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Vieni al Padre - Un Vangelo per il terzo millennio |
La vicenda umana
Dio allora ha un disegno a tappe ben preciso su di noi; si tratta di
conoscerlo bene. Solo dentro questo quadro si può leggere e capire, e risolvere,
l'enigma dell'uomo, coglierne valori e speranze, limiti e possibilità. La storia
dell'uomo, solo se letta sullo schermo di Dio, può ritrovare il suo bandolo e la
sua verità piena.
E' quello che cerchiamo di fare in questo nuovo capitolo seguendo la vicenda
umana così come è condotta da Dio in sinergia (o rifiuto) con la libertà
dell'uomo.
21) COMPREDESTINATI
A questo punto – dopo i testi di Colossesi e Romani letti – possiamo avere idee
più chiare sia sulla radice che sulla nostra identità.
“Ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli
sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Se la prima decisione
sorprendente di Dio è quella di avere come figlio proprio un uomo – Gesù Cristo,
rivelatosi il Verbo incarnato -, la seconda decisione è ancora più sorprendente:
quella di non fermarsi ad un solo esemplare, ma di volere sullo stampo del primo
una serie di altri fratelli, di creare cioè tutti gli uomini a immagine di quel
prototipo Uomo-Figlio di Dio, quasi un suo prolungamento. Questo è il grande
sogno di Dio sull’uomo, espresso un giorno da Gesù in una confidenza al Padre:
“Che tutti siano una cosa sola come tu, Padre, sei in me e io in te. Siano
anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21); una cosa sola con le Persone divine,
membri a pieno titolo di Casa Trinità.
Predestinati a sua immagine. Predestinati significa strutturati, costruiti nella
nostra più intima natura, prima di ogni nostra scelta. La macchina che noi
siamo, nei suoi elementi essenziali, è data, non modificabile.
Compredestinati: voluto il Figlio Unigenito come uomo, in lui siamo stati
voluti, col medesimo amore, come un’unica cosa con lui. Per essere più precisi:
l’uomo è stato fatto a immagine dell’Immagine autentica di Dio che è Cristo.
“Non il vecchio Adamo è il modello del Nuovo, ma il Nuovo è modello del vecchio”
(Cabasilas).
A sua immagine, cioè figli veri e propri, come l’Unigenito lo è dall’eternità;
ciò che Cristo è per natura, a noi è offerto come dono gratuito, ma non meno
costitutivo della nostra realtà personale: si dice, non naturale, ma
connaturato. “Figli adottivi”, dice Paolo; distinti da lui – forse per grado
(“Padre mio e Padre vostro”, dirà Gesù, Gv 20,17), ma non di meno partecipi
della stessa natura divina: “Vedete che grande amore ci ha dato il Padre per
essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (1Gv 3,1). “L’artefice
Logos plasma liberamente l’uomo essere vivente collocato in questo mondo ma
destinato ad un altro e, quale mistero!, chiamato a divenire dio nel suo tendere
a Dio” (San Gregorio Nazianzeno).
“In lui” siamo stati creati. Non solo a sua immagine, ma in connessione con lui,
come parte di lui. L’immagine usata da San Paolo – a partire dalla redenzione ma
risalendo alla creazione – è quella del corpo di cui Cristo è il capo, quindi di
ognuno di noi come sue membra. Più precisamente Paolo parla di un “Cristo
totale” (“Christus totus”) che è oggetto della predestinazione da parte di Dio
Padre, e che deve realizzarsi nel tempo – fino alla “pienezza di colui che è il
perfetto compimento di tutte le cose” (Ef 1,23) – appunto attraverso l’aggiunta
– libera – di tutti gli uomini creati (e redenti). Vi è fin dalla creazione –
cioè nel progetto stesso di Dio sull’uomo – come una mutua immanenza tra Gesù e
ogni uomo come parte di un unico organismo vivente. E’ questa comunione antica
che renderà poi efficace per noi il sacrificio di Cristo in croce. Si tratta di
una nativa e indistruttibile solidarietà che trova appunto la sua sorgente
nell’atto della “compredestinazione” con cui Dio dall’eternità ha pensato e
voluto Cristo come il principio, il modello e il fine di tutti gli uomini che di
fatto esistono ed esisteranno.
Questa comunione profonda, creaturale, non si romperà neppure col peccato
dell’uomo; anzi sarà inverata e approfondita perché il Figlio di Dio non si
dissocerà dai fratelli divenuti colpevoli, ma resterà il capo sano di un corpo
malato così da divenire per l’umanità sorgente di riscatto e di vita nuova. San
Giovanni in qualche modo conferma questa idea con l’immagine della vite e dei
tralci (Gv 15).
Certamente più esplicita e più bella ancora è l’immagine di Paolo nella lettera
agli Efesini, dove parla della Chiesa come sposa di Cristo perché unita a lui
come “una carne sola” (Ef 5,30). Anche qui, il riferimento diretto è alla
redenzione, ma per un legame antico che è condizione previa a che l’azione di
Cristo sia ora efficace.
In sostanza la nostra appartenenza a Cristo è già iniziale, cioè originaria
(prima di ogni nostra decisione), e perciò universale (cioè per tutti, non solo
per i battezzati), e incancellabile (anche col peccato).
Certo – ne parleremo – l’uomo nasce in questo mondo decaduto e macchiato dalla
colpa originale; e quindi questa appartenenza a Cristo è in qualche modo
rovinata (San Bernardo dice: rimane l’immagine, si è persa la somiglianza), è
solo parziale e incoativa, e aspira ad essere compiuta e sublimata dall’azione
redentrice (non senza la nostra parte di libertà). Si può dire che è come un
abbozzo di un quadro che reclama di essere rifinito, una specie di fidanzamento
che tende al matrimonio, cioè all’unione vera tra natura umana e natura divina,
perché possa esprimere chiaramente il progetto che è. Ma l’abbozzo è autentico,
c’è in tutti gli uomini; in ognuno c’è il marchio di Cristo. Sarà necessaria la
redenzione perché l’uomo realizzi pienamente se stesso, divenga “più uomo”, cioè
veramente uomo. “Chi segue Cristo, l’uomo perfetto, diviene lui pure più uomo”,
dirà il Concilio (GS 42).
Se questa è la radice profonda di ogni creatura, significa che niente si capisce
fino in fondo se non in questa visione dell’uomo che ci dà Cristo, cioè di un
uomo abbozzato in lui e redento da lui. Qui solo si trova l’unica verità
dell’uomo e la sua riuscita piena. Ogni altra perlustrazione - psicologica,
sociologica, filosofica.. - è parziale e quindi non vera. Ogni proposta di
modello o progetto umano inferiore o al di fuori di questo è imbroglio.
Cristo in sostanza non è un lusso o un optional; o in lui o il fallimento!
22) FIGLI, EREDI, FRATELLI
E’ così anche più chiara ora la nostra identità. E il suo significato.
Anzitutto l’identità di essere figli di Dio. Prima che nel ventre della madre,
la fonte della nostra vita è nel cuore di Dio Padre! Solo il cuore di un papà e
di una mamma può intuire cosa significhi avere Dio per Padre.
Siamo “figli nel Figlio”, amati quindi dal Padre come è da sempre amato
l’Unigenito. “Dio ama ogni uomo come fosse l’unico” (Sant’Agostino). Siamo
chiamati a inserirci in un modo pieno nel circolo d’amore della Trinità, per
godere di tutto l’effluvio di vita divina e della tenerezza che procede dal
Padre al Figlio; per partecipare e godere dell’abbandono fiducioso, esaltante e
luminoso del Figlio nei confronti del Padre; per essere goccia viva del grande
fiume d’amore che intercorre tra i Due, perché posseduti dallo Spirito santo che
ci anima interiormente.
Siamo gente di casa: Gesù ci insegnerà a usare per Dio non più i nomi della
paura, ma quelli del figlio confidente: Abbà, papà, come un bimbo chiama il suo
babbo. Alla condizione creaturale, cioè di dipendenza, subentra la condizione
filiale. “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella
paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del
quale gridiamo: Abbà! Padre!” (Rm 8,15).
L’uomo è così impastato di divino, un divino che non possiamo più rinnegare
perché strutturato in noi. Ne è spia vistosa la sete di immortalità, di
infinità, di totalità che prende da sempre il nostro cuore. Non è un pio
desiderio “l’essere come Dio” (Gen 3,5), ma semplicemente espressione di ciò che
ontologicamente (cioè nel nostro essere) siamo!
Questo significa che nessuno viene al mondo per caso; ognuno è il risultato di
un atto d’amore personale di Dio, ha un perché, un progetto specifico, un
destino e un ruolo suo proprio, unico e irripetibile, perché Dio non fa le cose
in serie. Le cose non sono a mucchio, non è allo sbando la storia, non è alla
deriva l’uomo tra i flutti violenti dei prepotenti: tutto è “ricapitolato”, cioè
organizzato in Cristo.
Davanti a lui “contiamo” moltissimo, ci dice Gesù (cfr. Mt 6); con la sua
provvidenza guida i nostri passi: “Tutto concorre al bene per quelli che amano
Dio” (Rm 8,28). Usa nei nostri confronti una tenerezza che è quella di una madre
(cfr. Is 49), tanto che l’atteggiamento giusto da tenere è suggerito dal Sal
130: “Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, è l’anima mia”. E’ immagine
che deve diventare esperienza, perché ci sostenga nella prova. Un bambino
accetterà anche la medicina amara dalla sua mamma quando avrà sperimentato che
sempre e comunque ella vuole il suo bene!
“E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” (Rm
8,17). Gesù ne ha parlato spesso: “Padre, voglio che quelli che mi hai dato
siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella
che tu mi hai dato” (Gv 17,24). E là in casa Trinità c’è posto per tutti; Lui,
Gesù, nostro fratello maggiore, è andato avanti a tenercelo: “Nella casa del
Padre mio vi sono molte dimore. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò
andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché
dove sono io siate anche voi” (Gv 14,2-3). E per dire la soddisfazione di Dio di
averci per sempre suoi commensali, Gesù usò quell’immagine che è la più
commovente di tutto il vangelo: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno
troverà ancora svegli; in verità vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li
farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,37). Fantastico, vero!?
Saremo a cena da Dio e Lui – col tovagliolo al braccio – nostro inserviente!
Il nostro destino è ormai quello di diventare niente di meno che come Dio:
“Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato
ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo
simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). Per questo l’uomo
non è mai contento: non ci sono cose, uomini, amori, tempo ... capaci di
riempire il nostro bisogno del tutto e del sempre, che è ormai l’unica nostra
natura. “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non
riposa in te” (Sant’Agostino).
Sant’Ireneo con espressione sintetica dice: “Gloria Dei vivens homo”, la gloria
di Dio è l’uomo vivente. La passione di Dio, che è quella di un Padre, è che
l’uomo viva; ma, prosegue Sant’Ireneo: “Vita autem hominis visio Dei”, ma la
vera vita dell’uomo è il possesso di Dio. Il destino, la riuscita, il bisogno
vero dell’uomo è divenire come Dio stesso.
Da qui l’indispensabilità di Dio, e quindi, l’assurdità di essere “atei”! Chi
non è “credente”, cioè non riconosce l’origine e il destino di sé in Dio, è
fuori verità, fuori del reale e – a parte la colpevolezza personale – alienato e
fallito.
Questo fonda anche la fierezza (o l’orgoglio) di credenti. Sono gli altri – i
non credenti – (oggettivamente) meno che uomini.
Se tutti siamo figli di Dio, creati (e redenti) a immagine di Cristo, e tutti
eredi futuri di Dio, noi uomini siamo tutti fratelli, con una medesima dignità e
grandezza, avendo tutti un medesimo gratuito destino. Solo qui si fonda le vera
uguaglianza di ogni uomo, al di là della razza, della efficienza o del merito.
Il fondamento della socialità non sta in un contratto, ma in questa profonda
struttura creaturale e in questa vocazione soprannaturale che, riconoscendo ogni
uomo parte dell’unico Corpo di Cristo, ne sente la fraternità e la solidarietà,
e quindi la carità come unica legge logica.
E’ nella “comunione dei santi”, cioè nella Chiesa, che per l’azione dello
Spirito potrà essere vinta ogni resistenza d’egoismo e di separazione, e si
potrà realizzare quella dimensione decisiva dell’uomo che chiamiamo
“comunionalità”. Proprio perché nessun uomo è un’isola.

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