Le acque, nella Bibbia, sono il simbolo di tutte le forze del caos, attraverso le quali Dio conduce con sicurezza il suo popolo. Il passaggio del mare diviene la rappresentazione, il “segno” per eccellenza, dell’intero evento dell’Esodo.
Mentre ‘pasqua’, più propriamente, va riferito alla notte dell’agnello, il ‘passaggio’ del Mar Rosso costituisce quella tipologia che ha assorbito tutto il resto. Questo fatto è entrato come primo articolo del ‘Credo storico’ d’Israele (cf. Gs 24,5-7) e nella preghiera di molti Salmi (77,14-21; 78,13; 106,8-12; 114,1-2; 136,11-15): “Venite e vedete le opere del Signore, mirabile nel suo agire sugli uomini. Egli cambiò il mare in terra ferma, passarono a piedi il fiume; per questo in lui esultiamo di gioia” (Sal 66,5-6).

In quelle acque, come in un sepolcro, si depone il corpo dell’Israele vecchio e schiavo e risorge l’Israele nuovo e libero. Così viene letto da san Paolo quel passaggio del mare: “Non voglio che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare. Ora ciò avvenne come esempio per noi” (1Cor 10,1-2.6).
Diviene così immagine e anticipo del nostro Battesimo: “Tu hai liberato dalla schiavitù i figli di Abramo facendoli passare illesi attraverso il Mar Rosso, perché fossero immagine del futuro popolo dei battezzati” (Rito del Battesimo). “Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti con lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della potenza del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,3-4).
Nella veglia pasquale la Liturgia Ambrosiana canta: “Ecco: in questa notte beata la colonna di fuoco risplende e guida i redenti alle acque che danno salvezza. Vi si immerge il maligno e vi affoga, ma il popolo del Signore salvo e libero ne risale” (Preconio). Qui dal tipo si è giunti alla realtà; veramente “tutti i segni delle profezie antiche oggi per noi si avverano in Cristo” (ibid.).
Se - nel libro dell’Esodo - un ponte è gettato dai tempi di Mosè a quelli di Salomone; nelle letture successive dell'Antico Testamento e poi nel Nuovo, nei Padri della Chiesa e nella Liturgia, quest'’arco viene prolungato, attraverso Cristo, fino al compimento della storia nel regno dei cieli.

Le letture successive

Colta la verità che l'iniziativa di salvezza viene daDio ed è ormai permanente, nella Bibbia stessa ci saranno diverse riprese attualizzanti di questo evento dell’Esodo.
Ne accenniamo a due.

La prima ripresa è per sognare un ‘nuovo esodo’, quello dalla schiavitù di Babilonia.
E’ il DeuteroIsaia che conforta gli esiliati, al primo accenno di libertà promesso da Ciro (538 a.C.).
“Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù” (Is 40,1-2).
“In quel giorno il Signore stenderà di nuovo la sua mano per riscattare il resto del suo popolo. Il Signore prosciugherà il golfo del mare d’Egitto e stenderà la mano contro il fiume con la potenza del suo soffio e lo dividerà in sette bracci così che si possa attraversare con i sandali. Si formerà una strada per il resto del suo popolo che sarà superstite dall'Assiria come ce ne fu una per Israele quando uscì dal paese d'Egitto” (Is 11,11.15-16).
“Una voce grida: nel deserto preparate la via del Signore.., si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà” (Is 40,3-5).
“Così dice il Signore che offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi insieme; essi giacciono morti: mai più si rialzeranno; si spensero come un lucignolo, sono estinti. Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa” (Is 43,16-19).

Dice il vangelo di Luca che Mosè ed Elia nella Trasfigurazione “parlavano con Gesù della sua dipartita (esodo) che egli avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (9,31).
E’ il terzo e definitivo esodo verso la libertà piena del Regno. Gesù è il capo di tutto un popolo incamminato verso la Gerusalemme celeste.
Tutto il libro dell’Apocalisse fa questa eccezionale ‘cronaca teologica’ dell’itinerario dell’esodo della Chiesa, che cammina dalle crisi e persecuzioni di questo mondo verso la meta sicura. Alla fine i salvati, i redenti, canteranno là sulla riva di un mare divenuto di cristallo per mitezza e splendore - come Mosè e Maria la profetessa sulla riva del mare - il cantico della salvezza raggiunta.

Ap 15,2-4:
Vidi pure come un mare di cristallo misto a fuoco e coloro che avevano vinto la bestia e la sua immagine e il numero del suo nome, stavano ritti sul mare di cristallo. Accompagnando il canto con le arpe divine, cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell’Agnello: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti! Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome?
Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te, perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati».


3 - L'ALLEANZA DI DIO CON GLI UOMINI

Questo dell'Alleanza è il tema più richiamato di tutta la Rivelazione biblica (287 volte) e può essere sintetizzato come storia delle diverse alleanze operate da Dio con il suo popolo. Molte sono le forme usate, ma l’unica vera decisione di Dio è quella di voler salvare l’uomo, stabilendo con lui un vincolo che implichi la sua adesione libera e responsabile. Tutta la Bibbia è un DIALOGO: alla proposta salvatrice di Dio l’uomo è chiamato a rispondere con coscienza e libertà.

Questa dell'Alleanza è la 'categoria' che sta alla base di ogni intervento di Dio nella Bibbia.
Già con Abramo (Gen 15) Jahvè conclude un ‘berit’, un’alleanza, espressa con un gesto di scongiuro, gli animali tagliati a metà, attraverso i quali i contraenti devono passare. Dio fa liberamente delle promesse; ma richiede una risposta fedele da Abramo.
Il libro del Deuteronomio rilegge l’Alleanza al Sinai come un trattato di tipo assiro: Dio e il popolo si impegnano reciprocamente. Questo però non è un contratto legalistico; è piuttosto un chinarsi di Dio a sollecitare un consenso pieno da parte dell'uomo: “Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, ma perché il Signore vi ama... Riconoscete dunque che il Signore vostro Dio è Dio, un Dio fedele" (Dt 7,7-9).
Con Davide Dio stringe un’altra alleanza; è la promessa di un casato, fatta da Natan (2Sam 23,5). Anche qui non è un legittimare 'comunque' una discendenza, ma è solo alla condizione della “giustizia e del diritto” (Sal 89,15) che Dio sarà fedele. Questo rapporto riguarda più la comunità religiosa che non lo stato; l’alleanza è costruita sulle esigenze di fraternità, giustizia e pace: Dio salva il popolo fedele!
Una parola a parte merita l’alleanza come è riletta dai profeti. Questi accentuano l’aspetto di rapporto libero, spirituale, interiore, sviluppando la ‘teologia del cuore’. La loro è una alleanza SPONSALE, secondo Osea, Geremia ed Ezechiele.
Una alleanza col mondo e col cosmo è quella sancita con Noè.

L'Alleanza sinaitica è certamente quella fondamentale: il popolo di Dio è nato qui, un popolo cioè non solo liberato, ma maturato per un dialogo. Qui è la sorgente della Torah: la Legge rappresenta tutto per Israele.
La sua descrizione nell’Esodo è un ‘memoriale’, è come una grande Liturgia celebrata nel tempio, anticipata qui ed enfatizzata. La ricorrente celebrazione del culto al tempio, nella quale si attualizza e rivive l’Alleanza sinaitica, diventa evento contemporaneo, perché Dio è disponibile a fare e rinnovare la sua alleanza con ogni popolo.

A questo dono gratuito di Dio, il popolo risponde con infedeltà. Si sviluppa così tutto il tema dell’intercessione di Mosè, del perdono, del castigo, della selezione...: tematiche riprese lungo l’esperienza del deserto.

Ma l’infedeltà diventa un ‘vizio’, qualcosa di ricorrente. C’è bisogno di un ulteriore intervento di Dio. Forse è necessaria una NUOVA ALLEANZA che interiorizzi di più il dialogo e la fedeltà tra Dio e uomo. Ne parlano Geremia ed Ezechiele.

Ger 31,31-34:
«Ecco verranno giorni - dice il Signore - nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore.
Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato».

Il Deuteronomio parla di ‘circoncisione del cuore’: “Il Signore tuo Dio circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua discendenza, perché tu ami il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima e viva” (Dt 30,6). La legge va interiorizzata, fino al livello della propria personale coscienza.

Ezechiele si spingerà più avanti: questa nuova alleanza avrà come caratteristica un “cuore nuovo”, uno “spirito nuovo”. Quando nella Bibbia si parla di ‘spirito’ s’intende Dio in quanto si vuol comunicare all'uomo e trasformarlo.

Ez 36,24-28:
"Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio".

Gesù nel realizzare questa nuova e definitiva alleanza, parlerà del dono dello Spirito santo come della forza interiore, la nuova legge per il cristiano, che rivela la verità tutta intera e lo sospinge alla vita: “Poiché la legge dello Spirito, che dà la vita per mezzo di Cristo Gesù, ci ha liberati dalla legge del peccato e della morte” (Rm 8,2). Paolo parla ormai di una vita “secondo lo Spirito”, opposta a quella ‘secondo la carne”: “I desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi” (Rm 8,6-9).

Più precisamente sarà Cristo stesso la Nuova Alleanza, in quanto intermediario sostanziale tra l’umano e il divino. San Paolo ne sottolineerà l’assoluta gratuità e novità rispetto all’antica Legge (Gal 4,21-31). Cristo sarà il sacerdote definitivo che nel tempio celeste celebra continuamente questa liturgia di riconciliazione, fatta una volta per tutte con lo spargimento del suo sangue (cf. la Lettera agli Ebrei).
Nell’Eucaristia - riflesso in terra della liturgia celeste, sacramento della nuova ed eterna alleanza - si raccolgono tutte le immagini del passato: banchetto, sangue, parola, dono dello Spirito, .. ma anche risposta libera e fidente dell’uomo, ringraziamento per la perenne iniziativa di Dio che vuole fare comunione con tutti.


4 - L'ESPERIENZA DEL DESERTO

Per gli autori biblici il periodo trascorso da Israele nel deserto era diventato, più che un preciso ricordo dei fatti ben documentati, un'epoca emblematica, e il deserto un luogo simbolico ricco di insegnamenti per l'esistenza del popolo d'Israele.

a. Deserto, tempo di prova

Ogni amore richiede la prova. La fedeltà a questo valore deve essere frutto di scelte difficili. L’Alleanza di Israele con Dio, opera d'amore, è collocata entro la dura esperienza del deserto.
Questo fu tempo di rigida pedagogia. Dio permette una situazione di disagio. Il popolo “mormora” contro Mosè. Dio interviene con doni: l’acqua, la manna, le quaglie, la liberazione dai serpenti e dai nemici. Il popolo è educato alla dipendenza da Dio, per sentirsi tutto affidato alla sua provvidenza.
Spesso la prova produce ribellione; e allora giungono castigo e selezione. E’ il libro del Deuteronomio che fa questa lettura pedagogica del deserto. “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te. Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie e temendolo” (Dt 8,2-6).
Il deserto è un luogo arido e sterile, “un luogo inospitale, dove non si può seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni e dove non c’è acqua da bere” (Nm 20,5). E' luogo dove l’attività umana non può “produrre”. E' simbolo della sterilità e della morte. E’ dunque il segno della incompiutezza e della limitatezza umana. Nello stesso tempo è il luogo della potenza vivificante di Dio che, assieme all’acqua e alla manna, dona la ‘torah’. Nel deserto Israele ha imparato che un’esistenza umana non è possibile senza lasciarsi “nutrire” da Dio.
In sostanza il deserto è esperienza della adolescenza di un popolo che deve maturare e scegliere. Se, da una parte, c’è prevalenza di iniziativa e premura di Dio, dall’altra è richiesto ingaggio e rischio di libertà responsabile da parte di tutto il popolo. Il deserto è avvio alla libertà dopo la schiavitù. E' spinta alla libertà fino alla terra promessa: una libertà responsabile ma non autonoma; una libertà normata dalla Legge e dalla guida di Dio.

“Ora ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. Non mormorate, come mormorarono alcuni di essi. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio e sono state scritte per avvertimento nostro. Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla” (1Cor 10,6.10.13).
L’atteggiamento spirituale richiesto non è la ribellione, ma la preghiera: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano, ..non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. “Il Signore vostro Dio vi mette alla prova per sapere se amate il Signore vostro Dio con tutto il cuore e con tutta l'anima” (Dt 13,4).

b. Deserto, tempo del fidanzamento

“Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata” (Ger 2,2). I Profeti torneranno - dalla terra ormai posseduta e da una infedeltà ormai permanente derivante dal “benessere” - al ricordo nostalgico del deserto, un po’ idealizzato e lontano, quando, nella essenzialità del vivere e nella tensione verso la Terra Promessa, Israele seguiva con fedeltà il suo Dio che era innamorato di lui e lo guidava con passione verso la libertà. Questo canto dell'amore sponsale costituisce la rilettura singolare che i profeti fanno dell’Alleanza e del deserto.

E’ l’antologia più sublime di tutta la Bibbia, dove Dio prende atteggiamenti umani tenerissimi, entra nella storia del suo popolo con la passione propria di un amore umano fatto di slanci, di sogni, di promesse; fatto anche di tormenti, di delusioni, di sgomento, di richiami e di castighi; e alla fine di grandi scelte d’amore maturo: cioè fedele, misericordioso e paziente.
I profeti parlano della tenerezza di Dio come quella di un padre che si china sul figlio, di una madre legata “visceralmente” al proprio bambino, di uno sposo innamorato che è tutto premuroso per la sua sposa, anzi, di un marito dal cuore così grande da essere capace di perdono verso la moglie infedele. In questa chiave sponsale il peccato è visto come adulterio: l’amore di Dio si esprime allora in dolore e sgomento.

Vertice di questa vicenda è il grande incontro nuziale che è l'Incarnazione, realizzato dapprima pienamente in Cristo e poi proposto a tutti gli uomini. Dio unisce a Sé l’umanità per farla “simile a Lui”, in una comunicazione-comunione che va oltre ogni sogno umano di felicità e vita terrena.

I temi delle prove del deserto e dell’alleanza sono ripresi in chiave personale, interiore e affettiva, dove è messa in luce l'assoluta gratuità dell'iniziativa di Dio che si autoconsegna all’uomo. Viene però esigita l'assoluta sincerità della risposta dell’uomo. Non si richiedono gesti o culto esteriore, ma il “sacrificio spirituale” del cuore che ama: “Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli all’Altissimo i tuoi voti; invocami nel giorno della sventura: ti salverò, e tu mi darai gloria” (Sal 50,13-15).

Leggiamo qualche pagina di questi profeti.

1. "Quando Israele era giovinetto.."

Proviamo a chiedere a bruciapelo a Dio: “Chi te lo fa fare?”. Nonostante trovi un muro refrattario, cosa muove il cuore di Dio ad amare l’uomo? Nell’Esodo la risposta a tale domanda è collocata in uno dei momenti più drammatici: quando Dio minaccia la morte del primogenito del faraone. “Allora tu dirai al faraone: così dice il Signore: Israele è il mio figlio primogenito. Io ti avevo detto: lascia partire il mio figlio perché mi serva! Ma tu hai rifiutato di lasciarlo partire. Ecco io faccio morire il tuo figlio primogenito” (Es 4,22-23). Primogenito per primogenito!

Os 11,1-4:
Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Ma più li chiamavo, più si allontanavano da me; immolavano vittime ai Baal, agli idoli bruciavano incensi.
Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare.

L’amore di un padre, di fronte anche al figlio più discolo, non può che dire: “Cosa vuoi farci..., o massall o mantegnill !”. “Come potrei abbandonarti, Efraim? come consegnarti ad altri, Israele? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all'ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira” (Os 11,8-9). Come un legame di sangue unisce l’uomo a Dio: “Ti ho disegnato sulle palme delle mie mani” (Is 49,16), come un tatuaggio tribale che esprime una solidarietà di razza. Dio vive veramente un amore “viscerale" per l’uomo: “Efraim è un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto. Infatti dopo averlo minacciato, me ne ricordo sempre più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza - oracolo del Signore” (Ger 31,20).

E’ l’amore tenace e possessivo di una madre: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15). “I suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò” (Is 66,12-13).

Con l’incarnazione del Verbo, di suo Figlio, Dio si imparenta con l’umanità, divenendo nostro “consanguineo”, partecipe fino in fondo della condizione di uomo: “Pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e diventando simile agli uomini..” (Fil 2,6-7).
Una solidarietà creaturale ci unisce a Cristo, perché “in Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, .. predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (Ef 1,4-5). E siccome Lui è il Primogenito, ognuno di noi diventa per grazia ciò che Lui è per natura. Per questo Gesù ci ha insegnato a pregare: “Padre nostro...”; e ci ha chiesto di avere con Dio la confidenza propria del bambino che chiama il suo babbo: Abbà!

2. Il fidanzamento di Dio

Chi l’avrebbe mai detto: Dio è un nostalgico! “Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata. Israele era cosa sacra al Signore" (Ger 2,2-3). Nel deserto era sorto il primo amore tra Dio e Israele.
I Profeti ne hanno fatto un tema proprio col leggere in chiave sponsale l’Alleanza. Il peccato è visto come adulterio e tutto il cammino nel deserto come il luogo dell’educazione all’amore. “Il Signore vostro Dio vi ha messo alla prova per conoscere se amate il Signore vostro Dio con tutto il cuore e con tutta l'anima” (Dt 13,4).

Ezechiele su questo tema ha una delle pagine più sublimi di tutta la Bibbia. Immagina che Israele sia come una bambina appena nata, che i suoi genitori hanno esposta per destinarla alla morte.

Ez 16,4-6:
Alla tua nascita, quando fosti partorita, non ti fu tagliato l’ombelico e non fosti lavata con l’acqua per purificarti; non ti fecero le frizioni di sale, né fosti avvolta in fasce. Occhio pietoso non si volse su di te per farti una sola di queste cose e usarti compassione, ma come oggetto ripugnante fosti gettata via in piena campagna, il giorno della tua nascita. Passai vicino a te e ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue e cresci come l’erba del campo.

“Vivi e cresci” è la prima parola di Dio sull’uomo; ma poi molto di più:

Ez 16,7-14:
Crescesti e ti facesti grande e giungesti al fiore della giovinezza: il tuo petto divenne fiorente ed eri giunta ormai alla pubertà; ma eri nuda e scoperta. Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia.
Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue e ti unsi con olio; ti vestii di ricami, ti calzai di pelle di tasso, ti cinsi il capo di bisso e ti ricoprii di seta; ti adornai di gioielli: ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo: misi al tuo naso un anello, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo. Così fosti adorna d’oro e d’argento; le tue vesti eran di bisso, di seta e ricami; fior di farina e miele e olio furono il tuo cibo; diventasti sempre più bella e giungesti fino ad esser regina. La tua fama si diffuse fra le genti per la tua bellezza, che era perfetta, per la gloria che io avevo posta in te, parola del Signore Dio.

Se Dio prima ci crea per la vita, poi ci cerca per l’AMORE! Un amore giovanile, appassionato, quale traluce nella dolcissima parabola d’amore del Cantico dei Cantici: “Mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo. - Unica è la mia colomba; la mia perfetta. - Quanto sei bella e quanto sei graziosa, o amore, figlia di delizie!" (4,9; 6,9; 7,7).

Un innamoramento con esplicita promessa di matrimonio: “Si, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,5). E la sposa attenta sente l’arrivo dell’innamorato: “Eccolo, viene saltellando per i monti, balzando per le colline. Somiglia il mio diletto a un capriolo o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia attraverso le inferiate” (Cant 2,8-9).

Veramente per amore il nostro Dio ha scavalcato gli abissi che separano divinità e umanità. S’è fatto Sposo (cf. Mt 9,15 e Gv 2,10) per realizzare quel sublime mistero, l’Incarnazione, che è il cuore e il contenuto di tutta la nostra fede. Scrive sant'Agostino: “L’utero della Vergine fu la stanza nuziale nella quale si sono uniti lo Sposo e la Sposa, il Verbo e la carne” (In 1Gv). “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” - modello dell’amore sponsale (Ef 5,25-32).
L'Apocalisse userà l'immagine della Gerusalemme celeste “pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21,2), per indicare la Chiesa quale “sposa dell’Agnello” (Ap 21,9).
San Paolo dirà di ogni vero cristiano: “Vi ho promesso a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo” (2Cor 11,2). “Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve” (Ap 2,17). E’ come il brillantino del fidanzamento ...!

Quanto poi Israele sia stato fedele a questo primo amore nato nel deserto, lo dice un lamento in Geremia: “Si dimentica forse una vergine dei suoi ornamenti, una sposa della sua cintura? Eppure il mio popolo mi ha dimenticato per giorni innumerevoli” (Ger 2,32).
E noi, quante volte abbiamo abbandonato “la veste nuziale” (cf. Mt 22,12)? Per questo la nostalgia di Dio per il primo amore, si trasforma in richiamo pressante e forte: “Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima” (Ap 2,4-5).

3. La vicenda di Osea

C’era un uomo chiamato Osea. Aveva sposato una donna cui voleva molto bene. Da lei aveva avuto tre bei bambini. Vivevano felici. Un giorno però la donna lasciò la casa, abbandonò i figli per seguire altri amanti. Osea ne rimase sconcertato. A questo punto Dio lo chiama a fare il profeta perché dica a tutti come un medesimo dramma tormenti il cuore di Dio nei confronti del suo popolo infedele.

Osea 2,4-10:
Accusate vostra madre, accusatela, perché essa non è più mia moglie e io non sono più suo marito! La loro madre si è prostituita, la loro genitrice si è coperta di vergogna. Essa ha detto: «Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane e la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande».
Perciò ecco, ti sbarrerò la strada di spine e ne cingerò il recinto di barriere e non ritroverà i suoi sentieri. Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà, li cercherà senza trovarli. Allora dirà: «Ritornerò al mio marito di prima perché ero più felice di ora». Non capì che io le davo grano, vino nuovo e olio e le prodigavo l’argento e l’oro che hanno usato per Baal.

Per Israele la nostalgia d’Egitto non era solo per le cipolle; era anche tentazione di avere un Dio più comodo e manipolabile, meno esigente e misterioso: “Dissi loro: Ognuno getti via gli abomini dei propri occhi e non vi contaminate con gl'idoli d'Egitto: sono io il vostro Dio. Ma essi mi si ribellarono e non mi vollero ascoltare: non gettorono via gli abomini dei propri occhi e non abbandonarono gl'idoli d'Egitto; essi non camminarono secondo i miei decreti, disprezzarono le mie leggi, che bisogna osservare perché l'uomo viva" (Ez 20,7-8,13).
Si fa in fretta a dimenticare i benefici di Dio: "Così dice il Signore: Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri per allontanarsi da me? Essi seguirono ciò che è vano, diventarono loro stessi vanità e non si domandarono: Dov'è il Signore che ci ha fatti uscire dal paese d'Egitto, ci guidò nel deserto?" (Ger 2,5-6).
Da questa situazione di incoerenza nascono i richiami forti di Dio attraverso l’esperienza del fallimento e della “nudità”: “Perciò anch'io tornerò a riprendere il mio grano, a suo tempo, il mio vino nuovo nella sua stagione; ritirerò la lana e il lino che dovevan coprire le sue nudità. Scoprirò allora le sue vergogne agli occhi dei suoi amanti e nessuno la toglierà dalle mie mani. Devasterò le sue viti e i suoi fichi, di cui essa diceva: Ecco il dono che mi han dato i miei amanti. La ridurrò a una sterpaglia e a un pascolo di animali selvatici" (Os 2,11-14).

Le prove e i castighi di Dio hanno sempre un valore educativo. La sofferenza, si dice, è come l'ottavo sacramento, perché ci ridimensiona davanti a noi stessi e ci fa rinsavire davanti a Dio. Forse anche tu sei stato scosso da qualche disgrazia, e hai capito che Dio ti richiamava con metodi forti dopo che avevi snobbato altri infiniti richiami d'amore! Dio è un educatore robusto: "Quelli che Dio ama... castigat" (Ap 3,19). "Perciò ecco - prosegue Osea - ti sbarrerò la strada di spine e ne cingerò il recinto di barriere, e non ritroverà i suoi sentieri. Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà, li cercherà senza trovarli. Allora dirà: Ritornerò al mio marito di prima perché ero più felice di ora" (Os 2,8-9).

E allora nasce il pentimento. “Tornerò ...”: sarà la stessa esperienza del figliol prodigo, dopo aver “pestato il naso” nella sua illusione di emancipazione dal padre: “Avrebbe voluto saziarsi con le ghiande che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: si mise a riflettere sulla sua condizione e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre ho peccato contro il Cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre" (Lc 15,16-20).
Il pentimento può nascere e svilupparsi anche dalla esperienza del danno che ci deriva dal peccato. Stare con Dio si sta sempre meglio! Questo atteggiamento è indicato dal Concilio di Trento come “attrizione”.

4. Lo sgomento di Dio

“Popolo mio che male ti ho fatto? In che ti ho contristato? Rispondimi! Io ti avevo guidato fuori dall'Egitto, e tu hai preparato la croce al tuo Salvatore. Perché ti ho guidato per quarant’anni nel deserto, ti ho sfamato con manna, ti ho introdotto in un paese fertile, tu hai preparato la croce al tuo Salvatore? Che altro avrei dovuto fare e non ti ho fatto? Io ti ho piantato come mia scelta e florida vigna, ma tu mi sei diventata aspra e amara; poiché mi hai spento la sete con aceto, e hai piantato una lancia nel petto del tuo Salvatore” (Liturgia romana del Venerdì Santo).
E’ lo sgomento di Dio di fronte al tradimento del suo popolo. Egli si aspettava molto da esso, ma ne rimase deluso: è il canto nostalgico d’un innamorato tradito.

Is 5,1-7:
Canterò per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica.
Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica?
Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.
Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi.

Come fa l’uomo - pensa il Signore - “ad abbandonare me, sorgente d’acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono acqua?” (Ger 2,13). “Israele era cosa sacra al Signore, la primizia del suo raccolto; quanti ne mangiavano dovevano pagarla, la sventura si abbatteva su di loro” (Ger 2,2-3). Più protetto di così?! “Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?” (Ger 2,21).
Dio stesso non capisce e, scuotendo la testa con compassione, dice: ... sei come una cavalla pazza, non ti si può far ragionare: “Considera i tuoi passi là nella valle, riconosci quello che hai fatto, giovane cammella leggera e vagabonda, asina selvatica abituata al deserto: nell'ardore del tuo desiderio aspiri l'aria; chi può frenare la tua brama? Quanti la cercano non devono stancarsi: la troveranno sempre nel suo mese. Perché il mio popolo dice: Ci siamo emancipati, più non faremo ritorno a te? Si dimentica forse una vergine dei suoi ornamenti, una sposa della sua cintura? Eppure il mio popolo mi ha dimenticato per giorni innumerevoli" (Ger 2,23-32). Mistero insondabile e incomprensibile è quello del peccato! Comunque sentito da Dio come un “adulterio”, un tradimento dell’amore.

“Se un uomo ripudia la moglie ed essa, allontanatasi da lui, si sposa con un altro uomo, tornerà il primo ancora da lei? Ti sei disonorata con molti amanti e osi tornare da me? Oracolo del Signore. E ora forse non gridi verso di me: Padre mio, amico della mia giovinezza tu sei! Serberà egli rancore per sempre? Conserverà in eterno la sua ira? Così parli, ma intanto ti ostini a commettere il male che puoi" (Ger 3,1.4-5).
Si fa quasi patetico questo Dio, nell’ostinarsi a sognare un ravvedimento, un ritorno: “Io pensavo: Come vorrei considerarti tra i miei figli e darti una terra abitabile, una eredità che sia l'ornamento più prezioso dei popoli! Io pensavo: Voi mi direte: Padre mio, e non tralascerete di seguirmi. Ma come una donna è infedele al suo amante, così voi, casa di Israele, siete stati infedeli a me" (Ger 3,19-20).

Allora Dio si fa supplichevole: “Se il mio popolo mi ascoltasse! Se Israele camminasse per le mie vie! Subito piegherei i suoi nemici. e contro i suoi avversari porterei la mia mano. Li nutrirei con fiore di frumento, li sazierei con miele di roccia” (Sal 81,14-15.17). “Ritorna, Israele ribelle, dice il Signore. Non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché io sono pietoso, dice il Signore. Non conserverò l’ira per sempre” (Ger 3,12).

E prosegue il canto del Venerdì Santo, quale centone di espressioni profetiche:

“Io per te ho flagellato l’Egitto e i primogeniti suoi,
e tu mi hai consegnato per essere flagellato.
Ti ho guidato fuori dall’Egitto
e ho sommerso il faraone nel Mar Rosso,
e tu mi hai consegnato ai capi dei sacerdoti.
Io ho aperto davanti a te il mare,
e tu mi hai aperto con la lancia il costato.
Io ti ho fatto strada con la nube,
e tu mi hai condotto al pretorio di Pilato.
Io ti ho nutrito con la manna nel deserto,
e tu mi hai colpito con schiaffi e flagelli.
Io ti ho dissetato dalla rupe con acqua di salvezza,
e tu mi hai dissetato con fiele e aceto.
Io per te ho colpito i re dei Cananei,
e tu hai colpito il mio capo con la canna.
Io ti ho posto in mano uno scettro regale,
e tu hai posto sul mio capo una corona di spine.
Io ti ho esaltato con potenza,
e tu mi hai sospeso al patibolo della croce”.

5. "Mi chiamerai marito mio"

Al dolore di Dio, al suo sconcerto di fronte al tradimento dell’uomo, succede la sua iniziativa di ricupero e di salvezza. E’ ancora la sorprendente vicenda familiare di Osea che si conclude col suo gesto altissimo di carità e di perdono riaccogliendo in casa la donna infedele.

Osea 3,1:
Il Signore mi disse: "Ama la tua donna, anche se ti tradisce con un amante. Amala, come il Signore ama gli Israeliti, anche se si rivolgono ad altre divinità e si dilettano nell'offrire agli idoli dolci di uva passa".

Quando in questa coppia tra Dio e uomo (nell'Alleanza), il partner umano è infedele, da parte di Dio non c’è che una scelta: quella della misericordia e del perdono.

Osea 2,16-18:
Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. E avverrà in quel giorno - oracolo del Signore - mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone. Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal, che non saranno più ricordati.

L’iniziativa parte sempre da Dio: “Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,6-8). Il Dio della Bibbia è un Dio che ci vuol mostrare più che un amore di benevolenza, un amore di misericordia e di perdono. Continua ad amarci anche quando noi gli sputiamo in faccia.

Gesù ha parlato a lungo del cuore di questo Dio presso il quale “ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusti...” (Lc 15,7). Egli è il buon pastore che va in cerca della pecora smarrita (Lc 15,3-7); è il padre della parabola che fa festa al ritorno del figlio prodigo (Lc 15,11-32). Noi a Dio - insegna sant'Agostino - non possiamo regalare niente che già Lui non abbia, tranne una cosa: dargli gioia col chiedergli perdono!
Scrive sant'Ambrogio: “Non leggo nella Bibbia che Dio si sia riposato quando creò il cielo e la terra o le piante e gli animali; leggo che si è riposato quando creò l’uomo perché finalmente aveva trovato uno cui potesse perdonare” (Esamerone).

6. "Ti farò mia sposa per sempre"

Alla fine il sogno grande di questo Sposo divino si realizza.

Osea 2,21-25:
Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.
E avverrà in quel giorno - oracolo del Signore - io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; la terra risponderà con il grano, il vino nuovo e l’olio e questi risponderanno a Izreèl. Io li seminerò di nuovo per me nel paese e amerò Non-amata; e a Non-mio-popolo dirò: Popolo mio, ed egli mi dirà: Mio Dio.

Il verbo ebraico qui usato fa riferimento al matrimonio con una vergine; Dio abolisce totalmente il passato adultero di Israele per renderlo creatura nuova. Questa è la magnanimità del perdono di Dio.
“Poiché tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome; tuo redentore è il Santo d’Israele, è chiamato Dio di tutta la terra. Come una donna abbandonata e con l'animo afflitto, ti ha il Signore richiamata. Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? Dice il tuo Dio. Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore. In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ha avuto pietà di te, il tuo redentore, il Signore" (Is 54,5-8). Com’è fine Iddio: in verità è Israele che ha abbandonato il Signore!
“Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma tu sarai chiamata Mio compiacimento e la tua terra, Sposata, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te" (Is 62,4-5).

Sarà Cristo a presentarsi come l’autentico Sposo della nostra umanità (cf. Mt 9,15). Segno visibile di questo sposalizio - che è l'Incarnazione - saranno le nozze di Cana (Gv 2,1-11). Pure san Paolo parlerà di matrimonio tra Cristo e la Chiesa (Ef 5,25), e tra Cristo e ogni cristiano: “Io provo infatti per voi una gelosia divina, avendovi promesso a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo" (2Cor 11,2).
L’Apocalisse ne pregusta la celebrazione come nozze dell’Agnello: “Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le nozze dell'Agnello; la sua sposa è pronta, le hanno dato una veste di lino puro spendente. La veste di lino sono le opere giuste dei santi" (19,7-9).
“Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni! - Sì, verrò presto! - Amen. Vieni, Signore Gesù!” (22,17.20).

c. Deserto, alla ricerca del volto di Dio

Sul filo di questa intimità sponsale tra Dio e il suo popolo, si apre il terzo filone di spiritualità del deserto, vissuto poi dal grande movimento del monachesimo cristiano, quello della RICERCA DEL VOLTO DI DIO. L'abbiamo trovato nella esperienza mistica di Mosè (i suoi 40 giorni sul monte), e di Elia, alla ricerca di Dio sull'Oreb. Sono gli squarci di cielo che si collegano al mistero della Trasfigurazione, e quindi alle esperienze di fede che ogni cuore innamorato di Dio ha bisogno di provare nel suo cammino verso la terra promessa.

Sarà la stessa esperienza di Gesù: si ritirava in luoghi deserti a pregare nell'intimità col Padre (cf. Mc 1,35-37; Lc 5,15-16; Mt 14,23..); e sarà Lui, Gesù, a rifare i quaranta giorni di preghiera di Mosè nel deserto, finché non si avvicinerà satana per tentarlo. Corroborato così dalla lunga esperienza di preghiera e di intimità col Padre, Gesù sarà capace di vincere tutte le tentazioni che Israele ha avute e dire di sì a Dio: preferendo la parola al pane, la fiducia al miracolo, il servizio di Dio al miraggio di dominio.

La lezione è evidente: la vita è un deserto con le sue inevitabili prove che Dio semina per provocare abbandono in Lui, quasi voglia spremere da noi un atto di fiducia pura e di affidamento totale a Lui. Ma saremo capaci di compiere tale abbandono solo se avremo sperimentato un poco l'intimità con Dio. E' la logica interna dell'esistenza di fede. Dio da noi non vuole cose o opere: vuole solo questo atto di fiducia. Quando uno, in qualche modo sufficiente a giudizio di Dio, lo esprime nella vita, Dio ne ha abbastanza. Per questo è impossibile non avere prove: sono la materia prima con la quale Dio ci chiede questo affidamento rischioso.
Guai però ad avventurarsi nel deserto senza una scorta di esperienza di Dio: si è continuamente tentati di ribellione. L'impegno più urgente nella vita è maturare profondamente e presto una intimità con Dio, perché al tempo della prova si possa dire come Abramo: sul monte il Signore provvede! Gesù al Getsemani ce lo aveva raccomandato: Pregate, per non cedere nella prova; lo spirito è pronto, ma la carne è debole!


5 - L'ESODO DI GESU' E IL NOSTRO ESODO

Secondo il vangelo di Luca, durante la Trasfigurazione, Gesù parlava con Mosè ed Elia “della sua dipartita (esodo, nel testo greco) che egli avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (Lc 9,31). Gesù compie quindi l’esodo definitivo verso la vera terra promessa, il Regno di Dio. Con lui si incamminano l’umanità tutta e il creato (cf. Rm 8,19-21). La sua morte-risurrezione è l’esodo del primogenito, della primizia: “poi alla sua venuta quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza..., perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,23-28).

I vangeli leggono e interpretano tutta la vicenda di Gesù come attraverso un filtro: questo filtro è l’esodo che l’uomo Gesù, il Figlio di Dio, rifà come nuovo Israele, rispondendo però di sì alla premura di Dio, fino alla definitiva entrata nella “gloria”.
Ogni pagina evangelica vi fa allusione, a cominciare da Matteo che elabora il suo vangelo come un nuovo Pentateuco e fa di Gesù il nuovo Mosè. Rievoca le prove del deserto nelle tentazioni; rilegge gli episodi dell'infanzia nella tipologia dell'esodo: la persecuzione del re neonato, il parallelismo Gesù-Mosè ed Erode-faraone, la fuga notturna da Gerusalemme, la strage degli innocenti, l'esodo dalla Giudea all'Egitto e il suo ritorno dall'Egitto alla Galilea. Gesù diviene il nuovo e il vero Israele, l'autentico "primogenito di Dio": "Dall'Egitto ho chiamato mio figlio" (Mt 2,15), ricuperando da Osea.
Anche la Lettera agli Ebrei è tutta un parallelismo con l’Esodo (es. tra sacerdozio mosaico e quello di Cristo, tra quella Alleanza e questa nuova).
Soprattutto il vangelo di Giovanni costituisce l’interpretazione teologica della figura di Gesù come l’inveratore dell’antico esodo.

L’esodo della Chiesa è descritto nell’Apocalisse, che è come la cronaca teologica di questo itinerario esodico nel deserto, con le sue crisi interne, le persecuzioni e l'oppressione dei nuovi faraoni (romani o di turno). Tutta la comunità dei credenti procede verso la liberazione definitiva e le grandi nozze con l’Agnello, già prefigurate dalle immortali pagine dei profeti.
In particolare l’esodo della Chiesa oggi si attua attraverso l’itinerario sacramentale: dalla tentazione-conversione, al battesimo, all’Eucaristia, alla Pasqua. Questi sono i veri luoghi d’incontro efficace del popolo col Dio dell’esodo che rinnova oggi quei gesti antichi di prova, di purificazione, di riscatto, di alimentazione, di dono dei "cieli nuovi e terra nuova” come terra promessa definitiva.
Gli stessi testi liturgici sono trapunti di allusioni all’esodo; senza quella memoria non si capiscono. Mentre ne sono una attualizzazione, diventano anche un loro superamento, cioè un INVERAMENTO più personalizzato, interiore e definitivo.

Così fare Pasqua oggi è attuare il vero esodo progettato da Dio, realizzato nella persona di Gesù come primogenito e capo, che ora si dilata ad ogni membro di questo Corpo, per essere alla fine con Lui eredi della vera Terra Promessa.

a. L'esodo di Gesù

“Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre ...” (Gv 13,1).
Tutta la vita di Gesù è protesa a quel passaggio finale: “C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto” (Lc 12,50). E vuole che lo si capisca: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26).

La sua morte in croce, esodo definitivo, non è che il punto finale di un cammino che è durato tutta la vita. Nell’infanzia: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Mt 2,15); al battesimo nelle acque del Giordano; alle tentazioni nel deserto; a tutto il cammino verso Gerusalemme descritto da Luca, ... è stato un crescendo in obbedienza, affidamento e abbandono a Dio, fino all'obbedienza finale del Getsemani e della croce: “Non la mia ma la tua volontà”. In sostanza, l’esodo di Gesù è stato un esodo di docilità, all’opposto di quello di Israele. Cristo si è lasciato guidare, fino ad arrivare a dire: "Tutto è compiuto”. Egli infatti è la vite vera che finalmente dà soddisfazione al Padre, il vignaiuolo che si aspetta frutti buoni dalla sua vigna.
Per la solidarietà che ora ci lega a Cristo e per effetto dei suoi gesti sacramentali anche noi siamo già, in qualche modo, oltre l’esodo con lui: “Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù” (Ef 2,6). E’ il primogenito, che ha tracciato la strada e guida ora ognuno di noi.

Se Gesù in se stesso è il nuovo Israele, è presentato nel Nuovo Testamento anche come il nuovo Mosè che realizza in pieno la nuova Alleanza, l’esodo definitivo del suo popolo. “La legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità ci sono venute da Cristo” (Gv 1,17). Del resto - per il diacono Stefano - Gesù è appunto il profeta promesso a Mosè: “Dio vi farà sorgere un profeta tra i vostri fratelli, al pari di me” (At 7,37).
Gesù, nuovo Mosè, invera i segni dell’acqua, della manna, del serpente, della colonna di fuoco, dell’agnello, del deserto. Anzi si identifica con Jahvè stesso che salva e userà il termine IO SONO arricchito delle premure di Dio per l’uomo: “Io sono il pane vivo, l’acqua che disseta, il pastore, la strada, la vite, la luce ....”.

Anche se ben più grande è l’economia nuova portata da Gesù rispetto a quella antica:

2Cor 3,7-13:
Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu circonfuso di gloria, al punto che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore pure effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito? Se già il ministero della condanna fu glorioso, molto di più abbonda di gloria il ministero della giustizia. Anzi sotto quest’aspetto, quello che era glorioso non lo è più a confronto della sovraeminente gloria della Nuova Alleanza. Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto più lo sarà ciò che è duraturo. Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza e non facciamo come Mosè che poneva un velo sul suo volto, perché i figli di Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero.

La sua è una alleanza, una liberazione che va al cuore, perché, liberandoci dal peccato, realizza un popolo nuovo, quel medesimo popolo di Dio non riuscito al tempo di Mosè: “Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce; voi che un tempo eravate non popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia” (1Pt 2,9-10).

b. L'esodo della Chiesa

Il libro dell’Apocalisse è il libro dell’Esodo del Nuovo Testamento, perché presenta l’opera di liberazione compiuta da Cristo per il suo popolo sulla falsariga del primo esodo. Cristo è chiamato qui: “Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati mediante il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1,5-6).
Il tempo della Chiesa è tempo di lotta contro il nuovo faraone, satana e le sue incarnazioni nella storia; lotta compiuta e vinta da Cristo per la sua sposa, avendola portata nel deserto “su ali d’aquila” (Es 19,4) per essere difesa e nutrita.
Con immagini drammatiche la storia di questo scontro e della conseguente vittoria è evocata in visioni proprio a metà del libro.

Ap 12,1-9.13-17:
Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.
Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli.
Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio. Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente. Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. Ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca. Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù.

E’ una lotta dura che si sviluppa in castighi, flagelli e piaghe, annunciati dai sette sigilli e attuati dalle sette trombe: “Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio” (16,1); fino all’epilogo della caduta di Babilonia; e “poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte” (20,14). Ma Dio libera i suoi e pone su di loro il suo sigillo, come era avvenuto in Egitto nella notte dell’angelo sterminatore: “Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi” (7,3); e come all’uscita del Mar Rosso: “Vidi pure come un mare di cristallo misto a fuoco e coloro che avevano vinto la bestia e la sua immagine e il numero del suo nome, stavano sul mare di cristallo. Accompagnando il canto con le arpe divine, cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell’Agnello” (15,2-3).

La donna, la Chiesa, il nuovo popolo di Dio attende nella fedeltà il giorno del passaggio definitivo, le nozze dell’Agnello, quando tutti i bisogni del deserto saranno esauditi: “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole né arsura di sorte, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi” (17,16-17). Sarà la terra promessa definitiva, la nuova Gerusalemme, la creazione rinnovata, “Dio tutto in tutti”.

Ap 21,1-3:
Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”.

Nel cuore della Veglia pasquale, la Liturgia Ambrosiana canta: “Tutti i segni delle profezie antiche oggi per noi si avverano in Cristo. Ecco: in questa notte beata la colonna di fuoco risplende e guida i redenti alle acque che danno salvezza. Vi si immerge il Maligno e vi affoga, ma il popolo del Signore salvo e libero ne risale. Mangiamo questo pane senza fermento, memori che non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che viene da Dio. Questo pane disceso dal cielo vale assai più della manna, piovuta dall’alto come feconda rugiada. Essa sfamava Israele, ma non lo strappava alla morte. Chi invece di questo corpo si ciba, conquista la vita perenne” (Preconio).
Tutta la Liturgia pasquale attinge all’esodo antico, lo invera nei gesti attuali di Cristo, ne prospetta il compimento futuro: “Verrà certamente, in un batter di ciglio, come il lampo improvviso che guizza da un estremo all’altro del cielo”.

Già l’esodo antico era stato visto come un battesimo, anticipatore di quello di Cristo, l’unico che salva definitivamente:

1Cor 10,1-4:
Non voglio infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo.

Dopo che tutta l’umanità si è immersa nella morte di Cristo, ottiene di fare con lui il passaggio alla risurrezione e alla vita. “O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una nuova vita. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” (Rm 6,3-5). Oggi si tratta, una volta garantita questa possibilità di vita nuova, di modellarci su Cristo, di rivestirci del suo stesso stile di vita, di attuare il nostro battesimo: “Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,26-27); “Rivestitevi dunque del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri" (Rm 13,14).

L’epilogo di questa vita nuova sarà la sconfitta definitiva della padrona del mondo, la morte, e quindi la pienezza di vita: “E' necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!” (1Cor 15, 53-57).

L'esodo non sarà solo per l'uomo - nella sua interezza di anima e di corpo -; anche il cosmo seguirà l'esodo dell'uomo fino alla sua piena ricreazione come "cieli nuovi e terra nuova" (Ap 21,1). Scrive san Paolo: "La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo" (Rm 8,19-23).

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