Guida pastorale di Terra Santa tredicesimo capitolo


ABRAMO E LA CITTA’ DI EBRON



EBRON è la città di Abramo, padre delle religioni monoteistiche: l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam; e modello di FEDE. Gli Arabi chiamano appunto Ebron: EL-KHALIL - l’Amico -, la città dell’amico di Dio, Abramo. Gli Ebrei vi si sono insediati in un quartiere nuovo chiamato Kiriat Arba.
La città di Ebron è tutta raccolta in una conca attorno al mausoleo delle Tombe dei Patriarchi, costruito già dai tempi di Erode sopra la grotta di Makpelah, primo possedimento di Abramo per farvi la tomba di famiglia (Gen 23). I Crociati trasformarono la costruzione erodiana, già abbellita dagli Arabi, in basilica cristiana di sant'Abramo. Ora è condominio pericoloso tra Ebrei e Musulmani che ritengono d’essere i veri interpreti della religione di Abramo.
Ebron è ambiente caratteristico arabo, al confine col deserto, dove vi confluiscono per il mercato molti beduini. Interessante è il folklore locale e i souvenirs (ceramiche, vetro soffiato, tappetini beduini per la preghiera).

LA FIGURA DI ABRAMO

Abramo nella Bibbia segna una svolta: Dio entra personalmente nella storia di un uomo, di una famiglia e poi di un popolo, mescolandosi con le sue vicende, per educare l’umanità all’idea giusta e al rapporto autentico con Dio. Dio chiama Abramo ad una missione universale: "Lascia la tua terra, la tua tribù, la famiglia di tuo padre, e va’ nella terra che ti indicherò. Farò di te un popolo numeroso, una nazione grande. Il tuo nome diventerà famoso. Ti benedirò. Sarai fonte di benedizione. Per mezzo tuo io benedirò tutti i popoli della terra" (Gen 12,1-3). Siamo circa nell’anno 1850 a.C.
Abramo veniva dalla cultura mesopotamica, in cerca di pascoli come seminomade, si insedia prima al nord della Siria, a Harran, quindi scende nella terra di Canaan. Pianta il primo altare al suo Dio a Sichem, scende fino a Bersabea, per insediarsi definitivamente a Ebron, nella località di Mamre, a fianco del pozzo che esiste tuttora. Erode vi aveva fatto qui un luogo di culto; Adriano un mercato di schiavi; Costantino una basilica alla Trinità; coi Musulmani andò tutto in rovina.
E’ qui che, sotto le querce (siamo a mille metri sul mare), Abramo riceve la promessa di un figlio e di una vasta discendenza: sono tre strani personaggi che chiedono ospitalità; ma in sostanza è Dio che interviene a segnare col segno della "gratuità" il primo anello di questa progenie di benedizioni. Abramo è vecchio e Sara sterile; ride Sara dietro la tenda, incredula: "Posso ancora mettermi a fare l’amore? E mio marito è vecchio anche lui. Allora il Signore disse ad Abramo: Perché Sara ride? VI E’ FORSE QUALCHE COSA DI IMPOSSIBILE PER IL SIGNORE?" (Gen 18,1-15). Abramo crede, si fida delle promesse divine e accetta il patto d’amicizia che Dio gli propone con giuramento (Gen 15,1-18), segnandolo nella sua carne con il rito della circoncisione (Gen 17,1-14). Qui a Mamre vive un profondo rapporto di confidenza con Dio. Toccante e rivelatrice è l’intercessione di Abramo per Sodoma: "Forse in quella città vi sono cinquanta innocenti. Davvero tu li vuoi far morire? ... Può darsi che invece di cinquanta innocenti ve ne siano cinque di meno!... quaranta, ... trenta, ... venti, ...dieci! - Per amore di quei dieci non la distruggerò, rispose il Signore" (Gen 18,23-33).
Alla fine Abramo avrà quel figlio promesso, Isacco. Ma per sottolineare che è dono gratuito, - il figlio, la benedizione e la discendenza -, Dio glielo chiede in sacrificio, mettendo alla prova la sua fede. Dio è esigente nell’amore fino al rischio totale. E’ l’altissima pagina di

Genesi 22,1-18
Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. Allora Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi». Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme. Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?». Abramo rispose: «Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!». Proseguirono tutt’e due insieme; così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. Abramo chiamò quel luogo: «Il Signore provvede», perciò oggi si dice: «Sul monte il Signore provvede». Poi l’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

Abramo "ebbe fede sperando contro ogni speranza" (Rm 4,18): e Dio glielo riconosce come giustizia. Sarà un figlio "per grazia", non più "per natura": Dio spoglia l’uomo fino allo scacco delle sue presunzioni umane perché si abbandoni totalmente a Lui e accolga la salvezza come dono (è la riflessione di Paolo in Rm 4 e Gal 3). Anche Gesù al Getsemani sarà richiesto di questo rischio esigente di Dio: Non la mia, ma la tua volontà; e riavrà la vita nella risurrezione come dono di Dio, non come conquista propria.

La fede di Abramo
Quella di Abramo allora è la fede esemplare, sulla quale verificare la nostra: un uomo che si lascia guidare da Dio, fino alla prova estrema di un "amore PER NULLA" (cf. Giobbe 1,9-11), un "amore gratuito" dirà santa Teresa di Lisieux, o un "amore in perdita" (Ch. De Foucauld). Una fede allora che è AMORE FEDELE E PROVATO, come l’oro si prova col fuoco. Un amore pieno di fiducia totale. Per questo Abramo dirà: "Il Signore provvede; e ancora oggi la gente dice: Sul monte il Signore provvede" (Gen 22,14). Davvero Dio ha provveduto alla nostra salvezza sul monte, immolando il suo Figlio, l’Agnello che toglie il peccato del mondo!

La pagina della Lettera agli Ebrei costituisce la lettura più unitaria di tutta la vicenda di Abramo:

Ebrei 11,8-19
Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
Per fede anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare.
Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città.
Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo.


LA VISITA AL VASAIO

Lì sulla piazza centrale, tra diverse botteghe, vi è il VASAIO che da 17 generazioni lavora la creta. E’ l’occasione per noi di leggere una pagina di Geremia e richiamare un filone biblico che suggerisce quella docilità a Dio di cui Abramo rimane il modello.

Geremia 18,1-10
Questa parola fu rivolta a Geremia da parte del Signore: “Prendi e scendi nella bottega del vasaio; là ti farò udire la mia parola”. Io sono sceso nella bottega del vasaio ed ecco, egli stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che egli stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli rifaceva con essa un altro vaso, come ai suoi occhi pareva giusto.
Allora mi fu rivolta la parola del Signore: “Forse non potrei agire con voi, casa di Israele, come questo vasaio? Oracolo del Signore. Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele. Talvolta nei riguardi di un popolo o di un regno io decido di sradicare, di abbattere e di distruggere; ma se questo popolo, contro il quale avevo parlato, si converte dalla sua malvagità, io mi pento del male che avevo pensato di fargli. Altra volta nei riguardi di un popolo o di un regno io decido di edificare e di piantare; ma se esso compie ciò che è male ai miei occhi non ascoltando la mia voce, io mi pentirò del bene che avevo promesso di fargli.

Corre per tutta la Bibbia, questo tema del vasaio, fin dall’inizio quando Dio, con la premura e la genialità dell’artigiano che non fa le cose in serie, "plasmò l’uomo con la polvere dal suolo" (Gen 2,7). "Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani" (Is 64,7). A volte ci si ribella al nostro creatore: "Perché mi hai fatto così?" (Rm 9,20); "Che fai, Signore? La tua opera non ha manichi!" (Is 45,9). Ma: "un vaso può dire al vasaio: ‘Non capisce niente!’? Un oggetto può dire del suo autore: ‘Non mi ha fatto lui!’? Forse che il vasaio è stimato pari alla creta?" (Is 29,15-16); "Forse che il vasaio non è padrone dell’argilla per fare con la medesima pasta un vaso per uso nobile e uno per uso volgare?" (Rm 9,20).

La fiducia piena e l’abbandono docile è quanto di meglio possiamo fare, come, proprio su questo tema, pregava sant'Agostino:
Mi consegno, Signore, nelle tue mani: gira e rigira questa argilla come il vaso che si fa nelle mani del vasaio! Dagli una forma, come vuoi; poi spezzala, se ti pare: è roba tua; ... non ho niente da dire! A me basta che serva a tutti i tuoi disegni e che in nulla resista al progetto che tu hai su di me.
Chiedi pure, ed esigi, Signore: che vuoi che io faccia? che vuoi che io non faccia? Successo o insuccesso, perseguitato o consolato, a letto o impegnato per le tue opere, utile o inutile in tutto, non mi resta che dire, sull’esempio di Maria: "Si faccia di me come tu vuoi!". Amen.

BETLEMME

L’incontro con Betlemme è suggestivo farlo di sera: dopo l’ultima curva all’estremo limite sud di Gerusalemme - passato il monastero di Mar Elias -, ti appare improvviso un presepio di luci tremolanti sullo sfondo intenso d’una notte stellata; Betlemme è lì tutta seminata sulla cresta d’un colle, a richiamarci quella notte di mistero in cui l’angelo annunciò ai pastori: "Gloria a Dio e pace agli uomini".

Siamo a 777 mt. sul livello del mare, tra colline rocciose lavorate a terrazza che producono uva bianca pregiata (da cui i Salesiani traggono il vino "Cremisan"); la regione si chiama appunto "Efrata", fruttifera. Campi coltivati con cura riempiono i piccoli avvallamenti: sono i "campi di Booz", rievocati dal libro di Ruth. Verso est si rincorrono nel deserto ondulamenti più dolci, punteggiati da casette bianche e piccoli agglomerati raccolti attorno al minareto; dall’alto domina su tutto la mole dell’Herodion, la collina tutta artificiale a cono tronco che Erode volle come suo monumento funebre. In mezzo a questo lirico paesaggio attraversato ancor oggi da greggi e pastori in cerca di rifugio tra anfratti e grotte, riviviamo il nostro Natale, nel suo fatto storico e nel mistero che ci riguarda come salvezza.

LA STORIA

Il primo ricordo biblico di Betlemme è legato a Rachele, la cui tomba (oggi sequestrata da Israele!) è posta proprio all’entrata della cittadina. Gen 35,16-20 ne ricorda la morte, alla nascita dell’ultimo figlio, Beniamino. Era la moglie amata da Giacobbe: nella tradizione profetica (Ger 31,15-20) sarà rievocata nei momenti più tristi del paese, quale madre di questa nazione tribolata. Lo farà anche Matteo (2,18) in occasione della strage degli innocenti.
Ma Betlemme è la città di Davide, dove nasce e vive da pastorello e viene scelto da Dio tramite Samuele come nuovo re dopo Saul: 1Sam 16-17; patria alla quale si sentirà sempre legato, fino a desiderare ormai vecchio con nostalgia l’acqua della sua antica fontana (cf. 2Sam 23,15).
E’ proprio da Betlemme allora che verrà il discendente di Davide, il Messia: "Il Signore dice: Betlemme-Efrata, tu sei una delle più piccole città della regione di Giuda. Ma da te uscirà colui che deve guidare il popolo d’Israele a nome mio. Le sue origini risalgono ai tempi più antichi" (Michea 5,1; cf. Mt 2,6).
Siamo nell’anno 6 avanti l’era nostra (cristiana): Gesù nasce in questo villaggio, dove Maria e Giuseppe erano venuti per il censimento, fatto per etnie. Giuseppe era appunto discendente di Davide. Nasce in una grotta adibita ad abitazione (c'erano già grotte abitate in questa zona dal X secolo a.C.), come se ne usano ancora oggi tra gli arabi, certamente tra parenti, rifugio di notte anche di qualche animale domestico ("mangiatoia"). "Lo depose in una mangiatoia perché non c'era spazio nella stanza" può anche intendersi nel sottocasa, o in un angolo a parte, dove si tenevano le bestie: il katàlyma di Lc indica il soggiorno (non "albergo", come dicono le nostre traduzioni), che naturalmente per il censimento era già affollato di ospiti/parenti. Ancora oggi a Taiybe v'è un esemplare di casa con stalla sotto e abitazione sopra, il tutto entro la medesima porta.

La grotta è lì ancora, sicura di una lunga documentazione storico-archeologica che risale a san Giustino, martire a metà del secondo secolo, palestinese di Nablus. Su di essa nel 135 Adriano vi costruì un tempietto al dio della fertilità Adone (Ep 58 di Girolamo), proprio forse per cancellare già un culto cristiano. Nel 215 è Origene a darcene conferma (come eco di una tradizione che risale all'antichissimo apocrifo Protovangelo di Giacomo, II secolo). Sant'Elena il 31 maggio 339 dedicò la prima chiesa (i cui mosaici sono visibili oggi nella navata centrale). Giustiniano nel 531 ne costruì una più grande e sontuosa, che è ancora quella che oggi visitiamo, risparmiata per miracolo da Cosroe II nel 614 perché vi trovò disegnati i Magi con vestiti persiani. Nel 386 vi si stabilisce san Girolamo, qui sepolto, tanto devoto a questa grotta (una delle tre "sacre grotte" ricordate già dallo storico Eusebio di Cesarea). Vi rimarrà per 36 anni in vita monastica (con Paola e la figlia Eustochio) a compiere una delle imprese più durature, la versione dai testi originali ebraici in latino della Bibbia, detta "Vulgata", testo ufficiale della Chiesa fino all’ultimo Concilio. La sua serietà scientifica è garanzia migliore d’autenticità per questa grotta; ora purtroppo tutta annerita dal fumo di incendi e protetta da fogli d’amianto.
Al centro d’una piccola abside sta una stella d’argento: qui ci si inginocchia a baciare il punto in cui il Dio invisibile si fece carne e uomo visibile tra noi!

Rispettata dagli Arabi musulmani perché intitolata alla "madre del profeta Gesù" (e perciò risparmiata da Hakim nel 1009), la basilica fu abbellita dai Crociati con mosaici sulle pareti che ricordano i primi sei Concili in cui la Chiesa era unita, con figure di antenati di Gesù, e più sopra di angeli; pure dei Crociati sono le colonne di marmo decorate e il tetto rifatto. Qui furono incoronati i re latini (Baldovino, anno 1100). Con l'arrivo dei Turchi ottomani i saccheggi divennero sistematici: molto marmo delle moschee di Gerusalemme proviene da qui. A fianco della grotta della natività vi sono altre grotte trasformate da Girolamo in abitazioni; ad esse si accede dalla chiesa latina di Santa Caterina che i Francescani (qui giunti nel 1347) costruirono il secolo scorso (1881) a fianco della basilica come parrocchiale cattolica. Assieme ai Greci-ortodossi che gestiscono tutta la grande basilica, e i Francescani che possono celebrare entro la grotta sul piccolo altare della “mangiatoia”, vi sono presenti anche gli Armeni e i Siriani (Siro-giacobiti). Entro il chiostro francescano si trova una "Casa nova" come ottimo luogo d’accoglienza per pellegrini. Dalla piazza si accede alla basilica ancor oggi attraverso una bassa porticina, fatta per evitare l’entrata a cavallo dei turchi ottomani. Monasteri come fortezze dominano questo sagrato di chiesa che dà direttamente sulla piazza centrale di Betlemme, dominata dal flessuoso minareto musulmano e .. da una grande voglia di gridare a tutti la propria autonomia ottenuta il 22 dicembre 1995. Ma una autonomia.. travagliata da altre invasioni! Betlemme è oggi rinchiusa dal muro che Israele sta costruendo a divisione ermetica con i Territori palestinesi. Oltre al check-point, per entrare in Betlemme v'è una autentica porta-confine di stato tra le mura alte 8 metri!

La città conta 50 mila abitanti, tutti arabi palestinesi (i cristiani sono circa 12 mila), molto vivaci, e con una Università Cattolica sempre un po’ agitata da problemi politici. Nei negozi di Betlemme s’acquista di solito un presepio d’ulivo, della madreperla e la riproduzione simpatica di quel "Gesù Bambino" che il Patriarca la notte di Natale depone sulla stella della grotta e successivamente sotto l’altare della chiesa latina iniziando così le celebrazioni natalizie in tutto il mondo. Gli Ortodossi però celebrano il loro Natale la sera del 6 gennaio, a cui si unisce tutto il folklore della cittadina; seguono infatti ancora il Calendario Giuliano che il 4 ottobre 1582 papa Gregorio XIII adattò al ciclo solare (13 giorni), chiamato oggi Calendario Gregoriano.

Nella parte esterna della città verso est e il deserto ci si immerge in un angolo ancora molto caratteristico, il paesaggio è rimasto.. "bucolico": si incontrano numerosi greggi, grotte e anfratti abitati, piccoli casolari bianchi chiusi da muretti di sasso, con sull'aia il frumento da battere col caratteristico legno, il pozzo domestico e.. sempre, in stagione, il contadino che conduce dietro l'asinello nero il suo aratro tipo "chiodo"...!

 E' il quartiere di Beth Sahur: in un ambiente sereno tra gli ulivi vi è dal IV secolo un luogo venerato (messo in luce dagli scavi di p. Corbo negli anni 1951-52), con monastero bizantino diroccato, ora proprietà dei Francescani, chiamato "Campo dei pastori". Una delle tante grotte, rifugio di pastori, qui è stata trasformata in luogo di culto, dove vi è riprodotto un ovile e un commovente presepio popolare. Sopra, una cappella recente (1954) a forma di tenda e coronata da cupoletta stellata e volo d’angeli, ci ricrea il clima ideale per la nostra celebrazione del Mistero.

Ritornando a casa è necessario riprodurre ora il presepio "vero", cioè quello "storico", riprendendo esattamente questo ambiente rimasto tale e quale come quello del tempo di Gesù. In particolare non può mancare sul profilo delle colline di Betlemme la sagoma dell'Herodion, dimora del "don Rodrigo" della situazione, che ha avuto parte pesante nella vicenda dell'infanzia di Gesù. La visita a questa fortezza è comunque suggestiva: dall'alto si domina uno dei paesaggi più affascinanti su tutto il deserto.

Luca 2,1-16
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a dare il loro nome, ciascuno nella sua città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salí in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva dare il proprio nome insieme a Maria, sua promessa sposa, la quale era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: "Non temete: ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato il Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia".
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: "Gloria a Dio nel piú alto dei cieli e sulla terra pace tra gli uomini, che egli ama". Appena gli angeli si furono allontanati per tornare in cielo, i pastori dicevano fra loro: "Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere".
Andarono dunque senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia.

Gesù, Figlio di Dio,
primogenito di molti fratelli

Natale fa memoria di un fatto storico: nell'anno 6 avanti la nostra era cristiana nasce nel villaggio di Betlemme Gesù. La casa-grotta dov'è nato è là ancora, venerata da secoli. Se ne accorgono pochi pastori, che "andarono senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia" (Lc 2,16).

Ma i vangeli precisano che quel bambino è sì figlio di Maria, ma non di Giuseppe, il quale semplicemente lo adotta come suo, dandogli il nome. Quel bambino è frutto di una maternità verginale la cui fecondità è opera dello Spirito santo. "Lo Spirito santo scenderà su di te - aveva detto l'angelo a Maria -, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque Santo e chiamato Figlio di Dio" (Lc 1,35). Più esplicito sarà l'annuncio a Giuseppe, preso da tanti dubbi: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito santo" (Mt 1,21).
Non è allora una nascita qualunque; quel figlio di Maria, uomo della nostra carne, è figlio vero di Dio, generato direttamente da Lui: è il Figlio Unigenito del Padre che nel tempo assume la natura umana, divenendo uomo come noi.
Questo è il fatto. Che cosa significa per noi? Bisogna risalire alla scoperta di tutto il disegno di Dio per cogliere tutte le implicanze per noi di questo fatto dell'Incarnazione.

PRIMOGENITO DI OGNI CREATURA
Le cose sono andate così. All'interno di Casa Trinità il Padre aveva da sempre un Figlio molto caro, l'Unigenito, col quale vi era perfetta intesa: "Egli era in principio presso Dio" (Gv 1,2). Un giorno decise una cosa straordinaria, quasi di allargare famiglia, e di avere un UOMO come suo figlio proprio: quel Figlio Unigenito assunse la natura umana, divenne anche uomo: "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14). E' un uomo che è il Figlio di Dio, un uomo che è anche Dio: natura umana e natura divina unite in quella persona del Figlio di Dio! E' appunto il Natale.
Quel fatto però rende visibile un disegno nascosto da secoli nel cuore di Dio e ora finalmente rivelato (cf. Rm 16,25), quello della PREDESTINAZIONE di ogni uomo alla medesima figliazione divina. "Ci ha predestinati - dice appunto san Paolo - ad essere conformi all'immagine del Figlio suo perché egli sia il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29). Significa che su quello 'stampo' - cioè su quel primo uomo progettato da Dio che è il suo stesso Figlio, appunto divenuto anche uomo - sono stati creati tutti gli uomini, come un suo prolungamento: "Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui" (Col 1,17); quasi una compredestinazione che sta all'inizio di tutto il progetto di Dio sul mondo. "In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo" (Ef 1,4-5).
Questo significa allora che ogni uomo è stato creato, 'stampato', strutturato, predestinato figlio nel Figlio, da Lui e come Lui: "tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui" (Col 1,16), figlio proprio di Dio come il Primogenito, cioè uomo-figlio di Dio come Lui. Quello che Lui è per natura, noi lo diventiamo per grazia, cioè per dono gratuito. Questa è la nostra primitiva identità, impastati di umano e di divino, qualcosa di indelebile, che non possiamo più rinnegare perché strutturato, connaturato in noi! C'è da aggiungere che solo arrivando a questa radice profonda noi cogliamo la nostra più grande dignità, oltre ogni nostra stessa aspettativa e sogno, al di là di ruoli successivi che sono solo valutazioni - e quindi esigenze - superficiali!

A IMMAGINE E SOMIGLIANZA DI DIO
Quando la Bibbia parla dell'uomo fatto "a immagine e somiglianza di Dio" (Gen 1,22), vuol appunto richiamare questo progetto iniziale di Dio. Solo che è capitato che tale capolavoro, affidato alle nostre mani, si sia guastato: la nostra - col peccato - diviene una immagine di Dio che ha perso la sua somiglianza, cioè una immagine sfuocata, sfasata di Dio, una immagine non più somigliante a Lui. Non solo l'uomo non riconosce più la sua più vera identità e quindi insegue modelli d'umanità che non gli corrispondono in profondità, ma non ha più neanche la capacità stessa di attuare quel progetto. Lo dice san Paolo quando scrive: "C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo" (Rm 7,18).
Ecco il perché dell'Incarnazione, il perché del Natale. Fallito quel primo tentativo di realizzare - in collaborazione con la nostra libertà - quel progetto di uomo che Dio aveva in mente, ecco decidersi Lui stesso a mostrare e aiutare l'uomo a divenire quell'uomo che è anche figlio di Dio. "Dio si fa uno di noi per fare ognuno di noi uno di Lui" (sant'Ireneo). Dio si fa figlio dell'uomo perché l'uomo divenga figlio di Dio. Gesù vivrà in un modo coerente e pieno il suo essere Figlio di Dio, imparando - come uomo - a tradurre nelle pieghe quotidiane della sua storia personale l'obbedienza d'amore a Dio come Padre, in un abbandono fiducioso capace dell'eroismo stesso della croce. Obbedienza gradita al Padre che la sigillerà con la risurrezione.
Ne viene che lì, e solo lì, in Gesù di Nazaret e nella sua vicenda personale, sta tutta l'immagine della nostra identità, del nostro destino e il senso della vita, cioè la direzione di marcia e il modello per portare la nostra umanità a piena riuscita. Scriverà il Concilio: "Chi segue Cristo, l'uomo perfetto, si fa lui pure più uomo" (GS 42), cioè veramente e totalmente uomo. Solo il cristiano è uomo in pienezza; non c'è altro modello di umanità che realizzi le sue esigenze più profonde e vere. Si potrebbe anche dire: quanto più si cresce in divinità, tanto più si cresce in umanità!

Il Natale allora segna l'esaltazione dell'uomo: non esiste umanesimo più umanistico di quello cristiano che radica nel divino e nell'eterno la nostra povera condizione mortale.
Il Natale spiega la religiosità dell'uomo, fatto com'è con qualcosa di divino cui non può assolutamente rinunciare. La fede non è cioè un lusso ma una necessità e un bisogno!
Infine il Natale fonda la dignità di ogni uomo, e la fraternità con tutti. Le divisioni nascono sulle diversità che sono a livelli superficiali, mentre nel fondo della sua più autentica identità ogni uomo è figlio di Dio, e quindi uguale e fratello di tutti. "E pace in terra.." han cantato gli angeli, perché proprio qui si fonda una convivenza umana solidale.
Ecco: Natale, festa dell'uomo perché è festa di Dio!
 

LA PICCOLA ARABA

La beata Suor Maria di Gesù Crocifisso (Mariam Baouardy, 1846-1878), chiamata la "piccola araba" è una scoperta che non si può tralasciare di fare a Betlemme.
E' stata la fondatrice del Carmelo di questa città, lì è sepolta e se ne conserva la memoria viva. E' un fenomeno spirituale e mistico impressionante, per l'umiltà della sua vita interiore e per i fatti straordinari che hanno accompagnato la sua esistenza. Si documentano dieci carismi: estasi, lievitazioni (la trovavano in cima ad un albero, appoggiata come un uccellino su un ramo leggero: al comando della superiora subito era a terra...!), stigmate, trasverberazione del cuore, apparizioni, profezie, conoscenze misteriose, bilocazioni, possessioni angeliche, grandi lotte col diavolo, doni di poesia (pur analfabeta). Dio sembra aver giocato con lei per stupire col nulla (lei si chiamava "il piccolo niente") il mondo incredulo e razionalista dell'Ottocento.
E' nata ad Abellin, presso Nazaret, da famiglia greco-cattolica. Adolescenza povera in mano a parenti, lavoro da domestica ad Alessandria, a Gerusalemme, a Beiruth e infine a Marsiglia. Entra nel Carmelo di Pau sui Pirenei, è inviata in India dove nel 1871 emette i suoi voti. Rientrata a Pau in Francia sente di dover fondare un Carmelo proprio a Betlemme, dove da bambina la mamma l'aveva portata alla Grotta per essere salvata da una grave malattia. Segue i lavori della nuova costruzione - rotonda come la "Torre di Davide" o Castel Sant'Angelo - e un giorno sul cantiere cade. Muore all'età di 32 anni il 26 agosto 1878. E' proclamata Beata da Giovanni Paolo II il 13 novembre 1983 in piazza San Pietro a Roma.
Il Carmelo di Betlemme si raggiunge nel quartiere sud occidentale entrando nel Convento dei Padri Betharramiti. Lì è possibile incontrare le Suore. Si usa mettere sulle spalle il suo mantello per ottenere grazie speciali.

Una splendida biografia: Amédée Brunot, LA PICCOLA ARABA, Suor Maria di Gesù Crocifisso. Postulazione Generale O.C.D.
Biografia recente: Nicola Gori, MARIAM DI BETLEMME, San Paolo.

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