Vieni al Padre - Un Vangelo per il terzo millennio


"Abbà, papà"

Quando uno è pronto a metterci la pelle per un altro, significa che di quella persona si fida ciecamente; la croce di Gesù è certamente il frutto di una esperienza unica ed eccezionale di Dio Padre, coll'averlo trovato pienamente affidabile e degno della fiducia totale.

Lo rivela anzitutto il nome con quale quest'uomo Gesù osa chiamare il Dio di Israele: Abbà, papà, termine con cui un bimbo chiama il suo babbo. Di Dio ogni uomo ha una qualche paura - Lui creatore potente, Lui che ha in mano i nostri destini! E ogni forma religiosa in qualche modo è un insieme di gesti per propiziarselo..: non si sa mai, teniamolo buono!

Gesù si rivela come uno che ha una idea ben diversa di Dio, quella di un padre cui ricorrere con tanta serenità. "Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliene domandano!" (Mt 7,9-11). Una paternità paziente e generosa con tutti, perché "fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (Mt 5,45). Davanti al Quale anche la più piccola creatura conta: "Guardate gli uccelli del cielo .. , osservate come crescono i gigli del campo: non contate voi forse più di loro?" (Mt 6,25-34).

Il cuore di Dio è più sorprendentemente ancora il cuore di un padre che non può non compatire, perdonare e ridare vita. Gesù ne ha delineato l'immagine in quello che è chiamato "il vangelo del vangelo", la parabola del figlio prodigo. Guarda lontano con ansia il cuore di questo padre per scrutare il ritorno del figlio; e quando lo vede, .. "commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò", facendogli grande festa e dimenticando tutto (Lc 15,11-32). Io penso che solo il cuore di una mamma possa capire fino in fondo il cuore di Dio; anzi il cuore di una mamma che vive il dramma del rifiuto di un figlio adolescente; lei sola ha il coraggio di dire - come fa Dio con noi - anche davanti al figlio più discolo: Che cosa vuoi farci ... o massal o manteglill!

L'intimità con Dio Gesù la rivela soprattutto nella preghiera. Si legge spesso che si rifugiava da solo a pregare; e un giorno ebbe a dire: "Io non sono mai solo", perché "colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo" (Gv 8,16.29). I suoi discepoli rimarranno stupiti di questa intimità che Gesù aveva col Padre quando pregava, e un giorno ne ebbero invidia e gli dissero: "Signore, insegnaci a pregare. Ed egli disse loro: quando pregate dite: Padre ..!" (Lc 11,1-4). Qui è la novità: quella intimità con Dio, con un Padre, è possibile ora anche a noi, perché esattamente la stessa prossimità filiale che lui ha con Dio per natura è disponibile anche a noi come figli per dono gratuito. Lo sintetizza San Paolo: "Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!" (Rm 8,15).

Già da adolescente aveva chiara la sua scelta: "Non sapevate - disse ai suoi genitori un po' sconcertati - che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" (Lc 2,49). E tutta la vita fu una ricerca di sintonia tra la propria libertà e la volontà del Padre. Dirà: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato" (Gv 4,34). Questo anche nelle scelte difficili, come il vangelo formula in occasione delle tentazioni nel deserto (cfr. Mt 4,1-11) e poi al Getsemani.

Probabilmente Gesù fin da piccolo ha avuto una grande scuola da sua madre, Maria, che nel Magnificat ha espresso tutta la spiritualità dei "poveri di Jahvè", coloro che totalmente s'abbandonano a Dio: "Di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono" (Lc 1,50); lei che si offrì fin da ragazza come "la serva del Signore", pronta a fare sempre quello che Lui chiede (Lc 1,38). La Bibbia insegna che Dio non delude; basta guardare a "come ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia" (Lc 1,34). Egli sa trarre il bene anche dal male, per cui - dice Paolo -: "Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" (Rm 8,28). Anzi i Salmi, che Gesù sapeva a memoria, insegnano che Dio vede e vuole il mio bene più di quello che io non veda e voglia di me, cioè oltre ogni mio stesso sogno e desiderio! Per questo Gesù ci ha insegnato a pregare: "Sia fatta la tua volontà" (Mt 6,10), si realizzi cioè il tuo disegno su di me, di fronte al quale ogni altro mio progetto è certamente più meschino!

Fa invidia trovare un uomo così sicuro di Dio! Probabilmente la radice sta in una coerenza indefettibile con se stesso; cioè in sostanza in una lealtà e limpidità con la propria coscienza e la propria identità. Ed essendo il più profondo "se stesso" di Gesù il Figlio di Dio, anche la sua realtà psicologica umana rifletteva gradualmente l'intimità divina del Figlio unigenito che da sempre ha col Padre.
Del resto, proprio questa è stata la missione di Gesù in terra: tradurre nella vita di un uomo tutta la realtà del suo essere Figlio unigenito per diventare modello e sostegno di tutti gli altri figli di Dio di cui lui è divenuto primogenito.

Questo suggerisce anche a noi una medesima coerenza allo Spirito santo che dal battesimo è in noi come nostro nuovo più profondo essere. Gesù è figlio di Dio in senso vero, fisico perché riceve dal Padre la sua stessa vita divina; così è dato a noi, come partecipazione reale alla vita stessa del Figlio, di divenire figli di Dio in senso vero e concreto in quanto riceviamo la stessa vita che è di Dio, cioè divina ed eterna. "Non contristate lo Spirito", raccomandava San Paolo; la docilità allo Spirito è condizione indispensabile se vogliamo fare di Dio una medesima esperienza di figli come l'ha fatta Gesù! "Quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio" (Rm 8,14).

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