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Vieni al Padre - Un Vangelo per il terzo millennio |
La fede
“Nessuno può dire Gesù è Signore, se non sotto l’azione dello Spirito santo”
(1Cor 12,3). La fede è dono dello Spirito.
Un giorno Gesù ebbe a dire ai suoi discepoli: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma
per il momento non siete capaci di portarne il peso” - eppure era stato per tre
anni un bravo maestro! Ma perché potessero capire mancava ancora qualcosa:
“Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà alla verità tutta intera,
prenderà da quel che è mio e ve lo annunzierà” (Gv 16,12-14). C’era bisogno di
un ulteriore maestro, lo Spirito.
San Paolo ne spiega il perché: “Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo
spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai
conosciuti se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito
del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato” (1Cor
2,11-12). C’è proprio bisogno di un supplemento di capacità per vedere le cose
di Dio, come un paio d’occhiali messi sulla nostra intelligenza per vedere e
giudicare le cose come le vede Dio: “L’uomo lasciato alle sue forze non
comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace
di intenderle, perché di esse si può giudicare per mezzo dello Spirito” (1Cor
2,14).
Anzi, sempre Paolo parla di una capacità, una sensibilità, una mentalità, un
criterio globale di fondo che fa cogliere in unità organica tutta la visione
della vita - di Dio e nostra: “Ora, noi abbiamo il pensiero (nous) di Cristo” (1
Cor 2,16).
In sostanza per capire qualcosa di Gesù è necessario “essere potentemente
rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito”, perché solo allora si è
“in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza,
l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che supera ogni
conoscenza” (Ef 3,16-19).
Avere fede, proclamare cioè Gesù Signore, significa riconoscerlo come l’unico
Salvatore, e quindi l’unica mia àncora di salvezza che relativizza ogni altra
sicurezza e speranza. Scrive San Paolo: “Anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel
cielo che sulla terra, per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto
proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale
esistono tutte le cose e noi esistiamo grazie a lui” (1Cor 8,5-6). “In nessun
altro c’è salvezza, non vi è infatti al mondo altro nome dato agli uomini, nel
quale dobbiamo essere salvati” (At 4,12). Ora è proprio compito dello Spirito
convincerci della verità di Gesù. La ragione non può - nonostante tutte le prove
- provarci la divinità di Gesù; l’esperienza sensibile che ha convinto gli
Apostoli quando hanno toccato con mano e mangiato con Lui dopo la risurrezione,
noi ora non l’abbiamo più. Allora questo vuoto - questa non presenza ed
esperienza fisica che a volte imploriamo - è riempito proprio dallo Spirito
santo che Gesù ci ha dato come nuovo “paraclito”, uno che sta qui proprio per
parlarci e convincerci di Gesù. Lo fa dentro di noi, e coll’aiutarci a maturare
un senso critico di confronto col mondo, cioè a “provare la colpa del mondo
riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché
non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi
vedrete più, riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già
condannato” (Gv 16, 8-11). Tre cose che riguardano appunto la missione unica e
singolare di Gesù come salvatore. Non è richiamo inutile questo a Gesù come
unico salvatore, in tempi in cui rispuntano antiche magie pagane, credenze e
nuove religiosità, e si fanno discorsi tanto evanescenti nel dialogo
interreligioso!
“Lo Spirito non parlerà da se stesso ma dirà tutto ciò che avrà udito; prenderà
da quel che è mio e ve lo annunzierà” (Gv 16,13-14). Lo Spirito fa riferimento a
fatti e parole di Gesù; non inventa cose. Suo compito è stato addirittura di
preparare l’evento-Cristo, con la Sacra Scrittura che ha ispirato – “Ha parlato
per mezzo dei profeti” -; e oggi quello di vigilare e assistere la Chiesa perché
legga e interpreti nel modo giusto il pensiero di Cristo. La Bibbia, allora, e
la Chiesa sono i due argini entro i quali, spinta dallo Spirito, si muove l’onda
della verità che attraversa i secoli a dare sicurezza al cuore e alla
intelligenza dell’uomo in cerca del senso della vita e di una speranza.
Leggere la Bibbia in modo orante - chiedendo la grazia dello Spirito -, e
verificare quanto si legge col senso di fede vissuto nella Chiesa - con le
indicazioni del magistero dei vescovi e l’esempio dei santi -, è il modo sicuro
di far crescere in noi la conoscenza di Gesù e la nostra esperienza con lui,
cioè la vita di fede.
Ma la fede non è solo sapere di Gesù; è poi saperlo testimoniare con coraggio
come qualcosa di vitale e decisivo. Oggi si rinnovano i martiri e meraviglia
sempre la loro testimonianza così eroica fino al sangue. Anche questo è frutto
dello Spirito: “Quando vi consegneranno ai tribunali e davanti a governatori e
re per causa mia non preoccupatevi di come o che cosa direte, perché vi sarà
dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo
Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mt 10,19).
Alla fine però fede significa essenzialmente abbandono e resa nella totale
fiducia in Dio, sul modello di ciò che ha vissuto Gesù al Getsemani. In quei
momenti di prova solo lo Spirito ci può garantire che Dio non ci ha mollati e
che anche lì lui è con noi e noi siamo con lui: “Da questo si conosce che noi
rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito” (1Gv 4,13).
Solo lo Spirito ci può aver coinvolti ormai nel giro della Trinità e nella
esperienza di Dio per cui - nonostante tutto - possiamo avere il coraggio di
credere che “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio” (Rm 8,28); credere
cioè che ancora e sempre Dio vede e vuole il mio bene più di quello che io non
veda e voglia di me. Che è il mio modo di definire la fede.

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