L'uomo dice: Non mi interessa!
Gesù un giorno raccontò questa parabola: “Un uomo diede una grande cena e
fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati:
Venite, è pronto. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo
disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi. Un
altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di
scusarmi. Un altro disse: Mi sono appena sposato e perciò non posso venire....”
(Lc 14,17-20).
Di fronte al dono di Dio l’uomo può dire di no; lo dice anzi: Non mi interessa,
ho altro da fare! E’ storia di tutti i giorni, eppure incomprensibile sempre.
Si sa che poi le cose non saziano, e se ne rimane delusi. Ma non è di questo
rifiuto che parliamo: non dei singoli peccati, ma del rifiuto globale che noi
facciamo del Dono di Dio e del suo progetto su di noi, del peccato che chiamiamo
dell’incredulità.
Anche Dio non sa darsi spiegazione di un tale rifiuto e ne prova angoscia. La
Bibbia ne parla in una vicenda emblematica, quella di Osea, tradito dalla sua
sposa che se n'era andata con altri amanti. Osea dovrà raccontare nel suo
ministero profetico che proprio questo stesso è il dramma di Dio, quello di
vedersi abbandonato e tradito dal suo popolo. “Che cosa dovevo fare ancora alla
mia vigna - si lamenta il Signore in un brano analogo di Isaia - che io non
abbia fatto? perché mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva
selvatica?” (Is 5,4).
E’ meditando su questa vicenda d’infedeltà che la Bibbia ha tratto come una
intuizione di principio: come Israele, così l’uomo di sempre, invece di aprirsi
a Dio, sceglie il no, vi si rifiuta, necessariamente si comporta come
quell’Adamo iniziale divenuto modello e fonte di una umanità ribelle.
Adamo nel paradiso di Eden aveva tutto - tranne forse un alberello: “Tu potrai
mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma .. non dell’albero della
conoscenza del bene e del male” (Gen 2,16). Come a dire, dice il Signore: ti do
tutto, però voglio un segno di fiducia, cioè che ti abbia a fidare di me anche
se quell’angolino ti può sembrare oscuro, non disponibile. La prova è il segno
indispensabile per farci accorgere che non siamo da noi, che non siamo noi i
padroni; quel che siamo è dono di Dio. E la prova è il rovescio della medaglia
di un amore che è libertà. L’amore esige una scelta e un rischio.
Dio in sostanza ha dato tutto all’uomo, ma a condizione che l’uomo dica di sì e
accetti. Dio ha voluto l’uomo libero perché si aspetta da lui una risposta
libera d’amore. Che ne fa Dio di uomini schiavi? E’ pieno l’universo di cose che
gli obbediscono. Questo della libertà è un dono grandioso e .. rischioso.
Grandioso perché fonda tutta la dignità dell’uomo: Dio ha come voluto.. limitare
la propria onnipotenza per dare spazio alla libertà dell’uomo, il quale
effettivamente può porre in essere delle cose che sono contro o al di fuori del
disegno di Dio. Ed è qui il rischio, perché qui è la sorgente del male e del
peccato.
E il rischio divenne tragedia. Difficile trovarne il motivo. Forse l’uomo,
inebriato del suo spazio di libertà, presume di sentirsi autonomo, capace e
padrone di tutto. Lo constatiamo ogni giorno che il benessere tenta l’uomo di
autosufficienza.
Assieme però c’è un sospetto di fondo, uno strano non fidarsi del tutto di Dio,
che fa dire ad Adamo: quello lì mi proibisce qualcosa, vuol dire che non vuole
proprio tutto il mio bene. E io mi ribello, io lo scavalco. Io cerco di “essere
Dio” da me, la mia felicità da me. Dove il peccato prende la sfumatura di un
rifiuto dell’amore.
Per amore dell’emancipazione, misconosce l’amore. Lo vediamo del resto
nell’adolescente nei confronti dei suoi genitori. Il punto è l’emancipazione, il
far da sé, l’essere appunto “come Dio” (Gen 3,5).
E’ un discorso vero - e oggi si scrive che il mondo pecca di soggettivismo, di
secolarismo; da Nietzsche in poi è anche tutto teorizzato questo superuomo ateo.
Ma è discorso che nella vita quotidiana ha altri risvolti, e molto più concreti
e problematici. Perché, bisogna riconoscerlo: la prova che ci è proposta.. non è
un alberello proibito qualunque, ma è la pesantezza e la tragedia della
sofferenza e della morte. E’ troppo duro credere che Dio voglia ancora il mio
bene quando sono di fronte alla morte, al dolore, all’ingiustizia.., o
semplicemente - e di questo non si può incolpare nessuno - al cancro che ti rode
la pelle, o, peggio, davanti al dolore innocente di un bambino che ami. E’
troppo difficile non avere sospetti circa la paternità, l’onnipotenza, la
provvidenza di Dio di fronte ad Auschwitz o Iroscima, o davanti a tutti i Gulag
della storia, anche di oggi, o ai sempre più frequenti terremoti che seminano
morte e distruzioni.
Il rifiuto di Dio, che nasce dal sospetto, che mira all’emancipazione, si nutre
però dentro una prova di fronte alla quale l’uomo si sente come abbandonato,
impari, in una lotta non ad armi pari, dove alla fine - come Giacobbe al
torrente Jabbok - l’uomo esce ferito, ferito all’anca (Gen 32,23-33).
Ci fermiamo su questa parola: ferito, perché sta forse qui la spiegazione ultima
del peccato.
