Vieni al Padre - Un Vangelo per il terzo millennio


La speranza

Il fatto che lo Spirito testimoni dentro di noi e davanti al mondo l’evento di Cristo, costituisce il fondamento del secondo grande suo dono, che è la speranza. Quando san Paolo vuol riassumere tutto il frutto della salvezza offertaci dal disegno di Dio non trova altra espressione che questa: “Cristo in voi speranza della gloria” (Col 1,27). Possedere Cristo significa assicurarci un medesimo destino di gloria, cioè di resurrezione e vita. E la speranza è speranza di vita!

La speranza, si sa, è il caso serio della vita. Ma solo una speranza garantita è speranza seria, non illusoria, come se ne vende dappertutto oggi. Garantita da fatti. E solo nell’evento cristiano ci sono fatti!

Uno dei temi più classici del Nuovo Testamento è quello degli ‘ultimi tempi’. E cioè che con la morte e la risurrezione di Cristo il tempo è giunto al suo ‘colmo’, al suo compimento; la vicenda umana è giunta cioè al suo vertice, ha realizzato in pieno quei sogni di vittoria, di riuscita e felicità che si attendeva. Un uomo, quel Gesù di Nazaret, ha vinto il male e la morte, ha raggiunto, come uomo, quel possesso pieno di Dio che è sempre stata aspirazione di tutti; siede ora alla destra del Padre, anche col suo corpo glorificato.
Questo è il fatto che fonda la speranza vera. Non solo è possibile vincere, ma di fatto uno di noi ha vinto, ha scavalcato la barriera della morte e già vive l’altro mondo, sognato da tutti, nel quale essere felici ed eterni come Dio.

Naturalmente Gesù non come caso unico, ma come primizia, primogenito dei morti che risorgono, garanzia, promessa e speranza di resurrezione anche per noi e di rinnovamento per il mondo. Ecco, “Cristo in voi speranza della gloria”.
Si tratta ora per ognuno di noi di aderire, appropriarsi di quel ‘compimento’ avvenuto nel Capo. Sperare significa credere sicuro quel destino anche per noi e usarne i mezzi per ottenerlo.
E qui entra appunto lo Spirito santo. Non solo ci accerta del fatto di Cristo, ma con la sua presenza in noi diviene un inizio, un anticipo, una caparra di vita divina. Anzi ne fa crescere il desiderio e il bisogno. Scrive san Paolo: “Noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Perché nella speranza noi siamo stati salvati” (Rm 8,22-24). Divenire sempre più certi di essere figli di Dio vuol dire divenire sempre più sicuri di esserne eredi.
E questo corpo, che sembra correre verso l’annientamento, sospira sempre più invece a garantirsi la sicurezza di una sua perennità, o per lo meno di una sua restaurazione. “In realtà, quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati, ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. E’ Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito” (2Cor 5,4-5).
Sulla base di quello che è avvenuto per Cristo, questa promessa di risurrezione non è più un miraggio ma una certezza garantita dal ‘motore’ che ridà vita, perché “se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8,11).

Speranza di scavalcare la morte, e speranza di una vita meno grama di quella di oggi: “Io ritengo - pensa Paolo - che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà rivelarsi in noi” (Rm 8,18). E san Giovanni scrive: “Egli tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4). Anzi, promette san Paolo: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1Cor 2,9). Un destino oltre ogni nostro sogno e aspettativa!
Se il contenuto ultimo della speranza è la certezza di un ‘compimento’, oggi la virtù della speranza si traduce in una attesa che è fedeltà. L’immagine suggestiva usata da Paolo è quella del fidanzamento: “Io provo per voi una specie di gelosia divina avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo” (2Cor 11,2).

Si tratta di una fedeltà non facile entro le scelte e le lotte del mondo. L’altra immagine di Paolo è più drammatica, quella di un parto difficile nella gestazione della nostra creatura nuova: “Sappiamo bene che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi.. gemiamo interiormente aspettando..” (Rm 8,22-23). Del resto Dio non regala mai niente che non sia accolto dalla nostra libertà e partecipazione.
Ma proprio questa ‘prova’ produce ricompensa e gloria. “Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria” (2Cor 4,17). “Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra riceveremo una abitazione da Dio, una dimora eterna non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste, a condizione però di essere trovati già vestiti, non nudi” (2Cor 5,1-3). E’ la “veste nuziale” di cui parlava anche Gesù (cfr. Mt 22,12).

Ecco, “trovati vestiti”, rinnovati e vestiti della grazia dello Spirito. E’ proprio lo Spirito in fondo a costituire la continuità tra la vita ‘di grazia’ e la vita ‘di gloria’, che ci aspetta, lui che - come abbiamo visto - è primizia (Rm 8,23), caparra (2Cor 5,5), anticipo (Ef 1,14) della nostra futura eredità.
Egli è come il “sigillo” che segna la nostra qualità nuova di vita, perché ci assicura su Cristo e pone in noi le premesse – “l’unzione” - che ne garantisce l’appartenenza. Scrive quasi a sintesi San Paolo: “In realtà tutte le promesse di Dio in Cristo sono diventate ‘sì’. Per questo sempre attraverso di lui sale a Dio il nostro ‘amen’ per la sua gloria. E’ Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (2Cor 1,20-22).

Per questo noi cristiani ci troviamo ogni giorno a messa per fare memoria del fatto che ci ha redenti, per venire caricati dei frutti e della forza che ci sostiene nella lotta; ‘nell’attesa della sua venuta’, come diciamo sempre. Quella venuta finale di Cristo svelerà e porterà a compimento quello che oggi è solo un ‘già e non ancora’!

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