L’opera dello Spirito santo,
la santificazione
Siamo sempre a scrutare la nostra avventura umana, per capirla nel suo
mistero e risolverla.
Essenzialmente due fatti – abbiamo detto finora – precedono il nostro apparire
sulla terra: la predestinazione in Cristo ad essere figli di Dio come Lui (o
com-predestinazione); e, secondo fatto, l’evento storico di Gesù di Nazaret, un
uomo dall’esistenza pienamente riuscita, e quindi esemplare, normativo per la
verità e la pienezza di vita anche nostra; e al tempo stesso colui che ci
"restaura" dopo la caduta.
Ora siamo al momento operativo, affidato all’azione dello Spirito santo che
incontrando la nostra libertà deve realizzare in noi quel sogno di Dio di farci
“figli nel Figlio” ed eredi di Casa Trinità.
E’ un lavoro “costitutivo” anzitutto, nel senso che pone in noi condizioni e
strumenti di vita nuova; e poi “di dialogo” paziente, interiore, per riuscire a
“rivestirci di Cristo”; fino al compimento del progetto con la stessa
risurrezione della carne.
27) “LO SPIRITO DEL FIGLIO SUO”
“Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, ..
perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siate figli lo prova il fatto
che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà!
Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per
grazia di Dio” (Gal 4,4-7).
La vicenda storica di Gesù di Nazaret svela anzitutto il senso
dell’Incarnazione: quel Figlio unigenito – dall’eternità in piena sintonia col
Padre – ha voluto tradurre in una esistenza da uomo quella sua totale fedeltà e
comunione con Lui, fino ad esprimerla in un modo paradossale con l’obbedienza e
l’abbandono totale (e .. umanamente assurdo!) della croce. In sostanza: una
libertà (e un cuore da uomo) che accoglie e vive fino in fondo l’identità, il
senso e il destino della sua profonda natura di Figlio di Dio.
Conoscendo la nostra natura di uomini ribelli, ci viene spontanea la domanda:
come ha fatto l’uomo Gesù a identificarsi e a vivere così fedelmente e
totalmente la sua qualità di Figlio di Dio? Chi ha sostenuto la sua libertà a
dire sempre di sì; chi ha domato il suo corpo così da piegarlo – anche nei
momenti della ribellione al Getsemani e sulla croce – a una totale resa al
Padre?
Tutto il vangelo ci presenta Gesù “mosso” dallo Spirito santo. Dalla sua
concezione verginale in Maria “per opera dello Spirito santo” (Lc 1,35); al
Giordano dove è investito dallo Spirito, proclamato “Figlio prediletto”, e,
proprio per la presenza dello Spirito, riconosciuto da Giovanni come Figlio di
Dio:“Ho veduto lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di
lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi aveva
detto: L’uomo, sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è colui che
battezza in Spirito santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il
Figlio di Dio” (Gv 1,32-34); al deserto dove è condotto dallo Spirito (Mt 4,1);
e su su .. nell’operare segni, nel parlare con autorità, nello scacciare i
demoni tutto avviene per la potenza dello Spirito che è sceso su di lui (Lc 4,14
ss); nell’intimità della preghiera “esulta nello Spirito” (Lc 10,21); fino al
giorno in cui quel medesimo Spirito lo risuscita da morte poiché ormai s’è
realizzata l’identificazione piena tra umanità e divinità e può essere posto
alla destra del Padre.
Lo Spirito ha affiancato la libertà dell’uomo Gesù, lo ha fatto crescere nella
coscienza di essere Figlio e quindi nella docilità al Padre, trovando sempre in
lui una disponibilità piena, anche se non facile, tanto che s’è scritto: “Nei
giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida
e lacrime, a Dio che poteva salvarlo dalla morte e, per il suo pieno abbandono a
lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza da ciò che
patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli
obbediscono” (Eb 5,7-9).
Ecco: il tutto era in vista di divenire “causa di salvezza per tutti”; cioè in
sostanza Gesù s’è fatto “primogenito di molti fratelli” per mostrare (e offrire)
ad ognuno di noi l’unica identità anche di ogni uomo, sognato appunto,
predestinato e creato per “essere a immagine del Figlio suo”.
Per questo – dice Paolo – “Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del Figlio
suo”; quello Spirito che ha fatto dell’uomo Gesù il più riuscito Figlio di Dio è
donato ora a noi per fare di noi come Gesù altrettanti figli di Dio.
E’ lo “Spirito del Figlio” nel senso che da Lui ci è stato meritato e dato; anzi
ci viene continuamente dato dacché Cristo - dice Paolo - con la risurrezione,
“come ultimo Adamo divenne Spirito datore di vita” (1Cor 15,45).
E’ lo “Spirito del Figlio” nel senso oggettivo che ci fa figli come il Figlio, è
lo Spirito che costruisce dei figli di Dio, lo Spirito che, finito di fare del
“Capo” un Figlio di Dio, ora passa alle “membra” per farle tutte - simili al
“capo” - figli di Dio. Ci fa sentire Dio come Padre alla stessa maniera che l’ha
sperimentato il Figlio. In Gesù come uomo lo Spirito ha come incominciato ad
“accasarsi” tra noi, ad assuefarsi e abituarsi tra gli uomini, divenendo lo
Spirito del Figlio, insegnando a Gesù a dire: Abbà. Ora questo viene a farlo in
noi, ci educa e ci fa sperimentare Dio come Abbà. Egli si comporta – dice un
Autore orientale – “come una mamma che insegna al proprio bambino a dire “papà”
e ripete tale nome con lui, finché lo porta all’abitudine di chiamare il padre
anche nel sonno”.
In sostanza è una graduale iniziazione. Come nell’ambito naturale è la voce del
sangue a spingere il bambino a riconoscere tra mille il suo papà, così
nell’ambito spirituale è la voce dello Spirito a farci sperimentare Dio come
“papà”. E questo è fonte di tanta serenità ed esultanza! Appunto, come conclude
Paolo: non più schiavi, ma figli!
E’ azione decisiva oggi per noi. Viviamo non la negazione di Dio, ma un sordo
sospetto e rancore nei suoi confronti. Chi prende sul serio le notizie di
stragi, genocidi, pulizie etniche, terremoti ..e tutto il cumulo di dolore
innocente, di masse di profughi diseredati e affamati.., gli viene il dubbio
sulla “paternità” di Dio! Il cuore naufraga nell’assurdo di questo mondo, e
dubita di un Dio che s’interessi all’uomo! Se poi capita - come o prima o poi
capita - che ti si attacchi una disgrazia, una sofferenza, una prova, ... quanto
sfumano in belle favole tutte le parole bibliche sull’amore di Dio! Non c’è
teologia che tenga quando la pelle brucia!
Proprio qui allora lavora lo Spirito, per caricare interiormente il cuore della
certezza dell’affidabilità di Dio Padre, nonostante tutto; come è già avvenuto
per Gesù al Getsemani. E questo - dopo tutti gli studi - solo nella preghiera lo
si ottiene. “Per te sciamus da Patrem - Dacci di riconoscere Dio come Padre”, ci
fa pregare il Veni Creator.
Qualcuno c’è riuscito - oltre Gesù. Sant’Ignazio di Antiochia era in viaggio -
prigioniero - verso Roma dove l’aspettava il martirio. Ma non era disperato. Si
sentiva sostenuto da una serenità e fiducia come d’un’acqua fresca che ristora
nel bruciore della tragedia. Scrive: “Io sento dentro di me un’acqua viva che
mormora e dice: Vieni al Padre!” (Lett. ai Romani, 7,2). L’acqua è lo Spirito
che attira a Dio.
In conclusione, solo “quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono
figli di Dio” (Rm 8,14); più precisamente: “Se qualcuno non ha lo Spirito di
Cristo, non gli appartiene” (Rm 8,9). E’ – dicevamo – l’operaio di Gesù
(Tertulliano lo chiama il “vicario di Cristo e suo amministratore”), che opera
in noi prima una “incorporazione” a Cristo, poi una “conformazione” a Lui, e
alla fine un “compimento”; sempre naturalmente nella misura di una nostra
corrispondenza.
E’ quanto ora veniamo ad illustrare meglio.
28) L’INCORPORAZIONE
“Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Ciò
che è nato dalla carne è carne, e ciò che è nato dallo Spirito, è spirito” (Gv
3,5-6).
Si parla di nuova nascita, quindi di qualcosa che è qualitativamente diverso
dalla vita fisica. La vita fisica è materia e predisposizione a una identità cui
ogni uomo è chiamato, appunto la vita da “figli nel Figlio”.
La “materia” riceve la sua forma certamente quando la libertà dice il suo sì,
che noi chiamiamo fede; ma l’operazione è causata e prodotta dallo Spirito “che
è Signore e dà la vita”. Scrive san Paolo: “Dio ci ha scelti come primizia per
la salvezza, per mezzo dello Spirito santificatore e della fede nella verità”
(1Ts 2,13).
Il punto d’incontro - privilegiato e decisivo - tra fede e Spirito santo è il
battesimo, luogo della nuova nascita.
Lì l’uomo giunge con la fede. Cioè con la duplice scelta: di credere che Gesù di
Nazaret è l’unico autentico modello di vita, e Colui che solo ci può aiutare a
realizzarla.
Scatta allora una prima connessione con Cristo - opera speciale dello Spirito:
di essere “immersi”, cioè uniti “mistericamente” alla sua morte-risurrezione per
ottenere perdono e giustificazione. Il peccato (cui siamo coinvolti fin dalla
nascita) ha reso la vita naturale chiusa, “ricurva” su se stessa, refrattaria ad
accogliere la vita divina (unico progetto cui siamo destinati!). Diciamo:
nasciamo ribelli. Cristo in croce ci ha ottenuto di togliere questo rifiuto e
riaprirci a Dio, attraverso il perdono (o giustificazione). Scrive san Paolo:
“Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché,
come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così
anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Essere sepolti con Lui
significa in sostanza divenire partecipi dell’atto di piena apertura a Dio
compiuto da Gesù a nome nostro e per noi; per ottenere così la vita nuova, la
vita con Dio, la vita d’amicizia con Dio; cioè la vita stessa divina.
Tolto l’ostacolo - lavato il peccato - irrompe in noi la vita divina come acqua
viva, che è poi in concreto la vita propria di Gesù, “lo Spirito del Figlio
suo”. Un giorno così parlò Gesù: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi
crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi d’acqua
viva. - Questo disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv
7,37-39).
Si tratta dello Spirito di Cristo, l’energia vitale divina che invade ancora la
sua umanità e che viene immessa in noi per farci vivere come Lui. La sua
immanenza nell’umanità di Gesù e contemporaneamente anche in noi è ciò che
costituisce propriamente il fondamento della nostra connessione con Lui, che con
immagine paolina chiamiamo “incorporazione”. In sostanza viene a realizzarsi qui
- a inverarsi - (tolto appunto l’ostacolo della nostra ribellione) quella
predestinazione a essere “a immagine del Figlio suo”, anzi ad essere “uno con
Lui”, “figli nel Figlio”, parte di Lui, membra di Lui, noi in Lui come “Christus
totus”. Si attiva in definitiva quella connessione creaturale (anzi - “fin da
prima della creazione del mondo” ) con Cristo primogenito e prototipo di ogni
creatura, che neanche il peccato ha potuto rompere.
Il Nuovo Testamento si sforza di usare immagini per descrivere questa nuova
nostra situazione: si parla di Gesù come del Capo di un Corpo di cui noi siamo
membra (cfr. 1Cor 12); di Lui come della vite di cui noi siamo i tralci per
riceverne vitalità e portare frutti (cfr. Gv 15); di Lui come dell’albero buono
- “la vite vera” - cui noi, oleastro selvatico, veniamo innestati per portare
frutti buoni (cfr. Rm 11 e Gv 15); di Lui come del fondamento di un edificio di
cui noi siamo le pietre vive (cfr. 1Pt 2,4-5).
Alla fine si tratta di vera nascita a una vita diversa, con un principio vitale
diverso; san Pietro parla addirittura di “uno sperma divino” che viene gettato
in noi (1Pt 1,23), per il quale diventiamo veramente “partecipi della natura
divina” (2Pt 1,4). “Vedete che grande amore ci ha dato il Padre per essere
chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente” (1Gv 3,1). “A quanti lo hanno
accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Gesù lo aveva
promesso: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv
10,10).
Anzi, più precisamente - stando a san Paolo - noi diventiamo già partecipi -
come garanzia, caparra, pegno - di tutta la vicenda salvifica di Cristo; vicenda
che si svilupperà sul binario lungo della nostra libertà, ma che ha già per sé
uno sbocco positivo (salvo appunto interrompere con un rifiuto questo cammino).
San Paolo per esprimere questa speciale connessione con Cristo - con le tappe
cioè della sua stessa vicenda - ha dovuto come inventare dei nuovi verbi, tutti
col CON; dice che noi siamo chiamati a CON-VIVERE con Cristo (Rm 6,8);
CON-SOFFRIRE con Lui per essere CON-GLORIFICATI (Rm 8,17); essere CON-CROCIFISSI
(Rm 6,6), CON-MORIRE con Lui (2Cor 7,3), essere CON-SEPOLTI (Rm 6,4; Col 2,12)
per CON-RISUSCITARE con Lui (Col 1,12; 3,1; Ef 2,6); per COM-PARTECIPARE alla
sua nuova vita (Col 2,13), CON-SEDERE (Ef 2,6) e CON-REGNARE con Lui (2Tim 2,12)
ed essergli CO-EREDI (Rm 8,17).
In sostanza questo significa due cose per noi - che sono poi i contenuti della
speranza cristiana: primo, che un uomo ce l’ha fatta, il progetto di Dio almeno
uno l’ha portato a riuscita, e quindi che questo è possibile anche a noi;
secondo, che tutta la strumentazione per farcela è a disposizione nostra, basta
non rifiutarla!
Il battesimo allora è una iniziale ma reale identificazione con Dio, una
autentica divinizzazione, qualcosa che cambia e struttura l’esistenza umana in
vita divina; e l’anima e il motore di tale nuova esistenza è lo Spirito. “Voi
non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo
Spirito di Dio abita in voi” (Rm 8,9). Dove per carne si intende la vita fisica,
naturale, non ancora salvata e vitalizzata dallo Spirito.
E’ da qui allora che parte tutta l’azione dello Spirito per sollecitare la
libertà a collaborare e gradualmente arrivare a divinizzare tutta l’esistenza.
Con questa iniziale strumentazione che deriva dal battesimo - completata dal
sacramento della Cresima - l’uomo s’avvia a “rivestirsi di Cristo”.
E’ quell’operazione che più propriamente chiamiamo “conformazione”, di cui
parliamo nella prossima scheda.
