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Vieni al Padre - Un Vangelo per il terzo millennio |
Gesù di Nazaret
Quando uno incomincia a provare la durezza della vita, la sua precarietà e
le sue delusioni, si pone necessariamente la domanda: vale la pena? C'è uno
sbocco diverso? Qualcuno ce l'ha fatta? O ci dobbiamo rassegnare al fallimento!?
L'assoluta novità della storia - la "bella notizia" (vangelo) - c'è:
un uomo ce l'ha fatta, è riuscito pienamente nella vita fino a scavalcare la
morte; è l'uomo Gesù di Nazaret. Con lui - si può dire - la storia ha
raggiunto il suo culmine: quel che poteva capitare di bello e di buono all'uomo,
quel che poteva sospirare e sognare di grande, in Lui s'è attuato, Gesù l'ha
ottenuto.
Vuol dire che è possibile realizzare i propri sogni, se almeno uno ce l'ha
fatta!
Si tratta di coglierne il segreto perché anche la nostra possa divenire una
vita riuscita.
E si scoprirà il segreto in un legame libero e profondo con Dio; anzi - al
limite - una preesistenza e una identità misteriosa con questo Dio. Figlio
dell'uomo e Figlio di Dio è il contenuto della fede cristiana su Gesù di
Nazaret.
13) "HO VISTO IL SIGNORE!"
Maddalena girava sconsolata nel giardino ove era la tomba vuota di Gesù. Ad un
certo punto s'accorge della presenza di un uomo. Sarà il padrone del posto. -
Dimmi dove hai nascosto il corpo del mio Signore! - "Maria!", si sente
rispondere, con quell'accento dolce e conosciuto che era proprio di Gesù. E gli
si prostrò innanzi.
Era lui vivo. Risorto come aveva predetto, secondo le Scritture. E corse a dirlo
ai discepoli: "Ho visto il Signore!" (Gv 20,18).
Fu l'inizio di tutto. Di tutto un mondo diverso, nuovo, se qualcuno aveva vinto
la morte ed era ritornato vivo dall'aldilà!
Anche i più stretti discepoli e amici di Gesù avevano capito poco della sua
persona; meravigliati sì ogni tanto dei gesti e delle parole straordinarie;
quando poi l'avevano messo al cimitero come tutti, erano usciti in quella
espressione delusa:.. "Noi speravamo!" (Lc 24,21). E Pietro e compagni
avevano ripreso sul lago l'antico mestiere di pescatori.
Ma quando se lo sono visto vivo davanti, in carne ed ossa, "apparendo loro
con molte prove per 40 giorni" (At 1,3), mangiare con loro, lasciarsi
toccare (cfr. Tomaso, Gv 20), rinnovare gesti straordinari (la pesca abbondante,
Gv 21), e soprattutto .. "spiegare loro in tutte le Scritture ciò che si
riferiva a lui" (Lc 24,27), allora hanno incominciato ad avere il sospetto
che quel Gesù di Nazaret forse era davvero quel Figlio di Dio che più di una
volta aveva mostrato (o preteso) di essere!
Quel fatto ha naturalmente illuminato tutta la vita precedente di Gesù, ha
aiutato a comprendere meglio i suoi gesti e le sue parole, e soprattutto ha
fatto intuire che la morte in croce non era stato un incidente o una disgrazia
qualunque, ma forse entrava "in un disegno prestabilito e in una prescienza
di Dio" (At 2,23), era parte di un disegno più grande, "per compiere
ciò che la tua mano, Signore, e la tua volontà avevano preordinato che
avvenisse" (At 4,28).
E' il fatto della risurrezione all'origine del cristianesimo; come sarà
l'incontro col Cristo risorto e vivo sulla via di Damasco a cambiare la vita di
Paolo da persecutore ad entusiasta apostolo delle genti.
Alla fine dei 40 giorni sembrò che Gesù li lasciasse, salendo al cielo. Ma
proprio da allora gli apostoli capirono che quella risurrezione era l'inizio di
una nuova esistenza per Gesù, più efficace, più potente - "Spirito
datore di vita", lo chiamerà San Paolo (1Cor 15,45) - attuando in forma
nuova quella promessa che aveva loro fatto: "Mi è stato dato ogni potere
in cielo e in terra. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del
mondo" (Mt 28,20).
Risorgendo da morte Gesù era entrato in un rapporto specialissimo con Dio, era
stato come rapito dentro la Divinità anche con la sua umanità rinnovata; quel
suo corpo risorto, sedendo "alla destra del Padre", veniva investito e
preso dallo Spirito santo che lo legava, proprio anche come uomo, pienamente al
Padre. Questa pienezza poteva ora ridondare fuori su tutti gli uomini che Gesù
riassumeva in sé; per suo tramite la potenza vivificante di Dio passava
sull'umanità intera.
Forza vivificante - lo Spirito santo - che Gesù ebbe premura di effondere sugli
Apostoli il giorno di Pentecoste perché finalmente e pienamente comprendessero
la sua persona e la sua opera: "Lo Spirito santo che il Padre manderà nel
mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho
detto" (Gv 16,26); e ne prolungassero l'opera. Un giorno Pietro, davanti ad
uno storpio, dirà: "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te
lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina" (At 3,6).
E' nata così la Chiesa e tutta l'esperienza cristiana. L'incontro con Lui
risorto e il dono dello Spirito hanno fatto rileggere tutta la vita terrena di
Gesù e capirla nella sua piena valenza salvifica. E' quanto ha fatto lentamente
il gruppo degli Apostoli, insieme a Maria la madre di Gesù. La loro memoria e
comprensione s'è tradotta dapprima in predicazione, poi in istituzioni che
hanno strutturato la comunità dei credenti, e infine si è cristallizzata in
quegli scritti - Vangeli e Nuovo Testamento - ritenuti l'interpretazione
autentica della persona e dell'opera del Salvatore.
L'eco di quegli eventi è giunta fino a noi, chiamati ad aderire alla famiglia
di Dio nel tempo, la Chiesa, che un giorno sfocerà in Casa Trinità. La Chiesa
- viva dopo duemila anni di debolezze umane e persecuzioni - è la controprova
che alla sua origine sta un fenomeno divino, altrimenti inspiegabile se non col
riconoscere in quel Gesù di Nazaret l'incarnazione stessa di Dio tra noi
uomini, di cui appunto la risurrezione è sigillo e garanzia.
14) "OBBEDIENTE FINO ALLA MORTE"
San Paolo in una sua lettera riproduce un inno della Chiesa Apostolica dove è
detto il perché quell'uomo Gesù di Nazaret, messo al cimitero come tutti, sia
poi risorto il terzo giorno. Dice l'inno che Cristo "apparso in forma
umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di
croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di
ogni altro nome" (Fil 2,7-9). Per aver obbedito a Dio, cioè per essersi
fidato di Lui fino al rischio della morte, Dio l'ha ricompensato ridandogli la
vita, anzi rendendolo partecipe della sua stessa vita.
E' il significato profondo della morte di Gesù in croce. Una morte prevista e
accettata. Al Getsemani fa la sua drammatica scelta. Lui, fedele a Dio, giusto
innocente, si sente schiacciato dai malvagi e abbandonato dal Padre. Ha sempre
creduto in un Dio "Abbà, papà", ma ora - nel momento più tragico -
lo scopre latitante o impotente. E sfiora la ribellione (..."perché mi hai
abbandonato?", Mt 27,46). Ma proprio lì, nella più pesante esperienza
dell'assurdo, ha il coraggio di dire: "Abbà, padre! Tutto è possibile a
te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che
vuoi tu" (Mc 14,36). Anche se mi sembra tutto sbagliato o inutile, pure mi
fido, pure credo che tu voglia ancora il mio bene nonostante sia davanti alla
morte! Obbediente, cioè fiducioso nel Padre fino alla morte. "Padre, nelle
tue mani consegno il mio spirito" (Lc 26,43). E' l'ultima parola che sembra
chiudere una vita, ma in realtà, proprio per il suo abbandono, costituisce la
parola unica che apre alla vita! E' un atto di fede che ricorda
"l'assurdo" della fede di Abramo quando salì il monte Moria per
sacrificare il figlio Isacco, là dove "ebbe fede sperando contro ogni
speranza" (Rm 4,18); e il figlio lo riebbe salvo!
Questo significa che un uomo - finalmente -, il primo tra tutti gli uomini da
Adamo, dice di sì a Dio, fidandosi di Lui anche nella prova suprema, esprimendo
cioè un "amore fino alla morte", un "amore fino alla fine".
E' esattamente l'atteggiamento opposto di quello del primo Adamo (e di ogni
uomo) che di Dio aveva avuto sospetto e dubitato, tradendone l'amore e
rifiutando il dono della vita divina. Col risultato di guadagnarsi la morte. Il
ragionamento dell'uomo Gesù sembra molto lineare: se l'uomo con il peccato s'è
meritato la morte, io cerco di stare unito pienamente a Dio e ne parteciperò
sempre alla vita.
Ma lui Gesù ha gustato la morte, pur essendo stato sempre fedele a Dio! Allora
significa che v'è un motivo più profondo della croce di Gesù. Subito gli
Apostoli hanno capito che egli "era morto per i nostri peccati",
"morto per noi". E del resto Gesù più volte vi aveva accennato:
"Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare
la sua vita in riscatto per molti" (Mt 20,28). Egli è "l'Agnello di
Dio che toglie il peccato del mondo" (Gv 1,29). San Paolo vedrà quella
obbedienza fino alla croce proprio come fatta a nome nostro: "Come per la
disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per
l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti" (Rm 5,19). Del
resto questa era l'immagine più vera del Messia che la Bibbia aveva
preannunciato: "Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato
per le nostre iniquità; il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di
lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Il Signore fece ricadere su di
lui l'iniquità di tutti noi" (Is 53,4-6).
E' stata una obbedienza che gli è costata molto, fatta per amore di noi:
"Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con
forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la
sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì
e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli
obbediscono" (Eb 5,7-8). La meditazione della passione - dicono i Santi -
aiuta in un modo molto concreto a capire l'amore di Dio per noi. La croce
rappresenta quindi l'atto supremo d'amore di Gesù per noi, "perché non c'è
amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici" (Gv 15,13).
Ma - a pensarci bene - rappresenta pure l'amore più grande che Dio Padre ha per
tutti noi, poiché Egli "non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha
dato per tutti noi" (Rm 8,32). Un Dio Padre che soffre fino a donare tutto
il meglio di Sé dice il massimo della disponibilità divina per l'uomo.
Se tale è la radice ultima della morte in croce - la volontà del Padre di
salvare in Cristo gli uomini - significa che l'obbedienza dell'uomo Gesù fino
alla croce rappresenta in un modo plastico e realistico l'assoluta docilità e
intesa che dall'eternità il Figlio Unigenito aveva col Padre, contagiata ora
pienamente anche alla libera volontà umana assunta. In questo senso
l'evangelista Giovanni parla della croce come della glorificazione: "Padre,
è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te"
(Gv 17,1).
Mi fa intuire allora quanto "personale", cioè libero, totale ed
esigente, sia il rapporto di comunione intratrinitario; e questo mi fa pensare
che se anch'io vorrò là aggiungermi e inserirmi, quanto dovrà essere
radicalmente impegnativo anche il mio atto di obbedienza e di resa d'amore!
Cosa certo che non potrà essere frutto della mia fragile libertà; solo un
"contagio" divino potrà rendere docile a Dio la mia libertà ribelle.
E questo dice in definitiva l'assoluta necessità della croce di Cristo per
avere anch'io la vita!

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