Vieni al Padre - Un Vangelo per il terzo millennio


Quale progresso?

Siamo al cuore del dramma della fede: la tentazione antica e sempre rinnovantesi della autosufficienza.

Oggi si vive l'ingordigia della libertà - come una adolescenza prolungata a voler tutto -; perché semplicemente viviamo l'euforia dell'onnipotenza. La scienza e la tecnica - si pensa - hanno reso l'uomo ormai capace di tutto, persino di toccare e modificare le radici della vita. L'utile e l'avere sembrano il nome nuovo dell'idolo. O anche, e più, la libertà, unica religione del nostro tempo: liberi da ogni imposizione esterna, libertà al capriccio soggettivo e vitale. Emancipati anche da Dio.

Ma anche questa è una illusione. Cadono i miti ideologici, sopravviene il consumismo; ma presto ci si accorge che non tutto sazia, non tutto è utile, non proprio tutto è ancora raggiungibile! Anzi, si scopre con sorpresa, che quando si superano certe barriere, si provoca disordine, spreco, distruzione, e .. grande terrore per un avvenire che sfugge di mano, o che sarà nelle mani di pochi tecnici potenti. E si invoca l'etica.
Dopo i disastri del ventesimo secolo (ideologie e genocidi), oggi, alle soglie del ventunesimo, c'è disillusione di tutto, e rassegnazione al peggio; la stessa smania di libertà individuale è spia di paura, di un mondo che ormai ci sfugge dalle mani, con l'unica regola dell'arrangiarsi e del si salvi chi può!

Sentiamo che questo è un umanesimo che ci soffoca; e ciononostante non si riesce a distoglierci dall'orgoglio di sentirci autosufficienti, unici costruttori di noi e del mondo, padroni e manipolatori della natura e della storia. E' il dramma che da Adamo corre fino a noi - quella esaltazione del superuomo di Nietzsche che se non si traduce più in ateismo teorizzato, si vive però oggi come indifferenza.
Eppure alcune cose sono semplicemente vere. La morte e la malattia, nonostante tutti gli sforzi della medicina, dicono la nostra precarietà. Anche l'agitarsi ogni tanto della crosta terrestre grida la nostra fragilità, quasi una punta di spillo al pallone gonfiato della tecnologia. Lo scatenarsi sempre più orribile della violenza, anche gratuita, è spia vistosa di una libertà ferita, di una natura umana non sana, rovinata, nonostante si cerchi di arginarla con leggi, punizioni e mai ben efficace educazione.
L'uomo con la scienza e la tecnica è divenuto sì più padrone del mondo, ma non di se stesso. Non ha risolto e non si rassegna di fronte alla morte, perché vuol essere sicuro che ci sia qualcosa dopo. Come di fronte al dolore si domanda: perché? Come fare a vincerlo? Di fronte al problema della felicità è in cerca di un senso del vivere e di motivazioni che lo riscattino dall'assurdo. Vuol liberarsi dalla gabbia della sua fragilità, alla ricerca di un perdono e di una salvezza che gli uomini tutti non possono dare.

Purtroppo capita che l'uomo si rassegni. Rinuncia alla verità e si accontenta di opinioni. Rinuncia alla ragione. La vita diviene assurdo. E' rassegnarsi alla propria caducità e finitezza, e con ostinazione soffocare aneliti e bisogni più alti. Sono "i nuovi pagani", che convivono.... con un vuoto angosciante!
Ma non si risolvono così i problemi. Tutto è caso e .. violenza. Godiamoci quel poco che riusciamo ad arraffare, e non poniamoci problemi più di tanto! Ma è la noia. O l'evasione, magari pesante. Più uno sballa, più può accettare la vita....! Ma è vita?

Rinunciare a questa discesa in fondo a se stessi e non rispondere agli interrogativi fondamentali è alienazione. Capita di trovare gente che vive solo di lavoro-guadagno-divertimento, e poi ancora più lavoro, più guadagno, più divertimento, .. fino a stordirsi, fino, alla fine, a trovarsi vuoto.
Questo atteggiamento spirituale oggi si chiama INDIFFERENZA. E' vivere praticamente come fuori di sé. Ed è molto diffuso.
Due constatazioni segnano la nostra esistenza e la rendono pensosa. La prima è che non ci siamo fatti noi, che riceviamo da altri la vita. Vien da domandarci: donde vengo? Perché son fatto così? C'è una ragione, un perché, un progetto? O tutto è a caso?
L'altra constatazione è che assieme alla voglia di vita c'è la morte. Che il futuro non è nelle mie mani: dopo la morte, finisce tutto? C'è il nulla? O c'è qualcosa?
Le ipotesi possibili sono due: o prima di me c'è il nulla o c'è qualcosa. Se prima di me c'è il nulla, io sono venuto al mondo per caso, senza progetto nè perché. Ma sento di ribellarmi ad una tale ipotesi, perché va contro il mio bisogno di razionalità, di un perché, di un ordine nel mondo! Se invece prima di me c'è qualcosa che mi ha determinato, io sarò il risultato di un suo progetto: ... sento di volerlo conoscere!
Così è per il dopo: se dopo di me c'è il nulla, il nulla mi ripugna, perché sento il bisogno di vita e di felicità. Se c'è qualcosa: che cosa è? E' vero, è bello, è possibile? Lo voglio conoscere!

Davanti all'uomo stanno due strade: O L'ASSURDO O IL MISTERO. O rinuncia a capirsi, a risolvere i suoi interrogativi, a riempire la sua povertà; o cerca fuori, cerca sopra, cerca di capire, sente il bisogno di andare oltre la sua fragile esperienza e capacità per vederci più chiaro. Si inoltra nel mistero! Il grido verso Dio non è frutto di irrazionalità o emotività (o alienazione o inconscio incontrollato): il divino non è solo pensabile, possibile razionalmente, ma addirittura auspicabile se non si vuol distruggere la ragione. E' il contrario, cioè l'ateismo, che uccide l'uomo e la ragione!
L'uomo attento insomma non vuol rinunciare ad essere uomo: vuol vederci chiaro ed essere sicuro; travalica allora i suoi confini e si inoltra... nel mistero! Visto che la scienza, la tecnica e la ragione non danno risposte certe ai suoi veri interrogativi, si rivolge altrove. Si cerca altrove, in un Altro la risposta al mistero dell'uomo.

E' il bisogno di una più alta razionalità e sicurezza che spinge l'uomo a cercare Dio. La religione serve appunto a fare un uomo uomo!

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