Vieni al Padre - Un Vangelo per il terzo millennio


“Sovrabbondò la grazia”

E’ in chiave di misericordia, di perdono, di superdono, di eccedenza d’amore gratuito e universale che San Paolo risolve l’enigma dell’uomo, proclamando con toni entusiasti l’intervento salvifico di Dio nel suo Cristo redentore.

Ecco la sua pagina: “Come per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti. Dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia, perché come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche la grazia con la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore” (Rm 5,16-20).
Come l’opera di Adamo è stata deleteria per tutta l’umanità - verità affermata e certa anche se difficile da comprendere fino in fondo; così e molto più generosamente l’opera di Cristo riscatta l’umanità - verità certa e questa volta più comprensibile, o per lo meno più spiegabile.

Comprensibile per il lato della solidarietà. Come cioè l’opera di uno possa ricadere a beneficio di tutti, quasi sia un atto di tutti, lo si può ora capire dopo che abbiamo parlato di una compredestinazione di tutti gli uomini in Cristo a formare con lui un solo Corpo di cui lui è il Capo. Compredestinazione, cioè connessione “creaturale” che precede ogni scelta umana, anzi costitutiva stessa dell’uomo, e quindi indistruttibile.
Una solidarietà che s’è espressa vistosamente nella incarnazione, dove Dio si fa palesemente consanguineo addirittura nella carne dell’uomo, assumendone tutta la stessa vicenda di ribellione, almeno nelle sue conseguenze, “essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (Eb 4,15). Cristo capo si trova ora delle membra malate che col suo atto e con la sua azione cerca di guarire.

Comprensibile per il lato del contenuto specifico della redenzione, che è essenzialmente una “obbedienza” rispetto alla disobbedienza, un atto di fiducia di fronte al sospetto, un atto di abbandono (rischioso e serio) rispetto all’emancipazione. “Non la mia ma la tua volontà” - “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”. A nome di tutti, un uomo - Dio che s’è fatto uomo per questo - dice finalmente di sì. Ma essendo il Capo del Corpo lo dice a nome di tutti, per tutti, cioè in favore di tutti.
“Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,8-9). E’ un “sacrificio” vissuto nella propria pelle, - il sacrificio espiatorio dell’Antica Alleanza inverato dal sacrificio personale di Gesù - vittima - e offerto “nel santuario celeste” per sempre da che Cristo è entrato trionfale a sedere alla destra del Padre, dove per sempre vive e intercede per noi (cfr. tutta la Lettera agli Ebrei sul tema del sacerdozio di Cristo).

Tale in sostanza era il fine dell’Incarnazione e della missione messianica di Gesù, come bene l’aveva delineata Isaia: “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di tutti noi” (Is 53,5-6). Si tratta di una espiazione solidale, del fratello maggiore, il primogenito, in favore di tutti gli altri suoi fratelli. Realizza quella figura biblica del “go’el”, il parente più prossimo obbligato dalla legge a riscattare chi della famiglia era caduto in schiavitù. Per questo la sua opera si usa chiamarla “redenzione”, riscatto.

Il frutto di tale atto è la riconciliazione e il perdono. L’uomo in Cristo - non senza certo la ratifica personale di ognuno - si apre al Padre, è da lui perdonato, comincia a fidarsi di Lui, e riacquista così tutta quella intimità, quella strutturazione e strumentazione divina che lo rende capace d realizzare la sua identità di uomo-figlio di Dio. Cioè in sostanza un risanamento della libertà e quindi una autentica capacità di essere uomini; di essere cioè guariti da quell'egoismo che ci divide, dandoci quindi l'unica vera possibilità di una solidarietà fraterna e di una convivenza civile.
E col perdono giunge la vita - che scavalca la morte -, la vita divina che sarà eterna. Assieme, un altro modo di accostarsi al Padre, non più in paura e sospetto, ma nella confidenza di figli (Abbà!); e ancora, in tale confidenza, un’altra prospettiva e speranza nell’affrontare anche la sofferenza e il dolore, visti ormai come qualcosa che - se vissuti con e come Cristo - divengono strumenti di corredenzione e salvezza.

Per questo la croce è l’emblema dei cristiani, spettacolo della eccedenza di Dio nel voler strafare nell’amore, “Egli che non ha risparmiato neanche il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Rm 8,32). Al tempo stesso la croce è il cuore della storia umana perché solo da lì parte la possibilità di un autentico umanesimo.
E tutto questo per pura gratuità, al di là di ogni nostro merito. “Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persone dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,6-8).

Mistero davvero che incanta questo dell’amore di Dio! In fondo è Lui l’offeso, il tradito dall’uomo. Ebbene Lui inventa di farsi uomo per essere Lui stesso a chiedere perdono .. a Sé stesso!
Ma lo fa non umiliando la natura umana, perché questo Gesù è veramente uomo, parte di noi, e lo fa con libertà e sacrificio come se fosse .. solo uomo! In piena dignità in quanto uomo, e in piena efficacia in quanto Dio.
Misteri della fantasia e del cuore di Dio!

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