Vieni al Padre - Un Vangelo per il terzo millennio


Il nodo della sofferenza

Su questo quadro tracciato del rapporto Dio-uomo rimane un nervo scoperto, sensibile e reattivo, che pone l’esistenza umana in rapporto ancora e sempre difficile con Dio: è il tema della sofferenza e del dolore.
Le risposte della fede, oltre allo spessore esistenziale pesante perché toccano “la pelle”, trovano difficoltà anche per il fatto che ci inoltrano nel “mistero” di Dio, dove in sostanza alla fine la soluzione piena non sta in una evidenza, ma in un salto di fiducia, che solo un rapporto d’amore può giustificare.
Cercare di chiarire un po' questo problema - per quel che io ne ho capito - ci rinvia ancora agli elementi essenziali del progetto attuale di Dio sull’uomo, e quindi serve da sintesi finale.

La vita del cristiano, come quella di ogni uomo, è segnata dalla prova, dalla sofferenza, dall’ingiustizia, dalla violenza, anche degli innocenti. E’ questo il problema più drammatico e immediato di tutti, il guado difficile che ogni uomo, o prima o dopo deve passare. Ed è domanda angosciosa soprattutto per chi crede a un Dio buono e provvidente.
In particolare incomprensibile è la concezione del dolore come castigo della colpa, soprattutto quando si è di fronte ad una disgrazia che appare sproporzionata rispetto alla colpevolezza individuale, come è nel caso del dolore innocente: suscita protesta, impressione di ingiustizia e disperazione. E’ qui che la ragione umana naufraga nell’assurdo e nella ribellione.
Gesù su questo punto ha espresso un giudizio preciso; di fronte alla domanda: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché costui sia nato cieco” - Gesù risponde: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Gv 9,2-3).

E’ necessario riandare allora a tutto il disegno di Dio e in particolare alla vicenda specifica di Gesù per cogliere qualcosa del mistero del dolore; forse è difficile trovarne una spiegazione teoretica; ma lo sguardo sulla croce di Gesù ci dà qualche luce e speranza!


FRUTTO DEL PECCATO

La prima risposta chiara nella Bibbia è l’origine del male. Non è da Dio, ma dall’uomo, che spinto da quell’avversario che è il mistero di satana, si rifiuta a Dio.
Scrive San Paolo: “Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Rm 5,12). Come tra vasi comunicanti, partecipi cioè del male come del bene di tutti, Adamo e noi siamo legati in una naturale solidarietà; in un certo modo siamo dall’origine come un solo corpo, per cui è avvenuto che un suo atto ci abbia posti tutti quanti in disarmonia col disegno di Dio. La Bibbia e la Chiesa l’esplicitano con la dottrina del peccato originale.
Del resto la comune esperienza del male la sentiamo tutti in qualche modo come la condanna di una colpa che pesa su tutta l’umanità. E’ scritto: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male – aveva detto Dio ad Adamo – non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (Gen 2,17). La condanna che impedisce poi l’accesso dell’uomo all’albero della vita ha realmente attestato che il peccato merita quella punizione che era stata annunciata: la sofferenza (dolori del parto per la donna, fatica del lavoro per l’uomo) e la morte. Questo è un dato rivelato chiaro.
San Paolo completa il quadro quando parla di un “peccato” che è come una tara, una ferita profonda della libertà umana, che a sua volta genera altro male, tanto che l’uomo lasciato alle sole sue risorse è divenuto ormai incapace di compiere pienamente il bene che vuole e di resistere al male che non vuole: “C’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo” (Rm 7,18).


UN PIANO DI SALVEZZA DEL PADRE

Ma questa verità biblica è solo parziale, perché già dall’inizio è annunciata una salvezza che fa riferimento ad un futuro di speranza: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,15). Annunciando la lotta vittoriosa del Salvatore sul serpente, Dio decide di trasferire sul proprio Figlio la sofferenza e la morte meritate dal peccato. Perciò la sofferenza, che avrebbe dovuto essere la punizione del peccato, cambia senso e diviene la via dell’opera redentrice. Dio in sostanza risponde all’uomo che lo ha offeso non con la collera ma con l’amore che dona un Salvatore. Paradossalmente l’umanità si trova ora in una condizione migliore a seguito della caduta. “O felix culpa..!”.
La radice di questo cambiamento sta proprio nel cuore del Padre, che si impegna risolutamente nella via dell’immolazione del suo amore paterno: “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32). Sullo sfondo del sacrificio di Abramo, San Paolo ci fa capire come il Padre abbia preso su di sé il carico della prova, abbia fatto sua cioè la sofferenza nel dono del suo Figlio crocifisso. “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha dato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). Per l’espiazione è il Padre stesso a fornire l’autore e la vittima: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). E’ qualcosa che gli è costato; e proprio questo dice tutto l’amore che ha per noi! Il Padre “ha compassione” (Lc 15,20) per la condizione del figlio prodigo; Dio decide di prendere su di sé, attraverso il dono del suo Figlio, il peso della sofferenza meritata dall’uomo.

E’ una sofferenza gratuita e libera quella di Dio: dal momento che ha deciso di intrecciare rapporti d’amore con l’uomo, ponendosi al suo livello e a sua disposizione, necessariamente s’è esposto alla possibilità del rifiuto. E’ quindi una sofferenza unicamente che nasce dall’amore (non dall’orgoglio offeso o altro). Già le pagine profetiche avevano rappresentato l’amore di Dio come quello addirittura di un cuore di sposo tradito. Si intuisce come la sofferenza in Cristo e in noi non potrà che avere questa medesima connotazione d’amore.


LA CROCE DI CRISTO

Guardiamo allora alla sofferenza di Cristo. Chiaramente nel vangelo Gesù è presentato come tutto rivolto alla sua “ora” – che non è quindi un incidente di percorso: “Ora l’anima mia è turbata, e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto, in vista di quest’ora!” (Gv 12,27). L’incarnazione ha avuto luogo proprio in vista del sacrificio redentore: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).

La sua ora è al Getsemani, al momento della decisione. Vediamo anzitutto di capire che cosa vi succede. L’agonia di Gesù rappresenta il momento supremo del dramma che vive ogni uomo: lo scontro e la scelta tra la propria autonomia e l’abbandonarsi a Dio. Il nocciolo del peccato originale è proprio quello di crederci autosufficienti, costruttori unici ed efficaci della propria felicità, testardi sognatori di una città terrestre pienamente saziante, e quindi paurosi di Dio, che sembra limitarci, che sembra invadere la nostra proprietà, che ci appare avversario della nostra libertà, .... che al massimo per interesse possiamo propiziarci. Per di più l’esperienza del dolore, del fallimento, della delusione, lungi dal farci ravvedere, ci insospettisce di più nei confronti di un Dio che stentiamo più ancora credere buono e paterno.
Anche Gesù, di fronte alla sofferenza e alla morte, ha paura e reagisce: “Se è possibile, allontana da me questo calice...!”. E’ impossibile che Dio voglia davvero il mio bene; è difficile crederlo ancora dalla mia parte ora che mi porta alla morte e non mi difende dalla ingiustizia e dalla violenza ...! Mai come qui Gesù è stato vicino ai nostri drammi e alle nostre ribellioni...! “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte; .. pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,7-8); e l’evangelista Luca parla di un sudore di sangue, tanta era la tensione agonica del momento. “Egli è stato provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (Eb 4,15). Anche Teresa di Lisieux parla della sua prova negli ultimi mesi di vita, proprio quando era stata toccata dallo strazio fisico della emottisi che la soffocava: come una nube oscura aveva velato il sole dell’amore di Dio che lei aveva tanto sperimentato; come un muro le si era posto davanti fino a farle provare la tentazione dell’ateismo. Così come appunto è avvenuto per Gesù, che è giunto fino al grido dell’abbandono: “Mio Dio, perché mi hai abbandonato!”. Se c’era un uomo che aveva conosciuto l’amore di Dio era proprio Gesù; grande quindi deve essere stata la prova dell’abbandono!
Ma, sudando sangue, supera questa sfiducia, rischia quell’abbandono che lo salverà: Non la mia, ma la tua volontà! Anche se non capisco, ci credo; anche se tutto è sbagliato per me, mi fido! E’ credere che Dio è Dio; è credere che Dio non può che volere il bene, che voler bene, che essere una persona cara, e il vero bene, perché è gratuità, generosità, verità e amore assoluto. Non sarebbe Dio se fosse diverso! Cristo è l’uomo che per primo ha superato il sospetto e la paura di Dio, e si è fidato, abbandonandosi pienamente a Lui.

E’ stato essenzialmente un atto d’amore, un atto di fiducia totale a Dio Padre pur in mezzo al rischio e all’assurdo. Gesù si è fidato di Dio anche quando sembrava che tutto andasse verso l’annientamento. Anche quando si è sentito abbandonato da Lui. La sua sofferenza - fino alla morte - non l’ha distolto da Dio, anzi è stata l’occasione più forte per gettarsi nelle sue braccia e dire: mi fido solo di Te! E Luca nota ripetutamente che Gesù ha pregato, molto pregato in quella difficile situazione. Stando al vangelo di Marco (14,36), questa è l’unica volta che ci è riferito il termine Abbà nella lingua originale aramaica; una preghiera quindi quella di Gesù che esprime al massimo la confidenza e l’abbandono.


LA SOFFERENZA COME RISCATTO

Ma perché si è arrivati a questo scontro? Perché nel rapporto tra uomo e Dio si deve giungere a questa scelta drammatica, a questa prova dello SCACCO delle presunzioni umane per abbandonarsi nell’oscurità della fede-fiducia in Dio? Gesù poteva salvarci in altro modo, con la predicazione, coi miracoli, …: perché con la croce? Perché, in altre parole è richiesta una obbedienza che passa dalla sofferenza, che esige una prova, che vuole un così drammatico scontro con Dio? Perché una salvezza generata dal dolore?

E’ certamente mistero e scandalo la croce, e San Paolo ne sentiva tutto il paradosso: “Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,22-24).
Già in Isaia l’idea della sofferenza come riscatto era legata ad una fecondità; Gesù usa l’immagine del chicco di grano che solo morendo produce “molto frutto” (Gv 12,24).
Parlare di riscatto significa dono di sé: il senso del soffrire sta nell’amore: “Non c’è amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici” (Gv 15,13). Non è il semplice fatto del soffrire che produce frutto, ma perché il dolore permette il massimo dispiegarsi dell’amore, è la prova d’amore – e dell’amore più puro, disinteressato -, perché ad amare quando le cose van bene son buoni tutti!
Nella croce Gesù esprime il massimo dell’amore filiale al Padre: “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Cioè – come dice Paolo – un atto di obbedienza (cfr. Fil 2,8), d’amore al Padre, che è esattamente l’opposto del rifiuto dell’uomo.

Al tempo stesso la croce è atto d’amore per l’umanità in quanto Gesù diviene il go’el, colui che si sostituisce ad espiare la pena al posto degli uomini: “Si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori” (Is 53,4). Ha così gridato con la forza del sangue – del metterci la pelle – tutta la condivisione con noi! Egli è innocente: significa che non come castigo va vista la sua sofferenza, ma come espressione altissima d’amore: appunto dono totale di sé per Dio e per l’uomo.

La sostituzione non ci dispensa dalla nostra collaborazione, perché “Dio che ha creato te senza di te non salverà te senza di te” (Sant'Agostino); ma deve essere nella stessa linea di significato. Così anche il nostro dolore cambia completamente; essendo partecipazione alla sua opera redentrice, diviene espressione massima della nostra obbedienza-abbandono a Dio.


IL SENSO DELLA NOSTRA SOFFERENZA

L’uomo con il peccato compie anzitutto un atto di orgoglio e dice: io di Dio non mi fido, faccio da me! E si ritrova nudo, cioè povero, fallimentare, soggetto ai limiti della sofferenza e destinato alla morte. Senza Dio l’uomo è insufficiente a se stesso; si è fidato di sé ed è fallito. E’ necessario allora che pesti il naso e senta tutto lo scacco delle sue presunzioni e sicurezze. Per questo ci è data la morte e la sofferenza: proprio per provare la nostra insufficienza!

Il peccato è stato in sostanza un atto di sfiducia, un rifiuto dell’amore. Per riacquistare vita l’uomo dovrà riallacciarsi a Dio con un ritorno di obbedienza e fiducia in Lui. Al no deve corrispondere un sì; e un sì limpido, rischioso, fatto con un abbandono che sfiora l’assurdo, cioè con fiducia totale..., perché Dio è molto esigente nell’amore. E’ per questo che il sì deve essere detto non a parole, ma coi fatti: cioè con l’accettazione “assurda” della sofferenza e della morte: credere cioè - come Gesù al Getsemani - che Dio vuole ancora il nostro bene nonostante ci provi con la sofferenza ...! La sofferenza e la morte sono il campo su cui si gioca il nostro sì, e quindi il nostro riscatto, di fronte a Dio e alla vita. Certo la salvezza è gratuita; ma... quanto Dio ce la fa...apprezzare, o.. costare e pagare!! Ci crede troppo alla nostra libertà! Dio ha preso sul serio la libertà dell’uomo; poteva perdonarlo senza un suo coinvolgimento; invece gli chiede collaborazione perché assuma l’atteggiamento opposto a quello dell’offesa, cioè l’amore-fiducia.
Dio vuole come “spremere” da noi un tale amore radicale e puro, come del resto ha fatto Lui sulla croce per noi. Il disordine creato dal peccato è il fardello d’OBBEDIENZA che viene lasciato all’uomo come campo in cui possa giocare il suo atto di ritorno d’amore a Dio; il martirio d’un momento di Cristo, si traduce nel martirio della quotidiana obbedienza di portare ognuno la propria croce.


AMORE COME OLOCAUSTO

In questa logica d’un Dio esigente nell’amore e “geloso” si intuisce anche tutto il cammino di purificazione cui Dio guida l’anima che a Lui si affida. E’ il tema biblico della PROVA. L’amore, come l’oro, si prova col fuoco. “Ogni tralcio che porta frutto, lo pota, perché porti più frutto” (Gv 15,2). “Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo” (Ap 3,19). Dio è un fine educatore, sa lui dosare colpi di pollice, dolci e robusti, per modellare da questa nostra fragile creta il capolavoro del vaso che vuol trarne. Basta che la creta non si ribelli a questo fantasioso ed esigente vasaio.

E quando Dio prende una mano, poi prende il braccio, poi tutta la vita. L’amore ha una sua logica interna, quella della radicalità. E’ l’ABBANDONO totale e fiducioso che ci insegnano i Mistici: è come partire dalla sponda d’ogni nostra sicurezza per sprofondare al largo..., all’ignoto, rischioso ma dolce rimettersi completamente tra le braccia dell’Amato. Il sigillo di ogni santità è questa purificazione totale del cuore: è l’amore “gratuito” di cui parla Santa Teresa di Lisieux, o l’amore “in perdita” (De Foucauld), un “amore PER NULLA”, come lo definisce il libro di Giobbe.
E’ in questa logica che si intuisce lo SCACCO della croce, addirittura come strumento di salvezza e di riuscita. Gesù ci ha salvati nel momento del suo fallimento! Quasi a dire: la tua salvezza, la tua riuscita, la tua vita, eterna e divina, sono Io che te la do, dopo che hai provato, anzi hai scelto di rinunciare ad ogni altra sicurezza e puntello umano per la tua riuscita. Non che da noi si disprezzi la vita e i doni di Dio; ma, guidati da Lui, come Cristo fu condotto alla “sua ora” dallo Spirito, così siamo chiamati a spremere anche noi tutto l’olocausto della libertà per affermare il primato assoluto di Dio e del suo dono di salvezza. Ed è solo in questo “nulla” di noi stessi - in concreto nella sofferenza - che noi riusciamo ad esprimere qualcosa di “puro” per Dio, qualcosa cioè di non interessato. E’ la sofferenza il luogo dell’unico amore vero che ci è possibile! Qualcuno ha detto che la sofferenza è l’ottavo sacramento, perché ridimensiona profondamente l’orgoglio dell’uomo.

Racconta J. F. Six, il biografo psicanalista di Santa Teresa di Lisieux, che il momento più drammatico della vita di questa Santa fu quando sentì di “essersi seduta alla tavola della incredulità”; fu proprio nel bagno di questa assoluta oscurità anche “razionale” che avvenne la purificazione suprema della mente di fronte all’affermazione totale di Dio. E, dice lei, la tentazione fu vinta col rinnovare eroici atti di fede; di fede che al di là delle nubi oscure il sole splendeva sempre lo stesso!


ABBANDONO E RESA

E alla fine - nonostante questi punti chiari della fede - ci saranno ancora misteri e paure di fronte al dolore. Ci saranno momenti - quando la pelle brucia o una disgrazia imprevista cambia la nostra esistenza - in cui ci sembrerà impossibile credere ancora alla bontà di Dio per noi. E’ il momento più alto della prova, quella svolta decisiva che il Signore ha preparato per noi, per l’ultimo salto di abbandono pieno in Lui. Lì, come Giobbe, non abbiamo altro da dire che: “Signore, non capisco, ma mi fido!”.
Mi fido e credo che tu vuoi comunque il mio bene, anche se per me sembra tutto assurdo. Signore, tienimi per mano, guidami in questo momento così buio, come l’hai vissuto tu al Getsemani, e fa che anch’io possa dire: Padre - Abbà, papà - non la mia ma la tua volontà sia fatta. Nelle tue mani metto tutto me stesso!


CORREDENZIONE

Il peccato è sempre anche rottura con gli altri. La riparazione sarà una solidarietà. Cristo non ha voluto portare la croce da solo: il Cireneo è un simbolo. Alla sofferenza di Cristo manca qualcosa, la nostra partecipazione, perché con la sua, la nostra croce sia per noi altrettanto strumento di redenzione. Si tratta di offrire la propria sofferenza come partecipazione alla croce di Cristo così da far defluire a pro del suo Corpo quegli atti di bene che lo santificano. “Completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).
Nella Messa - all’offertorio - la Chiesa ci fa mettere alcune gocce d’acqua nel vino che diventerà il sangue di Cristo: sono il simbolo della offerta a Dio delle nostre croci, delle nostre sofferenze, vissute anche da noi con spirito d’abbandono e obbedienza a Dio, perché unite al sangue di Cristo divengano capaci di redenzione. E’ quello che chiamiamo “corredenzione”, cioè partecipazione alla redenzione di Cristo per la salvezza nostra e del mondo intero.
Del mondo intero: per il mistero della comunione dei santi il bene che compio va a beneficio di tutti, come tra vasi comunicanti. Se il peccato è stato anche rottura coi fratelli (egoismo - violenza), la corredenzione diviene occasione di ricupero e di bene per tanti nostri fratelli, con l’efficacia di santificazione e redenzione che deriva dall’aver associato la nostra croce a quella di Cristo.

E’ questo uno dei punti più alti della fede, che sa valorizzare al meglio, al positivo, persino quello che ad occhio umano rappresenta lo scarto. E affrontare la malattia o la morte con l’animo di saperne trarre un vantaggio di bene per noi e per gli altri, significa affrontarle con l’animo sereno di chi accetta volentieri un sacrificio perché lo sa fecondo e fruttuoso, meritevole di un premio eterno, e soprattutto espressione più alta - l’unica pura - del nostro amore per quel Dio che merita bene tutto il nostro essere come risposta al suo essersi donato tutto per noi!

L’anima quindi della sofferenza cristiana è duplice: come atto d’amore puro; come corredenzione per gli altri.


LA PASQUA

Ma il dolore non è il termine, è solo un passaggio. Nella Trasfigurazione Gesù fa intravedere ai suoi discepoli che l’esodo della sua morte è per giungere alla glorificazione. Per Gesù l’avvenimento principale non è la morte ma la risurrezione: solo questa rischiara e spiega il dramma. Con la croce Cristo ha meritato per lui la risurrezione e per noi il riscatto.

Questa in sostanza è la risposta più immediata e intuitiva al problema della sofferenza: Gesù ha rischiato un abbandono totale nelle mani di Dio; e Dio non lo ha deluso, lo ha liberato e risuscitato.
Allora Dio è nel dolore dell'uomo - lo vede, lo sente, lo stima -; vi sembra latitante - come Gesù sulla barca nella tempesta. Quasi soffre con l'uomo. Ma è con lui per riscattarlo, per tirarlo fuori, per liberarlo dalla tempesta e ridargli pace e vita, per risuscitarlo come ha fatto con Cristo.
Lo sguardo sulla croce e sulla risurrezione scioglie l'enigma, e ci dà speranza.

La sofferenza quindi è transitoria; se la vita cristiana non può prescindere dal dolore, essa non è rinchiusa da esso. Anzi ne è la strada necessaria: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere; non doveva il Cristo patire queste cose per entrare nella gloria?” (Lc 24,26).

Dio ci ha creati per la vita, non per la morte e la sofferenza. Dopo il rifiuto, vuole che ritorniamo col cuore a lui - al seguito di Gesù - utilizzando la sofferenza per esprimere un più vero e sincero amore; solo questo ci rende degni della vita eterna con lui.
Via quindi ogni ingenuità che ci fa pensare una vita tutta facile, senza prove; ma anche via ogni pessimismo, perché - come diceva Paolo - “quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10).


COME FARCELA?

La teoria è bella, ma quando la pelle brucia... sarò capace di non ribellarmi? Questa è l’unica vera paura da avere.

Gesù è riuscito per primo a dire questo sì coraggioso a Dio per due motivi: una fortissima coscienza dell’amore gratuito e fedele del Padre e il dono dello Spirito santo, forza e amore sostanziale che lo legava a Dio.
Tali sono le condizioni di riuscita anche per noi: maturare sempre più una conoscenza e quindi una coscienza che Dio ci ama; e questo naturalmente col leggere la Bibbia, conoscere e rivivere le esperienze dei Santi...! E lasciarci poi possedere il cuore dall’amore vivo e vivificante dello Spirito santo. Gesù qui lo disse appunto: “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione (cioè per non cedere nella prova); lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41).


LA MESSA

La forza a disposizione ce l’abbiamo, in quell’invenzione straordinaria di Cristo che è l’Eucaristia. Quel suo atto supremo della croce lo ha reso contemporaneo ad ogni uomo, nella Messa, perché ognuno di noi, partecipandovi, ne riporti il frutto di salvezza, cioè sia caricato della stessa capacità di Cristo di dire di sì a Dio e così compiere il proprio atto di riscatto. La Messa è proprio l’attualizzazione, qui e ora, per noi, di quel SI’ di Gesù al Getsemani, per comunicarci, per contaminarci, di quella sua energia e capacità di dire SI’ a Dio nei momenti delle nostre prove drammatiche come le sue. Solo se aiutati dalla sua capacità, anche noi saremo capaci di quell’obbedienza d’amore che ci riscatta e salva. E ogni giorno abbiamo bisogno di dire i nostri sì, di portare la nostra croce dietro a Lui.

E con l’aiuto di Cristo, non possiamo non essere capaci di tale obbedienza. Questa è la verità consolante: Cristo ha provato la croce per primo per darmi una mano ad affrontare e sopportare anche la mia. Se appena appena saprò viverla come Lui e con Lui, CERTAMENTE CE LA FARO’, altrimenti bisognerebbe pensare inefficaci i gesti di Gesù. Dio sarebbe morto invano. Il che è assurdo!


FINALE

Il tema della sofferenza è sempre difficile da accostare; forse la condizione previa dovrebbe essere un approccio rovesciato rispetto a quello che comunemente si trova, anche tra credenti. Noi constatiamo il male, il dolore, la morte. Realtà comune, forse già prodotta dalla nostra natura limitata. Normalmente, quando la pelle brucia, uno dice: perché Dio permette questo? E perché proprio a me?

Forse si potrebbe incominciare a dire: meno male che in tanta disgrazia c’è una via d’uscita, mi è data una strada di speranza, ho a disposizione una medicina, l’unica, che in qualche modo risponde all’assurdo e risolve l’enigma del male e della morte. Meno male che c’è Dio che mi offre un appiglio in mezzo a tanto sfacelo! Se non avessi la fede non avrei proprio più nulla!!
E’ l’atteggiamento non del giudice, ma del povero che aspetta un dono!

La Bibbia infine ha una immagine lirica per esprimere l’atteggiamento giusto da aver con questo Dio, è il Salmo 130: “Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, è l’anima mia”.
Sentiamoci sereni e fiduciosi nella braccia di Dio, come un bambino è abbandonato sereno nella braccia di sua madre. E’ immagine inventata da Dio. Crediamoci.

horizontal rule



horizontal rule