Vieni al Padre - Un Vangelo per il terzo millennio


Un amore tradito

C'era un uomo chiamato Osea, aveva sposato una donna cui voleva molto bene, da lei aveva avuto tre bei bambini; vivevano felici. Un giorno però la donna lasciò la casa, abbandonò i figli per seguire altri amanti. Osea ne rimase sconcertato. A questo punto Dio lo chiama a fare il profeta e a dire che questo stesso è il Suo dramma di fronte al suo popolo infedele.
"Accusate vostra madre, accusatela, perché essa non è più mia moglie e io non sono più suo marito! La loro madre si è prostituita, la loro genitrice si è coperta di vergogna. Essa ha detto: Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane e la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande" (Os 2,4-7)
Non facciamo così anche noi uomini di oggi? Dio non mi dà né lo stipendio né la pensione..! Questo è ciò che conta! Diventiamo orgogliosi della nostra scienza e del nostro benessere e rifiutiamo Dio. "Non capì che io le davo grano, vino nuovo e olio e le prodigavo l'argento e l'oro che hanno usato per Baal" (Os 2,10).

La nostalgia d'Egitto non era solo per le cipolle; era anche tentazione di avere un Dio più comodo e manipolabile, meno esigente e misterioso; o più concretamente di farsi propri idoli: "Gettate via quegli sporchi idoli egiziani che vi piacciono tanto. Non rendetevi impuri, adornandoli. Io sono il Signore, vostro Dio. Ma essi non hanno voluto obbedirmi, anzi si sono ribellati contro di me. Nessuno ha gettato via quegli sporchi idoli egiziani, nessuno li ha abbandonati. Hanno disobbedito ai miei ordini, hanno disprezzato le mie leggi che fanno vivere chi li pratica" (Ez 20,7-13). Si fa in fretta a dimenticare i benefici di Dio: "Così dice il Signore: Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri per allontanarsi da me? Essi seguirono ciò che è vano, diventarono loro stessi vanità e non si domandarono: Dov'è il Signore che ci ha fatti uscire dal paese d'Egitto, ci guidò nel deserto?" (Ger 2,5-6). Scrive San Paolo: "Che cosa hai che tu non abbia ricevuto?" (1Cor 4,7).

E Dio soffre di questo rifiuto: è lo sgomento di Dio di fronte al tradimento del suo popolo. Egli si aspettava molto da esso, ma ne rimase deluso: è il canto nostalgico d'un innamorato tradito.
"Canterò per il mio diletto il mio cantico d'amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l'aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica.
Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica?
Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi" (Is 5,1-4.7).

Come fa l'uomo - pensa il Signore - "ad abbandonare me, sorgente d'acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono acqua?" (Ger 2,13). "Israele era cosa sacra al Signore, la primizia del suo raccolto; quanti ne mangiavano dovevano pagarla, la sventura si abbatteva su di loro" (Ger 2,2-3). Più protetto di così?! "Ti avevo piantata come vigna scelta, tutta vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?" (Ger 2,21).
Dio stesso non capisce, e scuotendo la testa con compassione, dice: ... sei come una cavalla pazza, non ti si può far ragionare: "Ti comporti come una cammella irrequieta che corre qua e là dove vuole, come un'asina selvatica abituata al deserto. Quando entra in calore, ansima, si eccita, niente la trattiene. Tutti quelli che la vogliono non fanno fatica a trovarla: essa è sempre disponibile. Nessuna ragazza dimentica di mettersi i suoi gioielli, nessuna sposa dimentica l'abito di nozze. Il mio popolo invece si è dimenticato di me" (Ger 2,23-32). Mistero insondabile e incomprensibile è quello del peccato; comunque sentito da Dio come un "adulterio", un tradimento dell'amore.

Da qui il senso profondo dei richiami forti di Dio, l'esperienza fatta fare al suo popolo del fallimento e della "nudità".
Prosegue il brano di Isaia: "Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia" (Is 5,5-6). E ancora Osea, molto concretamente: "Così al tempo del raccolto mi riprenderò il mio grano e il mio vino, e porterò via il lino e la lana che le avevo dato per vestirsi. Ora io la spoglierò tutta nuda davanti ai suoi amanti. Distruggerò i suoi alberi di fico e le sue viti che lei considerava doni dei suoi amanti per averli serviti. Darò le sue vigne e i suoi frutteti in pasto agli animali selvatici: essi li ridurranno a sterpaglie" (Os 2,11-14).

Sono le prove e i castighi di Dio, che hanno sempre un valore educativo. La sofferenza - si dice - è come l'ottavo sacramento, perché ci ridimensiona davanti a noi stessi e ci fa rinsavire davanti a Dio. Forse anche tu sei stato scosso da qualche disgrazia, e hai capito che Dio ti richiamava con metodi forti dopo che avevi snobbato altri infiniti richiami d'amore! Dio è un educatore robusto: "Quelli che Dio ama... castigat" (Ap 3,19). "Perciò ecco - prosegue Osea - ti sbarrerò la strada di spine e ne cingerò il recinto di barriere, e non ritroverà i suoi amanti. Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà, li cercherà senza trovarli. Allora dirà: Ritornerò al mio marito di prima perché ero più felice di ora" (Os 2,8-9). Parola sublime..., e tanto realistica!

E allora nasce il pentimento. "Tornerò ...": sarà la stessa esperienza del figliol prodigo, dopo aver "pestato il naso" nella sua illusione di emancipazione dal padre: "Era talmente affamato che avrebbe voluto sfamarsi con le ghiande che si davano ai maiali, ma nessuno gliene dava. Allora si mise a riflettere sulla sua condizione e disse: Tutti i dipendenti di mio padre hanno cibo in abbondanza. Io, invece, sto qui a morire di fame. Ritornerò da mio padre e gli dirò: Padre ho peccato contro Dio e contro di te. Non sono più degno di essere considerato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi dipendenti. Si mise subito in cammino e ritornò da suo padre" (Lc 15,16-20).
Veramente il pentimento può nascere e sostanziarsi anzitutto dalla esperienza del danno che ci deriva dal peccato, perché stare con Dio si sta sempre meglio! E' quello che il Concilio di Trento chiama "attrizione". E il pentimento - si dice - è come la quarta virtù teologale!

Un pentimento che trova Dio sensibilissimo. "Se un uomo ripudia la moglie ed essa, allontanandosi da lui, si sposa con un altro uomo, tornerà il primo ancora da lei? Ti sei disonorata con molti amanti e osi tornare da me? Oracolo del Signore. E ora forse non gridi verso di me: Tu sei mio padre, mi hai tanto amata nella mia giovinezza. Non sarai sempre adirato, non mi serberai rancore per sempre! - Tu dici così, ma intanto continui a commettere tutto il male che puoi" (Ger 3,1-5).

Si fa quasi patetico questo Dio, nell'ostinarsi a sognare un ravvedimento, un ritorno: "Israele, desideravo tanto accoglierti tra i miei figli e darti una terra invidiabile. Volevo sentirti dire: Padre mio!, e pensavo che mi saresti rimasto vicino. Invece tu mi hai tradito come una moglie infedele. Così dice il Signore" (Ger 3,19-20).
Allora Dio si fa supplichevole: "Se il mio popolo mi ascoltasse! Se Israele volesse seguirmi! Subito sconfiggerei i suoi nemici. Io li nutrirei con il miglior frumento, lo sazierei con il miele più squisito" (Sal 81,14-17). "Ritorna, Israele ribelle, dice il Signore. Non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché io sono pietoso, dice il Signore. Non conserverò l'ira per sempre" (Ger 3,12).

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