Guida pastorale di Terra Santa quindicesimo capitolo


DOPO IL PELLEGRINAGGIO



Il pellegrinaggio in Terra Santa incomincia quando finisce!
Prima è una grande scorpacciata di impressioni, idee, emozioni, ...notizie.
Si è come storditi dalle troppe cose viste!
A casa, dopo qualche giorno di riposo, inizia la decodificazione del materiale, o se vogliamo, l’analisi dettagliata e l’opera di selezione e appropriazione del meglio che si è visto e sentito.
Questo lavoro va fatto con pazienza, e soprattutto accompagnato con molta preghiera allo Spirito santo perché ci faccia privilegiare e maturare i semi più ricchi seminati in noi.

Ecco alcuni suggerimenti pratici per questo lavoro.

  1. Riprendere le foto fatte, i libri illustrati, il film .. eventuale; con la preoccupazione di legarvi assieme notizie più precise, nomi e storia, fatti ed episodi evangelici. L'ideale per fare questo è la scorsa di qualche appunto preso lungo il viaggio a mo' di diario.
     

  2. Un secondo lavoro da fare subito è quello di appuntare in carta le idee, le impressioni, le stimolazioni, anche sintetiche, quindi le riflessioni, che immediatamente ci vengono al primo ricordo; e magari anche quelle più salienti che ci hanno colpito lungo l'itinerario. Riscrivere come il film della memoria.
     

  3. Schiumata la memoria visiva e quella emotiva, è necessario ora riflettere e cogliere gli elementi di valore che servono per la vita. E’ un lavoro più propriamente dottrinale e spirituale. A questo scopo serve soprattutto questo fascicolo SHALOM, che va letto, o riletto, con calma, come scandaglio appunto in profondità della rievocazione emotiva.
    Naturalmente questo lavoro deve arrivare poi al dunque: la formulazione cioè di propositi precisi di orientamento e scelte concrete per la vita. La parola di Dio deve diventare parola di vita!
     

  4. A più lunga scadenza. L’inizio di uno studio serio della Bibbia, secondo le indicazioni bibliografiche suggerite in queste pagine; poi la lettura di qualche buon libro che aiuti una rievocazione e un approfondimento.
     

  5. Infine ecco la piccola SINTESI DELLA FEDE che segue nelle prossime pagine: serve a cogliere i punti essenziali del messaggio che si è voluto trasmettere in questi otto giorni. Vuol rispondere alle due domande fondamentali che da sempre sono poste alla Bibbia: chi è Dio? e: chi è l'uomo?
    Un lavoro più completo e organico di "antropologia soprannaturale", un vero "catechismo" che raccoglie gli elementi essenziali della fede cattolica l'ho fatto nel volumetto: VIENI AL PADRE! Un "vangelo" per il Terzo Millennio. Edizioni San Paolo, Cinisello. Testo pubblicato a puntate anche qui
    Naturalmente non può mancare a fianco della Bibbia il testo del CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, o il suo recente COMPENDIO, per una visione completa e organica di tutto il pensiero e la prassi cattolica.

Dopo tanti pellegrinaggi, un giorno anch'io ho voluto con nostalgia rievocare quell'itinerario di fede; l'ho fatto scrivendo un DIARIO DI TERRA SANTA. L'Editrice LDC di Torino lo ha stampato col titolo: SHALOM! Anche questo è pubblicato a puntate qui.

Infine dichiaro la fonte, ricca e sicura, da cui ho attinto: AA.VV., LA STORIA DI GESU', sei volumi, ed. Rizzoli. Un'opera meravigliosa che sta bene nella biblioteca di ogni cristiano colto; riporta la più recente documentazione storico/archeologica frutto di trent'anni di ricerche fatte dallo Studio Biblico Francescano di Gerusalemme, ad opera del P. Michele Piccirillo.
Di quel che i Francescani e il loro Studium Biblicum dicono e documentano della Terra Santa è registrato ora nell'ultima GUIDA DI TERRA SANTA a cura di Claudio Baratto, ofm, edita dalla Custodia di Terra Santa.
Di immediata consultazione: GUIDA BIBLICA E TURISTICA DELLA TERRA SANTA. A cura di Paolo Acquistapace. IPL Milano, edizione aggiornata 1997.

PER UNA SINTESI DELLA FEDE

Un grande storico contemporaneo dice che l’icona più tipica del Cristianesimo è un Dio che lava i piedi agli uomini; un Dio che s’è messo all’ultimo posto perché anche il più misero non abbia ‘soggezione’ di Dio.
Dietro l’immagine sta il fatto: un Dio che in croce ci ha messo la pelle per noi, per convincerci che “se non ha risparmiato il proprio Figlio come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32). Un Dio quindi più che affidabile.
Un Dio che, venuto a condividere l’esperienza di noi uomini, un giorno ebbe a dire: “Qualunque cosa avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatta a me” (Mt 25,40). Tanto stima ogni uomo che vi si identifica. Questo costituisce l’unico serio fondamento della dignità della persona umana. Non esiste religione più umanistica e solidaristica quanto il Cristianesimo.
Eccone una veloce sintesi - come annuncio essenziale - per invogliare poi ad una ricerca più approfondita.
Un giorno Gesù ebbe a lamentarsi con la Samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio... saresti tu stessa a chiedere quest’acqua viva!” (Gv 4,10). Sì, capita proprio così: non amiamo Dio perché non lo conosciamo. Un viaggio in Terra Santa può essere l’occasione straordinaria di prendere sul serio il problema religioso - da adulti -, e domandarsi una volta tanto: ma chi è questo Dio? Serve? Che ci guadagno? E’ proprio così decisivo per la vita?
Provaci!, farai delle scoperte inattese. E capiterà a te come a sant’Agostino, che esclamava: “Tardi ti ho incontrato, o Bellezza tanto antica e tanto nuova! Tardi ti ho conosciuto..!”. Anche tu lo dirai: Se lo sapevo prima ...!!
Sapere prima, per esempio, che ...

1. L’ILLUSIONE

Incominciamo a sgombrare il terreno da pregiudizi e illusioni. Il difficile del problema religioso, cioè del rapporto con Dio e della fede, sta in due cause: l’illusione di crederci autosufficienti e l’ignoranza dei fatti e delle verità che ci precedono.

L’autosufficienza
Fino a ieri c’era l’euforia della ragione e della scienza: tutto si risolverà ormai con la tecnica e il progresso! Ma dopo i disastri del ventesimo secolo (ideologie e genocidi), c’è oggi disillusione di tutto e rassegnazione al peggio. La stessa ingordigia di libertà individuale, che sembra essere l’unica religione del nostro tempo, è spia di paura, di un mondo che ormai ci sfugge dalle mani, con l’unica regola dell’arrangiarsi e del si salvi chi può!
Ma l’essere ormai senza speranza (.. anche teorizzato nel ‘pensiero debole’) non ci distoglie lo stesso dall’orgoglio di sentirci autosufficienti, unici costruttori di noi e del mondo, padroni e manipolatori della natura e della storia; piuttosto si accetta l’assurdo che ricercare e accettare una verità; piuttosto ci si aliena e distrugge in evasioni edonistiche che piegarsi a norme etiche e a riferimenti oggettivi che rivelano la nostra relatività e insufficienza.
Eppure alcune cose sono semplicemente vere. La morte e la malattia, nonostante tutti gli sforzi della medicina, dicono la nostra precarietà. Anche l’agitarsi ogni tanto della crosta terrestre grida la nostra fragilità, quasi una punta di spillo al pallone gonfiato della tecnologia. Lo scatenarsi sempre più orribile della violenza, anche gratuita, è spia vistosa di una libertà ferita, di una natura umana non sana, rovinata, nonostante si cerchi di arginarla con leggi, punizioni e mai ben efficace educazione.

Il cuore dell’uomo ha poi delle attese che gli sembrano purtroppo sempre frustrate: attese di amore, di comunione, di comprensione, di tolleranza, di giustizia, di solidarietà...! Sono bisogni o illusioni? L’amara esperienza dei propri limiti morali (slealtà, infedeltà, disonestà, egoismi, animalità...) esige compassione, perdono, riabilitazione..., perché il rimorso ci spinge a risorgere! Ma poi... da chi potremo essere capiti e resi nuovi? Dagli altri, da noi stessi, da Dio?
Quanti enigmi ha poi ancora nella vita! Sentiamo dentro un bisogno di totalità, di infinità, di eternità, un bisogno di certezze e di assoluto. Eppure ci ritroviamo sempre chiusi e delusi entro un frammento che decisamente ci soffoca! Che senso ha la vita, che destino, che struttura profonda, che .. predestinazione?
Ecco la parola giusta: predestinazione. E’ inutile illuderci. C’è un certo determinismo che ci ha generati, che ci sospinge, che ci attende. Siamo già strutturati in un certo modo nel nascere, siamo condizionati nel vivere, siamo ben finalizzati ad un unico destino. E’ illusione non crederlo. E’ orgoglio non accettarlo. La nostra libertà c’è, ma è finita, è ben delimitata in spazi che non ne fanno un assoluto.
E’ necessario sapere e accettare la verità che ci precede. E’ semplicemente questione di onestà. La vita dell’uomo sta ad un bivio: o l’assurdo o il mistero.

Il mistero
Sì, chiamiamo mistero ciò che ci circonda e che determina la nostra vita. Lo vogliamo scrutare e possedere (.. e tutte le religioni vi mirano!). Ma con quali risultati? E se invece il mistero si svelasse? Se Dio prendesse un volto preciso e accessibile?
E' capitato. Ci è stato rivelato moltissimo di quel quadro che ci precede e determina. E' mistero che - conosciuto - ci incanta, perché è realtà e dono insospettabile addirittura ad ogni nostro più roseo sogno.
Il mistero di un Dio vicino, anzi che s'è fatto nostro consanguineo, col condividere la nostra vicenda umana, anche amara - e quindi la sa -, ma soprattutto per riscattarla e aprirla addirittura alla partecipazione piena della sua stessa condizione di vita divina.
Un Dio che ha voluto e creato ogni uomo suo figlio proprio e quindi con una struttura che aspira alla totalità e all'assoluto, cioè in sostanza a divenire niente di meno che come Lui, suoi eredi, "simili a Lui". Questo spiega tutto il dramma di insoddisfazione e di alte aspirazioni che si giocano nella nostra vita. Ma dice anche l'unica verità di noi stessi e l'illusoria immagine di uomo che ognuno si fa di sé.
Un Dio che ha promesso - e garantito già in un uomo risorto, come primizia - una risurrezione della carne, e quindi uno scavalcamento della morte e del dolore. E tutto questo come dono, anzi - per il nostro cocciuto rifiuto - come perdono.

Si tratta di conoscere queste cose, e crederle come realtà poste e dichiarate da Dio. In alternativa - ed è la massima vergogna dell'uomo che si crede intelligente - si diventa boccaloni dei maghi o delle interessate manipolazioni televisive. O Dio, o gli idoli.
Guardiamo allora ai fatti.

2. IL FATTO DECISIVO

I fatti sono fatti, non sono discutibili. Si potrà dire che ci interessano o meno, ma quel che è capitato è capitato.
Ora questo è il fatto unico, sorprendente, documentato e sicuro, capitato il 9 aprile dell’anno 30 della nostra éra: un uomo, ammazzato e messo al cimitero, dopo tre giorni è ritornato in vita, e oggi è ancora vivo con segni che lo dicono nostro contemporaneo. Si tratta di Gesù di Nazaret, il primo uomo venuto dall’aldilà a dirci che dopo morte qualcosa c’è e che è possibile riavere la vita, anzi averne una in pienezza. Perché lui ora siede “alla destra del Padre”.
Il problema “di salvare la pelle” ci interessa. Non essendoci altra medicina che risolva il problema della morte – diceva già san Paolo – per questo io sono cristiano, per questo è nata la Chiesa, l’insieme cioè di quelli che credono di poter avere un medesimo destino di vita dopo la morte seguendo e attaccandosi a questo Gesù di Nazaret risorto, vivo e unico salvatore.
Ma chi era questo Gesù e come ha fatto a farcela scavalcando l’insuperabile muro della morte che tutti ci blocca?

Come ha vissuto
E’ anzitutto un uomo che ha “obbedito” a Dio, che si è fidato di Lui come un figlio nei confronti di un padre. A differenza di tutti noi che di Dio abbiamo sospetto e pensiamo di farne a meno. Lui, Gesù, ha fatto questo ragionamento semplice: la vita non è mia, me l’ha data Dio, Lui è mio Padre. Non posso allora fare a meno di Lui, è stupido ribellarmi e pensare di essere autosufficiente. Mi fido pienamente di Lui ed Egli non potrà non darmi o ridarmi la vita. La sua risurrezione è il frutto di quell’obbedienza così radicale che è stata la croce, cioè il fidarsi del Dio della vita fino all’assurdo.
Ma tutta la sua vita fu un fidarsi di Dio come Padre. Lo incontrava nella preghiera, chiamandolo “Abbà! papà!”; ne parlava costantemente con accenti tenerissimi come di un padre pronto al perdono, provvidente per i buoni e per i cattivi; diceva che tutto aveva ricevuto da Lui e desiderava ritornare a stare con Lui per sempre. "Mio cibo" – diceva – “è fare la sua volontà”, sentirsi cioè in sintonia piena con Dio. Fino un giorno ad arrivare a dire: “Io e il Padre siamo una cosa sola”.

Chi era
E’ appunto questo il fatto che più sorprende e che costituisce la novità assoluta della nostra storia di uomini: quell’uomo Gesù era nientemeno che il Figlio Unigenito di Dio che un giorno prese carne, divenne uomo, per tradurre in forma umana – in una vicenda umana concreta – quella sintonia, quella obbedienza, quell’essere una cosa sola col Padre, col Quale dall’eternità viveva già in Casa Trinità. “In principio era il Verbo, e il Verbo era con Dio, e il Verbo era Dio. E il Verbo si è fatto uomo ed è venuto ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,1.14). Questo è il fatto straordinario: Dio si è fatto uomo, si è reso visibile e accessibile in carne ed ossa, e ha dimostrato di esserlo coi suoi miracoli, i suoi discorsi di altissimo valore morale, con la sua gratuità nell’amare tutti, soprattutto i più poveri, nel suo coraggio di morire perdonando, con la sua personale risurrezione, e infine con la permanenza oramai bimillenaria dell’opera da lui voluta, la Chiesa, impresa che sfida i tempi, non fondata certamente su capacità umana..!
In sostanza in Gesù di Nazaret incontriamo un uomo pienamente riuscito nella vita (perché ha scavalcato anche la morte) e quindi in lui leggiamo il modo di riuscire anche noi nella vita. D’altro canto, rivelatosi il Figlio di Dio fatto uomo, è l’unico – al di là delle ipotesi umane – che ci può parlare con verità di Dio. “Dio, nessuno lo ha mai visto: l’unico Figlio, che è Dio ed è in seno al Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18).
Giriamo allora a Lui con sicurezza le due domande che costituiscono il contenuto del problema religioso. Chi è Dio? E: chi è l’uomo? Perché, diceva Pascal, non solo conosciamo Dio unicamente tramite Gesù Cristo, ma conosciamo unicamente noi stessi tramite Gesù Cristo.

3. CHI E’ DIO?

Chi sia Dio non è cosa da speculare, ma lo si ricava dai fatti. La sorpresa della storia è scoprire in essa un itinerario ben marcato di rivelazione e comunicazione che Dio fa di Sé all’uomo, segnato – stando alla Bibbia che questo cammino racconta – da almeno cinque tappe. E’ dal fare di Dio tra gli uomini che noi giungiamo a farci un suo volto preciso.

La creazione
Dalle opere si conosce l’autore. La ricchezza e l’ordine del creato svelano moltissimo di Dio. “Ciò che di Dio si può conoscere è manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a tutti. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalle creature del mondo attraverso le opere da lui compiute” (Rm 1,19-20).
In fondo le grandi religioni storiche (Induismo, Buddismo, Islam..) nascono proprio da questa iniziale percezione di Dio. Esse orientano l’uomo verso Dio a partire dalla esperienza del suo limite, dal bisogno di senso e di un bene che va oltre la soddisfazione materiale; in sostanza dalla percezione che il creato è solo “antipasto” di un banchetto più grande che Dio prepara per gli uomini.
“Il Verbo illumina ogni uomo”, dice il Concilio. I “semi del Verbo” sono ovunque, sono le tracce di Dio, che educano il “senso religioso”, aprendo così l’uomo alla contemplazione e lo preparano ad una più piena rivelazione di Dio nella storia.

Israele
Che è quanto appunto è successo. Dio in un modo molto più vistoso s’è rivelato un giorno nella storia, mescolando la sua presenza e la sua azione entro la vicenda di un popolo, scelto come gradino iniziale per il quale scendere nella avventura umana più universale. E’ la storia di Israele così come è narrata dalla Bibbia.
Abramo, Mosè, i Profeti hanno sperimentato segni, gesti, interventi personali e pubblici di Dio entro la vicenda quotidiana di questo popolo “eletto”, scoprendo di Lui un volto molto più preciso e ricco: creatore e padre, salvatore misericordioso, ma soprattutto ingaggiato personalmente in una autocomunicazione che diviene alleanza, compartecipazione alla vita del suo popolo e dei singoli. I Profeti leggeranno tale alleanza in chiave sponsale con accenti commoventi e convincenti circa il cuore misericordioso di questo Dio.
Dio qui ha come voluto prendere lui per mano quella universale ricerca dell’uomo verso il Trascendente, purificarne il cammino, arricchirla di elementi sempre più veri, fino a orientarla verso una più completa e definitiva manifestazione di Dio, da Lui promessa: quella di un suo inviato speciale, il Messia. Questo itinerario dell’Antico Testamento è pedagogia necessaria per poter capire e accogliere il vertice della rivelazione divina che è la persona di Gesù di Nazaret.

Gesù Cristo
Un giorno Dio stesso volle rendersi visibile in carne ed ossa per svelare definitivamente il suo volto. Gesù di Nazaret ha dimostrato coi fatti - soprattutto con la morte e risurrezione - la sua divinità. E' la novità specifica della religione cristiana. Un Dio che non è rimasto lontano, ma che ha voluto condividere fino in fondo - fino alla morte - il duro mestiere di essere uomini, per capirci anzitutto e per salvarci, e per mostrare il modo giusto di vivere la vita perché sia riscattata dai suoi limiti. Un Dio dal cuore di uomo, un Dio che s’è messo all’ultimo posto perché nessuno, anche il più piccolo, si sentisse a disagio davanti a Lui. Un Dio che si presenta discreto e povero per non imporsi che per amore, non per potenza. Un Dio che vuole il dialogo da cuore a cuore.
Un Dio che un giorno s’è messo a lavare i piedi agli uomini, cioè, al di là del segno, a metterci la pelle per noi, per la nostra salvezza. Niente svela più della croce l’amore di Dio per l’uomo, “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi..” (Rm 8,32). La prova dell’amore è il sacrificio. Non c’è linguaggio più forte ed efficace quale quello del sangue: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). “Avendo amato i suoi, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Sant’Agostino, meditando la croce, ha una espressione sublime: “Potuit gutta, venit unda; poteva salvarci con una goccia di sangue, ne venne come una valanga..!”. La croce è lo spettacolo della eccedenza di Dio, del suo voler convincerci con lo .. strafare in amore!

Lo Spirito santo
E un giorno questo Dio ne inventò un’altra; dopo aver scavalcato il cielo per giungere in terra, ha scavalcato anche il tempo per rendersi contemporaneo ad ognuno di noi. E’ il mistero dell’Eucaristia, dei segni sacramentali coi quali in un modo misterioso ma reale Cristo si rende presente ad ogni generazione di uomini, anzi rende presenti quei suoi stessi atti salvifici, perché nessun uomo resti privo della loro efficacia.
Ci diede così il suo Spirito per poter essere sempre con noi, anzi dentro di noi, dimora, amicizia e forza divina per la nostra condizione di figli di Dio. Lo Spirito santo è l’amore vitale che lega il Padre al Figlio, fin dall’eternità. Questo amore vivo di Dio è stato messo nei nostri cuori perché anche noi potessimo riconoscere e sentire Dio come lo sente il Figlio Unigenito, cioè come proprio papà, osando chiamarlo ora: Abbà! “Chi mi ama - dice Gesù - osserverà la mia Parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Presentandosi sotto il segno del Pane volle mettersi a piena disposizione nostra, fino a “lasciarsi mangiare” da chi lo ama, per assimilarlo sempre più alla sua stessa vita divina: “Chi mangia di me vivrà per me “ (Gv 6,57).

La Trinità
Ci aspetta alla fine un destino di comunione ancora più grande, quando vedremo Dio faccia a faccia. Il sogno di Dio è quello di averci membri di casa sua e di partecipare in pieno alla sua stessa vita divina ed eterna. La comunicazione di Dio a noi terminerà con una quasi-identificazione con Lui, nel senso che nell’amore diverremo “simili a Lui”. Saremo totalmente coinvolti a pieno titolo in Casa Trinità.
Questo allora è il nostro Dio, che progressivamente si rivela per comunicarsi, fino alla fine a farci con Lui “una cosa sola”.

4. CHI E’ L’UOMO?

Un Dio così non poteva non inventare grandi cose per l’uomo. Solo conoscendo ciò che Dio ha pensato e fatto per l’uomo, si può scoprire la nostra più profonda identità e l’autentico nostro destino. Tutte le altre perlustrazioni attorno all’uomo sono superficiali e parziali, e perciò non vere. E' da questa distorta immagine di uomo che nascono enigmi, paure, pessimismi sulla condizione dell’uomo, l’incomprensione della sua vicenda, e alla fine l’assurdità del suo destino di morte. Solo il mistero di Dio, del Dio fatto uomo - del Verbo incarnato - illumina pienamente il mistero dell’uomo e lo risolve.
Ecco allora in sintesi quali sono le risposte della fede cristiana alle domande fondamentali della vita.

a. Donde vengo? Qual è la mia identità più vera?

E’ troppo necessario sapere davvero chi siamo. Più di una volta abbiamo rincorso desideri di felicità, che poi ci hanno delusi: il nostro cuore aveva esigenze diverse. Era fatto diverso.
Noi siamo il risultato di un gesto di Dio che ci ha pensati e voluti dall’eternità, “predestinandoci ad essere conformi all’immagine del Figlio suo”. Proprio così è capitato. Dio aveva un Figlio Unigenito, col quale c’era piena intesa. Decise un giorno di allargare famiglia e di creare l’uomo come prolungamento del suo proprio Figlio, divenendo Costui da Unigenito primogenito di molti fratelli. Ogni uomo è così creato, “stampato”, a immagine del Figlio di Dio, impastato di umano e di divino, voluto e amato da Dio come è amato il Figlio Unigenito; chiamati quindi, ognuno di noi, ad essere figli ed eredi di Dio. Questa è la specifica identità dell’uomo: appena Dio lo pensa, lo vuole subito come suo figlio proprio, destinato a far parte intima della vita Trinitaria.

Se siamo figli propri di Dio, contiamo moltissimo per Lui. Nessuno ci vuol bene quanto Dio, ed è Lui il più appassionato educatore della nostra vita. Ci ha creati liberi perché rispondessimo con libertà e amore a quella sua chiamata di divenirne eredi. Nessuno al mondo quindi quanto Dio rispetta la nostra libertà e sollecita il nostro bene. Lui vede e vuole il mio bene più di quello che io non veda e voglia di me. Non ho che da fidarmi pienamente di Lui, e realizzerò così di me un progetto ben più grande d’ogni mio stesso sogno.

b. Dove vado? Qual è il mio destino?

E’ domanda troppo importante quella sul nostro futuro. La paura viene da questo futuro ignoto. E invece luminosissimo è il domani del credente. Se Dio ci ha fatti suoi figli è perché ci chiama a divenirne eredi, cioè in un modo pieno partecipi della sua vita perenne in Casa Trinità. Là c’è posto per tutti. Gesù, il nostro fratello maggiore, è andato avanti a prepararcelo. Parlandone un giorno disse: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli: in verità vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,37). Fantastico, vero! Essere a cena da Dio e Lui nostro inserviente, tanto è contento di averci sempre con Sé!
E perché la nostra esistenza futura sia una vita piena, ci sarà prima “la risurrezione della carne”, come professiamo nel Credo, cioè la risurrezione del nostro corpo perché nella vita eterna tutto di noi partecipi alla nuova qualità d’esistenza propria di Dio. Saremo “simili a Lui”, eredi di Dio, niente di meno che felici ed eterni come Lui.
La certezza di queste verità ci dà respiro e serenità nel guardare al nostro domani, e ci rende portatori di un messaggio del tutto positivo in mezzo ad un mondo dove tutto sembra avviato all’annientamento.

c. Qual è la formula magica per la riuscita della vita?

Non c’è formula magica, ma formula sicura di riuscita, ed è quella che Dio stesso è venuto a mostrare - non in un libro, ma in una vicenda umana concreta - quella vissuta dal Figlio di Dio incarnato, l’uomo Gesù di Nazaret.
La sua analisi dei mali dell’uomo è semplicissima e fondamentale: l’uomo ha perso la vita, s’è guadagnato la morte, e con essa sofferenza, egoismo, violenza, semplicemente perché ha rifiutato Dio, pensando di fare da sé. Gesù è colui che fa esattamente il contrario: per tutta la vita si fida di Dio, e il Dio della vita non lo delude: gli restituisce come regalo non solo la vita di prima, ma lo fa “sedere alla sua destra”, cioè lo rende partecipe della stessa vita Trinitaria. Un uomo ha già raggiunto quel traguardo dopo aver percorso tutto lo stesso nostro cammino di uomini, ma con la formula giusta che lo ha portato a riuscita, quella della obbedienza a Dio.

Gesù rappresenta quindi il nostro modello di vita. Guardando a Lui noi conosciamo la verità di noi stessi e i passi giusti che dobbiamo fare. Le sue scelte, i suoi insegnamenti ed esempi sono la fotografia dell’ideale di uomo che dobbiamo essere noi. Questo voleva dire Gesù quando diceva: Vieni e seguimi! Tutto è scritto per noi nel vangelo; la Parola di Dio è quindi la vera indicazione, in mezzo alle chiacchiere degli uomini e i falsi modelli di successo umano, e ci è di riferimento sicuro per ciò che è bene e male, utile o non utile alla nostra vera riuscita finale.
Ma sapendo la nostra insufficienza e fragilità, Gesù ha voluto essere per noi un fratello che ha fatto un po’ la nostra parte nel riconciliarci con Dio: sono i suoi gesti fondamentali compiuti sulla croce in quanto nostro rappresentante e capo: per le sue piaghe noi siamo stati guariti, il castigo che noi meritavamo per il peccato, lui l’ha condiviso fino alla morte e ha espiato per noi, meritandoci così il perdono di Dio. Il suo sì a Dio Padre è quello che oggi ci dà la capacità di dire anche noi il nostro sì di fede e fedeltà al Signore. Gesù ha come voluto precederci, per darci una mano. La sua presenza e la sua forza oggi è incanalata a noi attraverso il dono dello Spirito santo e i sacramenti.
E’ lo Spirito santo appunto la forza divina che ci cambia e ci trasforma interiormente. Aiuta la nostra intelligenza a vedere e giudicare le cose come le vede e giudica Dio: ed è il dono della FEDE. Ci aiuta a guardare, desiderare e scegliere i beni più veri e più giusti in vista della nostra felicità: ed è il dono della SPERANZA, che ci fa vedere in Dio il nostro bene supremo e unico, assieme alla certezza del perdono. Ci carica il cuore della capacità di amare che ha il cuore di Cristo, ed è il dono della CARITA’, del perdono, della gratuità nell’amare come Dio ha amato gratuitamente noi. Lo Spirito santo inabita in noi, trasfigura la nostra vita conformandola a quella del Fratello maggiore Gesù. E un giorno “darà vita anche ai nostri corpi mortali a causa del suo Spirito che abita in noi” (Rm 8,11). E’ cioè pegno e strumento di resurrezione della carne e della vita eterna.

E’ lo stesso Spirito che ci fa vivere non da soli, ma nella grande famiglia di Dio che è la Chiesa. A ciascuno ha dato doni diversi perché li mettiamo assieme per l’utilità comune di tutti. Doni diversi, compiti diversi ma - come membra di un unico corpo - per l’arricchimento di tutti. Vivere nella Chiesa - cioè in concreto nella propria Chiesa Locale, la propria parrocchia -, è l’unica forma legittima e fruttuosa di crescere da figli di Dio, per fiorire là dove il Signore ci ha piantato, collaborando con quei fratelli, non scelti da noi, ma destinatici da Dio. "Non può avere Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre", diceva san Cipriano.
La Chiesa ha infine la missione di annunciare a tutti i doni di Dio e l’unica vocazione alla vita che è la santità. Ognuno riceve in dono la fede non per un privilegio, ma per una responsabilità. Non siamo cristiani noi prima degli altri perché siamo più belli, ma perché attraverso noi il dono di Dio giunga a tutti, come del resto noi stessi l’abbiamo ricevuto gratuitamente da altri. La missione è dimensione essenziale del battesimo. Missione all’interno della propria Chiesa, che si chiama pastorale; missione all’esterno, che si chiama testimonianza e servizio evangelico al mondo. Non è cristiano vero chi si chiude in se stesso.

d. Il guado difficile della sofferenza.

Ma la vita del cristiano, come quella di ogni uomo, è segnata dalla prova, dalla sofferenza, dall’ingiustizia, dalla violenza, anche degli innocenti. Questo pone problema. Questa è domanda angosciosa soprattutto per chi crede a un Dio buono e provvidente. E’ necessario allora raccogliere dalla fede cristiana le risposte illuminanti anche su questo punto di confine, là dove cioè la ragione umana naufraga nell’assurdo e nella ribellione.

La prima risposta chiara nella Bibbia è l’origine del male. Non è da Dio, ma dall’uomo, dall’uomo che vuol fare da sé e rifiuta Dio. “Per il peccato la morte è entrata nel mondo”. E con la morte il patrimonio negativo di egoismo, fatica, sofferenza, violenza ..., il male, in una parola! Questo male è diventato eredità di tutti, condizione difficile dell’uomo, come capita tra vasi comunicanti, partecipi cioè del male come del bene di tutti. E il male cresce attraverso il suo organizzarsi fino a condizionarci, a creare così male su male, sotto la regia del "nemico", il diavolo.
Ma anche dentro di noi ereditiamo come una ferita, una debolezza e insufficienza che ci rende propensi a dire di no a Dio e quindi a ratificare il peccato di tutta l’umanità; ad aggiungere così anche noi male al male comune. E’ l’analisi spietata che san Paolo fa della nostra condizione di uomini: vogliamo il bene e non riusciamo a farlo; detestiamo il male e ci troviamo ad averlo scelto più spesso di quanto volevamo. “Io ho sì il desiderio del bene, ma non ho la forza di attuarlo” (Rm 7,17).

A questa triste condizione umana Dio ha posto rimedio con l’opera di salvezza di Cristo: con lui siamo riconciliati con Dio, viene perdonato il peccato ed è ridata energia sufficiente ad ogni uomo per realizzare il bene che vuole e resistere al male che non vuole. E’ quello che chiamiamo GRAZIA. Data a tutti gli uomini per dono gratuito di Dio, essa però diviene efficace solo in un cuore che sinceramente si apre ad accoglierla e a collaborarvi. I ritmi lenti e pigri poi della nostra libertà, segnano necessariamente il passo di questa conversione e trasformazione della nostra vita.

Ma tolto il male morale, rimane ancora tutto il male fisico, le prove dolorose che dobbiamo subire dagli altri o dalle circostanze della vita. Qui la fede cristiana ha risposte difficili ma luminose. Per capirci qualcosa bisogna guardare la croce di Cristo. Essa è stata essenzialmente un abbandono d’amore, cioè un atto di fiducia totale a Dio Padre pur in mezzo al rischio e all’assurdo. Si è fidato di Dio anche quando sembrava che tutto andasse verso l’annientamento. Anche quando si è sentito abbandonato da Lui. La sua sofferenza - fino alla morte - il suo sentirsi schiacciato e abbandonato, non l’ha distolto da Dio, ma è stata occasione più forte per gettarsi nelle sue braccia e dire: “Nelle tue mani, Padre, abbandono il mio spirito!", ti dò tutta la mia vita. Mi fido pienamente di Te!
Tale è anche il senso e il perché ci è lasciata dopo la Redenzione la sofferenza: perché divenga anche per noi materia per esprimere non a parole ma a fatti concreti il nostro amore verso Dio, e un amore puro, provato, totale. L’amore si prova, come l’oro, col fuoco. Dio vuole “spremere” da noi un tale amore radicale e puro, come del resto ha fatto Lui sulla croce per noi. La sofferenza e la morte allora vanno vissute come atto di abbandono a Dio, come il nostro sì difficile al Dio che crediamo con eroismo ancora come il nostro unico bene.

Tutto questo non è facile, anzi non è alla nostra portata. Ecco allora l’invenzione di Cristo: quel suo atto supremo della croce lo ha reso contemporaneo ad ogni uomo, nella Messa, perché ognuno di noi, partecipandovi, ne riporti il frutto di salvezza, cioè sia caricato della stessa capacità di Cristo di dire di sì a Dio e così compiere il proprio atto di riscatto. Nella Messa - all’offertorio - la Chiesa ci fa mettere alcune gocce d’acqua nel vino che diventerà il sangue di Cristo: sono il simbolo della offerta a Dio delle nostre croci, delle nostre sofferenze, vissute anche da noi con spirito d’abbandono e obbedienza a Dio, perché unite al sangue di Cristo divengano capaci di redenzione. E’ quello che chiamiamo “corredenzione”, cioè partecipazione alla redenzione di Cristo per la salvezza nostra e del mondo intero.
E’ questo uno dei punti più alti della fede, che sa valorizzare al meglio, al positivo, persino quello che ad occhio umano rappresenta lo scarto. E affrontare la malattia o la morte con l’animo di saperne trarre un vantaggio di bene per noi e per gli altri, significa affrontarle con l’animo dell’eroe che accetta volentieri un sacrificio perché lo sa fecondo e fruttuoso.

Alla fine - nonostante questi punti chiari della fede - ci saranno ancora misteri e paure di fronte al dolore. Ci saranno momenti - quando la pelle brucia o una disgrazia imprevista cambia la nostra esistenza - in cui ci sembrerà impossibile credere ancora alla bontà di Dio per noi. E’ il momento più alto della prova, quella svolta decisiva che il Signore ha preparato per noi, per l’ultimo salto di abbandono pieno in Lui. Lì, come Giobbe, non abbiamo altro da dire che: “Signore, non capisco, ma mi fido!”. Mi fido e credo che tu vuoi comunque il mio bene, anche se per me sembra tutto assurdo. Signore, tienimi per mano, guidami in questo momento così buio, come l’hai vissuto tu al Getsemani, e fa che anch’io possa dire: Padre - Abbà, papà - non la mia ma la tua volontà sia fatta. Nelle tue mani metto tutto me stesso!

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Ecco: l’amore di Dio - fino all’eccedenza della croce; l’amore nostro verso Dio fino all’eroismo dell’abbandono. La vita cristiana è una cosa seria, non è un gioco. Dio lo sa, per questo il nostro è un Dio che è venuto via da casa sua per venirci incontro e camminare al nostro fianco, senza scavalcare la nostra libertà e responsabilità, ma con la premura discreta di guidarci e aiutarci.
La Bibbia ha una immagine lirica per esprimere l’atteggiamento giusto da avere con questo Dio, è il Salmo 130: “Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, è l’anima mia”. Sentiamoci sereni e fiduciosi nelle braccia di Dio, come un bambino è abbandonato sereno nelle braccia di sua madre.


Bibliografia:
Giacomo Biffi, ESPLORANDO IL DISEGNO, Catechesi in Università, Editrice Elle Di Ci, Torino.
Giacomo Biffi, GESU' DI NAZARET, centro del cosmo e della storia, Elledici, Torino
Romeo Maggioni, SE TU CONOSCESSI. Le sorprese di Dio: stupirsi per lasciarsi amare, Centro Ambrosiano.
 

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