Vieni al Padre - Un Vangelo per il terzo millennio


Le conseguenze

Perché Adamo abbia detto di no a Dio, per noi resta un mistero. Mistero invece non è ciò che da allora si constata nell’umanità.
La Bibbia ne fa un esplicito elenco. La morte, anzitutto, e con essa la sofferenza, la fatica, lo squilibrio interiore tra spirito e materia, la violenza, il dominio e lo sfruttamento del creato, e quindi la sua ribellione all’uomo.
Il peccato percorre una sua lunga strada. Per salvare la faccia, Adamo accusa Eva: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato” - colpa sua! (Gen 3,12). Sempre alla sfiducia in Dio si accompagna la divisione tra gli uomini. Quando l’uomo si fa dio, tutti gli altri devono essere suoi schiavi.
La Bibbia prosegue poi descrivendo altri comportamenti socialmente deleteri: l’arroganza del più forte (Lamech) sul più debole con la vendetta (Gen 4,23-24); la corruzione nei rapporti sessuali come al tempo di Noè, tanto che “il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” (Gen 6,6); fino alla presunzione di costruire una civiltà indipendentemente da Dio: la torre di Babele. Gli uomini si dividono, con guerre e discriminazioni.
Chi però mette il dito sulla piaga - cioè chi va fino in fondo a scoprire la causa di tanto male - è San Paolo, che in una pagina autobiografica drammatica così descrive la condizione dell’uomo di fronte al male che lo circonda, lo assedia, anzi lo preme quasi inesorabilmente dal suo stesso interno: “Io sono uomo carnale, venduto come schiavo del peccato. Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra” (Rm 7,14-25).

Siamo al punto. Conseguenza del peccato di Adamo per tutta l’umanità - di cui lui in qualche modo era un capostipite - è stata una ferita interiore, come una tara che trascina ogni uomo necessariamente a ribellarsi a Dio, a passare anche lui sotto le bandiere di quel suo capo ribelle, a ratificare personalmente quel no detto da Adamo. Ne fa esplicito riferimento ancora San Paolo parlando della morte: “Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini è entrata anche la morte, poiché tutti hanno peccato” (Rm 5,12). Vi è come una concatenazione terribile: il peccato di Adamo ferisce l’uomo, lo indebolisce, lo diminuisce in qualcosa di decisivo tanto che necessariamente ogni uomo è spinto al peccato e quindi ad assumersi anche personalmente tutte le conseguenze del peccato, come roba anche propria. E' una eredità di cui ci si rende in qualche modo partecipi e responsabili al primo atto libero di ratifica con un proprio peccato personale.

Se volessimo tentare un chiarimento potremmo dire così. L’uomo uscito dal disegno di Dio è fatto “a immagine del Figlio suo”, costituito figlio vero di Dio dalla presenza dello Spirito santo (cfr. Gen 2,7) che lo rende partecipe della natura divina. Lo Spirito santo - nel sogno e nel progetto di Dio - è elemento costitutivo dell’uomo, a fianco, abbiamo detto, di un altro comprincipio, che è la libertà. Per usare un’immagine: l’uomo è stato strutturato come una casa a tre piani: corpo, libertà (anima) e Spirito santo, un individuo da una parte connesso con la materia (cui purtroppo sempre può scendere), e dall’altra connesso col divino (cui è destinato ad elevarsi).
Quando la libertà dell’uomo scaccia l’inquilino di sopra, quando rifiuta di collaborare con l’altro comprincipio che è lo Spirito santo, la casa si sfascia, non sta più in piedi, l’uomo - che non è solo uomo, ma uomo impastato di divino - necessariamente diviene insufficiente, incapace di essere uomo, di realizzare l’unico progetto di cui è costituito. Questa perdita dello Spirito santo si è già avuta in Adamo e le conseguenze sono in tutti gli uomini.

Toccherà al secondo Adamo - dice San Paolo ancora qui nella lettera ai Romani - ridare lo Spirito santo, rendere l’uomo ancora capace di essere uomo, di resistere al male che non vuole e fare il bene che vuole. Paolo qui usa i termini: carne e spirito, l’uomo di carne il primo, e l’uomo secondo lo Spirito il secondo. E’ appunto il fatto della Redenzione che costituisce elemento decisivo per rifare una umanità degna di questo nome.
Allora è solo qui che si può ritrovare una libertà degna di questo nome, cioè non più ferita e indebolita ma capace - appunto per la grazia di Cristo - di fare scelte giuste. Non meraviglia quindi lo sfacelo di questo nostro mondo che si costruisce indipendentemente da Dio!

Una controprova di questa rottura, di questa sfasatura in cui l’uomo si trova, sta anche in una esperienza di ricerca e nostalgia che l’uomo ha di un suo legame con Dio, quasi un anelito che viene dalla profondità dell’essere, un grido al suo primitivo (e mai mutato) statuto originario. Nonostante le perversioni, gli orgogli, le pesantezze della vita, le ribellioni e le assurdità, nell’uomo non muore la speranza, nell’uomo (non manipolato) nasce e cresce il SENSO RELIGIOSO, il bisogno cioè di andare oltre i propri limiti e risolvere l’enigma della propria vita col ricercare nel Mistero, cioè in Dio, la risposta.
E là dove più cosciente diventa il senso della precarietà e della paura, là più si innalza la richiesta del Sacro, l’invocazione ad una salvezza. Che è quanto ci capita di constatare oggi, nonostante tutto, del nostro mondo, detto postmoderno, ... dopo il disincanto di illuminismo, scientismo e la caduta delle ideologie che hanno illuso l’uomo col fargli credere di essere l’unico e sano costruttore di benessere illimitato e di futuro roseo! Con i risultati che si vedono.
Solo Cristo “sa cosa c’è dentro l’uomo”. Lui ne è l’unico salvatore.

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