Vieni al Padre - Un Vangelo per il terzo millennio


La Gerusalemme celeste

“Venga il tuo Regno” (Mt 6,10), ci fa pregare il Signore Gesù. Significa che se il Regno di Dio “è vicino” (Mc 1,14), anzi “è già in mezzo a voi” (Lc 17,21), non è ancora venuto del tutto. La Chiesa ne è come un anticipo, ma – come si dice – “nel mistero”, cioè come “sotto il velo”: è sacramento del Regno; un Regno non ancora manifestato, non ancora giunto al suo pieno compimento, un “già e non ancora”. “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). E lo Spirito, già nei nostri cuori, è appunto “caparra di vita eterna” (2Cor 5,5).

“Saremo simili a lui”, cioè finalmente la “Sposa” diverrà “una carne sola” col suo Sposo! E’ questo linguaggio sponsale che chiude la Bibbia e ne esprime tutto l’anelito, in una contemplazione che è quasi un sogno, una utopia.

“Vidi la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio-con-loro. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate. E colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose.
Poi vidi uno dei sette angeli e mi parlò: Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello. L’angelo mi trasportò in spirito su un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima. La città è cinta da grandi e alte mura con dodici porte; le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. E le dodici porte sono dodici perle; la piazza della città è di oro puro, come un cristallo trasparente.
In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello, sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dall’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire gli uomini.
E mi disse: queste parole sono certe e vere” (Ap capp. 21-22 passim).

E’ una contemplazione stupenda del destino della Chiesa – di ognuno di noi credenti – al suo giungere alla pienezza del Regno; ma non c’è discontinuità tra la città costruita sui dodici apostoli e quella celeste: già in essa si beve l’acqua della vita, si gustano i frutti di ogni mese che “guariscono gli uomini”. “Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2,19-20).

Da qui la condizione duplice della Chiesa oggi, umana e divina, dentro la storia ma con lo sguardo al cielo, fatta di uomini che camminano con fatica – e sempre in pericolo di perdere il Regno – ma con dentro un anticipo di forza e vita che è lo Spirito santo, anima della Trinità anticipata a noi per costruire già da oggi in noi una medesima identità divina.
Cittadini della terra ma incamminati verso il cielo; come Abramo anche noi “aspettiamo la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso” (Eb 11,10). “Non abbiamo infatti quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Eb 13,14).

E naturalmente così dobbiamo vivere, testimoniandolo nelle scelte quotidiane, con coerenza. Tre mi sembra possano essere i segni più vistosi di questa cittadinanza celeste: la povertà e il reale distacco, nella libertà e nella gioia, dalle cose; la comunione d’amore di una piccola comunità (famiglie, gruppi) e il gesto della gratuità nel servizio ai più piccoli, cioè l’amore chiaramente in perdita; terzo, la serenità di fronte alla sofferenza e alla morte, un coraggio cioè nutrito dalle certezze della fede sull’aldilà e sul valore corredentivo del dolore.

Questo non pregiudica la nostra partecipazione a cambiare la storia, anzi la motiva ulteriormente sapendo di operare non per un mondo che finisce ma che ha un destino di eternità. Anzi un mondo che diverrà “cieli nuovi e terra nuova” anche nella sua dimensione cosmica e materiale con la risurrezione della carne. Noi cristiani siamo quindi gli unici seri “materialisti”, che danno valore alla città terrena e al corpo. Nostro compito è appunto di trasformare la storia in un cammino verso il Regno, anticipandolo con gli atteggiamenti interiori e le strutture che in qualche modo ne incarnino i valori perenni. I cristiani insomma sono chiamati ad essere l’anima del mondo.
Leggiamo nella Lettera a Diogneto: “Vivendo in città greche o barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini, e da tutto sono distaccati come stranieri. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti sono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono ingiuriati e benedicono; facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita; perseguitati da giudei e greci, ma coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani”.


Alla fine sgorga spontanea la lode e il ringraziamento a Dio per tanto interessamento d’amore per noi: “Ringraziamo con gioia il Padre che ci ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce. E’ lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio amatissimo, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati” (Col 1,12-14).

Siamo già da oggi – pur in mezzo alle prove, “perché nella speranza siamo stati salvati” (Rm 8,24) – partecipi a pieno titolo della vita divina ed eterna che ci aspetta, in compagnia di grandi anime che a Cristo totalmente si sono date: “Voi vi siete accostati alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore della alleanza nuova” (Eb 12,22-23). E’ il mistero della “comunione dei santi” che ci lega, assieme ai martiri, a quelle Tre Persone divine al cui focolare perenne siamo chiamati a prendere parte.

Grazie, Signore, di avermi dato la Chiesa per madre.

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